Il lato “dottor Jeckyll” del ministro Franceschini. Ottimi propositi su riorganizzazione dei musei e offerta turistica: ma la gestione delle direzioni generali lo ripiomba in piena Prima Repubblica

“Intendiamo favorire il dialogo tra le diverse realtà museali pubbliche e private. L’obiettivo è offrire ai visitatori italiani e stranieri un’offerta integrata su tutto il territorio nazionale e non solo nelle città attraversate da immensi flussi turistici”. Parole del ministro Dario Franceschini, che così risponde a Paolo Conti che per il Corriere della Sera lo […]

Il Ministro Dario Franceschini - foto Amedeo Benestante

Intendiamo favorire il dialogo tra le diverse realtà museali pubbliche e private. L’obiettivo è offrire ai visitatori italiani e stranieri un’offerta integrata su tutto il territorio nazionale e non solo nelle città attraversate da immensi flussi turistici”. Parole del ministro Dario Franceschini, che così risponde a Paolo Conti che per il Corriere della Sera lo intervista in merito alla riforma che punta su un sistema di venti musei dotati di autonomia e su una rete di diciassette poli regionali. Idee chiare, ragionevoli, “virtuose”, che ci fanno ancor più arrabbiare se messe vicine all’inqualificabile gestione dei direttori generali del ministero, di cui abbiamo lungamente parlato in questi giorni. Idee che si ammantano di una sinistra luce truffaldina, quasi degli enunciati utili a mascherare la politica politicante di memoria democristiana con la quale Franceschini ha imposto scelte – sue, o comunque da lui subite supinamente – illogiche, irregolari, dannose.
Ma non possiamo per questo negare che certi principi andrebbero – se queste scelte, poi, non li inficiassero – nella giusta direzione. Come quando sostiene che “Roma, Venezia e Firenze hanno i centri storici e i centri museali ormai al limite della loro possibilità di accoglienza e addirittura di capienza, nel resto d’Italia, che è un ‘museo diffuso’, esistono ovunque splendidi tesori d’arte che potrebbero attirare innumerevoli visitatori. E dobbiamo organizzarci presto, altrimenti avremo dei problemi. Un numero ridotto di città rischia di soccombere e il resto d’Italia di rimanere tagliato fuori dal circuito turistico”.
E le sue proposte? “Penso”, confida a Conti, “a una ricollocazione di pezzi d’arte nei loro luoghi d’origine, a una ‘ri-contestualizzazione’ nei territori, iniziando dalla ricollocazione di parte delle opere che riempiono i depositi dei grandi musei italiani. In questo modo si potrebbe creare, intorno all’operazione, una serie di eventi culturali capaci di attirare interesse scientifico e visitatori. Giorni fa è tornato a Cerveteri il Cratere di Eufronio, saccheggiato in quell’area dai tombaroli nel 1971, poi finito sul mercato clandestino internazionale, esposto al Metropolitan Museum di New York e infine restituito all’Italia nel 2006. Era esposto a Roma al museo di Villa Giulia, ora è al Museo archeologico di Cerveteri per una mostra temporanea. E secondo me potrebbe restarci”.

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Dal 2011 al 2017 ha fatto parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.