Ginevra Updates: il doppio passo dei musei. Tre personali per il CAC, stallo al MAMCO: ecco le immagini

Stanno nel medesimo edificio il CAC e il MAMCO, rispettivamente la Kunsthalle e il museo d’arte contemporanea di Ginevra. Ma la situazione è al momento molto diversa. Il secondo, che è il museo più grande della Svizzera in quest’ambito, è in una situazione di temporaneo stallo, con la direzione vacante e un futuro al momento […]

Stanno nel medesimo edificio il CAC e il MAMCO, rispettivamente la Kunsthalle e il museo d’arte contemporanea di Ginevra. Ma la situazione è al momento molto diversa. Il secondo, che è il museo più grande della Svizzera in quest’ambito, è in una situazione di temporaneo stallo, con la direzione vacante e un futuro al momento incerto. Molti rumors sul prossimo direttore, pochissime certezze. Ben diversa la situazione al Centre d’Art Contemporain diretto da Andrea Bellini, che di fatto sta facendo da traino alla scena ginevrina e che, in questo weekend fieristico, diventa il vero e proprio hub cittadino. Ieri sera, dunque, triplice inaugurazione con cena a seguire. Al quarto piano, che si raggiunge tramite un ascensore che ospita un progetto sonoro di John Armleder, c’è il Cinema Dynamo – dove dal 15 gennaio sono in rassegna i Video Works di Steven Claydon – e lo spazio project. In quest’ultimo va in scena il lavoro del giovanissimo Alfredo Aceto: classe 1991, nato a Torino ma residente a Losanna. Anzi, ora in residenza proprio al CAC. Una serie di orologi Alessi, e la figura di un cervo riprodotta iperrealisticamente, vengono colpiti da pallottole di grosso calibro: e il tempo si ferma. Un reenactment abissale, poiché è un fatto che avvenne durante la Rivoluzione francese, reso aneddotico da Walter Benjamin e raccontato a sua volta all’artista da Gianni Vattimo.
Al piano sottostante, la mostra più importante, quella del regista americano Ernie Gehr: nove videoinstallazioni che sfruttano tecnologie digitali per raccontare e omaggiare Manhattan. Nei prossimi giorni torneremo su questa importante retrospettiva con una intervista al regista. Infine, e siamo al secondo piano, l’installazione dello svizzero Raphael Hefti: trecento barre in acciaio, alluminio, titanio e cuoio saldate e rese cromaticamente cangianti dal trattamento “a fuoco”. La grande sala è così attraversata da una sperimentazione palese sui materiali, resa ancora più esplicita dall’esposizione del tavolo di lavoro sul quale sono state trattate le barre. La mostra di un ingegnere, evidentemente.

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