L’identità plurale e nomade della moda francese. Al Palais Galliera di Parigi “Fashion Mix” racconta una storia di genialità, stile e immigrazione

L’haute couture l’ha inventata un inglese, a metà Ottocento. A Parigi, naturalmente. Si chiamava Charles Frederich Worth e storicamente si fa risalire a lui la nascita del concetto moderno di “moda” e l’istituzionalizzazione della figura del couturier, ovvero colui che, consigliando le signore dell’alta società, dettava stili e maniere, rivoluzionando il gusto e suggerendo trend […]

Fashion Mix - Yohji Yamamoto, cape Pierrot, automne-hiver 1997

L’haute couture l’ha inventata un inglese, a metà Ottocento. A Parigi, naturalmente. Si chiamava Charles Frederich Worth e storicamente si fa risalire a lui la nascita del concetto moderno di “moda” e l’istituzionalizzazione della figura del couturier, ovvero colui che, consigliando le signore dell’alta società, dettava stili e maniere, rivoluzionando il gusto e suggerendo trend sempre nuovi.
Worth, che ebbe come clienti nobildonne ma soprattutto grande dame alto borghesi, inventò le etichette con la griffe, cucite all’interno degli abiti, i cartamodelli personalizzati, le sfilate con le indossatrici e la tendenza a cambiare fogge e dettagli ad ogni stagione. La politica del brand e il vezzo della moda, più o meno come la intendiamo oggi, portano insomma le sue iniziali.
Pur essendo dunque Parigi la Capitale dell’alta sartoria e dell’eleganza, colui che diede l’input definitivo alla grande macchina del fashion, non fu un francese. Da qui parte Olivier Saillard, direttore del Palais Galliera, museo parigino della moda, per la sua mostra Fashion Mix-Mode d ‘ici, inaugurata questo dicembre. Alla base l’attenzione per tutto quello che, nella moda made in France, non è arrivato direttamente dalla Francia. Le eccellenze, insomma, di un melting pot fortunato e fecondo,  grazie al quale la capitale mondiale della moda si è trasformata in uno straordinario crocevia internazionale, patria di uomini e donne chiave per l’industria del fashion.

Charles Frederick Worth, 1885
Charles Frederick Worth, 1885

Accanto a nomi di stilisti autoctoni, come Dior, Saint Laurent, Chanel, Gaultier e Lacroix, eccone dunque sfilare altri, altrettanto decisivi, ma di origine straniera, da Mariano Fortuny a Issey Miyake, da Yohji Yamamoto a Elsa Schiaparelli, da Cristóbal Balenciaga a Raf Simon. L’impero dello stile, che sbocciò e si radicò sotto il cielo di Francia, fin dall’800, trovò uno dei suoi massimi segreti nella capacità di attirare grandi talenti forestieri, orientandone le scelte in una maniera speciale e riconoscibile. Una sorta di impronta tutta francese, una scuola, una tradizione, un’allure, un’attitudine, raccolte e interpretate, da ogni nuova stella, secondo il proprio linguaggio e background.
La mostra curata da Saillard racconta questa gloriosa esperienza di pluralità e di sconfinamento, attraverso cento pezzi iconici realizzati da stilisti non francesi.  E a scorrere in parallelo, insieme al tripudio di modelli, immagini, tessuti, esperimenti grafici e sartoriali, è una storia incentrata sul tema dell’immigrazione, sul suo coté più vitale: come e perché la Ville Lumiére ha attirato, nei secoli, artisti, artigiani, creativi, imprenditori, con la voglia di sfondare e di mettere radici.
E fra i singoli capitoli biografici dei vari brand e stilisti, non mancano i focus su alcuni mestieri legati ai movimenti migratori, dagli atelier di ricamo russi degli anni ‘20 fino ai più recenti calzolai armeni. Infine, una linea storiografica, che aiuta a ripercorrere un sentiero lungo e ramificato, tra documenti d’archivio pubblici e privati: atti di nascita di maison sartoriali, dossier di naturalizzazione, materiali audiovisivi. Fino al 31 maggio, al Palais Galliera.

–      Helga Marsala

www.palaisgalliera.paris.fr

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.