L’America insorge sul caso Ferguson. Il poliziotto bianco, che ha ucciso il ragazzo nero, non sarà processato. Il progetto poetico di Shirin Barghi  

Potrebbe essere il lavoro a sfondo sociale di un artista concettuale. Lo spunto per un’opera  che si aggancia alla realtà e la trasforma in narrazione. Mirando alla pancia e alla testa delle persone. Qualcosa per non dimenticare. E invece si tratta del progetto di una giornalista americana, Shirin Barghi, che sull’onda delle polemiche e dell’indignazione […]

Proteste in Missouri per il caso Brown-Wilson

Potrebbe essere il lavoro a sfondo sociale di un artista concettuale. Lo spunto per un’opera  che si aggancia alla realtà e la trasforma in narrazione. Mirando alla pancia e alla testa delle persone. Qualcosa per non dimenticare.
E invece si tratta del progetto di una giornalista americana, Shirin Barghi, che sull’onda delle polemiche e dell’indignazione esplose per il caso Ferguson, ha tirato fuori un’idea: comunicazione creativa e dirompente.
La vicenda è quella di Michael Brown, ucciso in Missuori, a Ferguson, per mano dell’agente di polizia Darren Wilson, lo scorso 9 agosto. Sei colpi di pistola, di cui due alla testa, e la morte che arrivò improvvisa per il giovane, disarmato, rimasto per ore sul ciglio della strada. All’origine il sospetto di una rapina: il furto di una scatola di sigari da 49 dollari. Circostanze dell’episodio oscure, dinamiche contraddittorie, nonostante la presenza di un testimone oculare e di un video amatoriale, che racconterebbero la scena così: una breve colluttazione, poi le mani in alto e infine gli spari. Inutili, gratuiti, a sangue freddo. L’unica cosa certa, ad ogni modo, è che un ragazzo ha perso la vita, senza ragione. Un ragazzo di 18 anni, nero.
La vicenda assume subito i contorni dell’episodio razziale, con un agente bianco che ammazza un uomo di colore, a cuore leggero. Casi che si ripetono tra le pagine di cronaca di un’America multietnica, lontana decenni dall’Apartheid, ma ancora intrisa di una sottocultura razzista, strisciante, che non smette di alimentare tensioni fondate sul pregiudizio. Un’America che ha un problema evidente con la gestione della violenza, delle armi, dell’aggresività sociale.

Il progetto di Shirin Barghi
Il progetto di Shirin Barghi

L’ulteriore scandalo arriva adesso, dopo mesi. Anche la giustizia è complice: il Grand Jury, dopo aver esaminato a fondo il caso, sceglie di non incriminare Wilson, per insufficienza di prove. Giuria composta, naturalmente, da nove bianchi e tre neri, senza certezza dell’unanimità: dato che resta confinato tra le segrete stanze dei tribunali americani.
Il caso di Ferguson divampa, con centinaia di migliaia di persone in piazza a protestare, diventando l’ennesima metafora, macchiata di rabbia e di sangue, con cui la popolazione nera rivendica rispetto. Il poliziotto non dovrà nemmeno subire un processo; il ragazzo non ha nemmeno avuto modo di difendersi. “Siamo profondamente avviliti”, dicono i genitori di Micheal; esprime solidarietà Barack Obama, che però deve alzare bandiera bianca di fronte alla legge.
Shirin Barghi, a questo punto, lancia sul web il suo progetto. Raccoglie alcuni casi recenti di afroamericani uccisi dalle pallottole di poliziotti e li riassume ognuno in una frase: le ultime parole prima di morire. L’ultimo sorriso, l’ultima esclamazione, l’ultima illusione, l’ultima volta che hanno sgranato gli occhi, chiesto perché, implorato pietà o semplicemente salutato un amico, ignari, mentre stava per partire un colpo alle spalle.

Il progetto di Shirin Barghi
Il progetto di Shirin Barghi

Shirin studia i casi, mette in fila date, nomi e parole, e crea delle grafiche semplici, bianco su nero, poche informazioni, pochi segni. Piccoli epitaffi del dolore e del pregiudizio, che fungano da monito, da immagine silenziosa dei razzismi dilaganti e delle molte coscienze latitanti. Mentre le forze dell’ordine dimenticano, nell’esercizio legittimo dell’autorità, che una vita, un corpo, una storia, valgono più di una performance armata a un angolo di strada. Vite, corpi e storie tutti uguali, al di là delle connotazioni etniche.
I tanti dossier dell’orrore, spesso impuniti o subito archiviati, diventano così semplici frasi, incise nella memoria collettiva: “non può essere vero!, “smetti di sparare!”, “perché?”. E un perché, di fronte al cadavere di Michael Brown, adesso lo sta cercando l’America, insieme al resto del mondo.

– Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.
  • angelov

    La società americana è stata anche definita una Melting Pot, dove individui provenienti da nazioni e culture diverse tra loro, si incontrano e si fondono in un unico elemento comune; tuttavia anche in processi così complessi e misteriosi, quasi alchemici di fusione, può esserci un rigurgito, un ritorno di fiamma, come momento di eccezione che rallenta o sembra fermare l’operazione stessa.
    Ma purtroppo, se queste anomalie si ripetono troppo di sovente, allora è la Melting Pot stessa (e con lei la sua metafora), che comincia ad esserne intaccata e a sciogliersi e a frantumarsi irreparabilmente.