Un ulivo per Lumi Videla, militante uccisa dal regime di Pinochet: land art per non dimenticare all’Ambasciata Italiana di Santiago del Cile

Nella vulgata corrente passano come buie tane per burocrati d’esportazione, con i tempi della crisi a rivestirle dell’aura poco onorevole di macchine troppo costose, in molti casi addirittura inutili. C’è prevenzione nei confronti delle ambasciate, la stessa che a torto o a ragione finisce per aleggiare su tanta parte degli uffici dello Stato; quella di […]

Nella vulgata corrente passano come buie tane per burocrati d’esportazione, con i tempi della crisi a rivestirle dell’aura poco onorevole di macchine troppo costose, in molti casi addirittura inutili. C’è prevenzione nei confronti delle ambasciate, la stessa che a torto o a ragione finisce per aleggiare su tanta parte degli uffici dello Stato; quella di Santiago del Cile sfata il mito negativo evocando un momento tanto doloroso quanto eroico. Grazie a un intervento semplice, purissimo, eppure così tremendamente efficace.
Decine, centinaia i militanti e i rifugiati che negli Anni Settanta transitarono per la grande villa nel quartiere di Providencia, trovando in quel fazzoletto di terra formalmente tricolore un salvacondotto per la libertà; in molti casi la salvezza da un futuro che avrebbe riservato loro torture e sevizie. La morte e la damnatio memoriae riservata, condanna terrificante, ai tanti oppositori inghiottiti nell’oblio. Una sorte capitata a Lumi Videla, militante del MIR trovata senza vita – orrendamente seviziata – all’interno del giardino dell’ambasciata italiana la mattina del 3 novembre 1974. Secondo la versione italiana uccisa la notte prima dalla polizia politica di Pinochet e gettata oltre il cancello come pretesto per tentare un colpo di mano, violando ogni tipo di trattato, che avrebbe permesso di arrestare un grande numero di oppositori. Tensione altissima, in quei giorni, con il personale dell’ambasciata a resistere a pressioni fortissime, riuscendo a evitare il peggio grazie a una delicatissima operazione diplomatica.
Il ricordo di quell’impresa è ora tatuato in forma di vero e proprio intervento di land art nello stesso giardino che, quarant’anni fa, conobbe l’orrore. Sono state levigate dal corso del fiume Elqui le pietre posate, tumuli silenziosi, a testimonianza delle vite stracciate dalla barbarie del regime; un’installazione che accompagna la piantumazione di un ulivo che germoglierà, e crescerà, nel nome di Lumi.

– Francesco Sala

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.