Biennale di Shanghai, 70 artisti provenienti da una ventina di stati. Triennale del New Museum, 51 artisti di 25 diverse nazionalità. Italiani assenti, da entrambe. Perchè?

Segnaliamo la cosa soltanto a beneficio di inventario, visto che ormai pare che l’assenza di artisti italiani – giovani o già affermati, non cambia – dalle grandi rassegne internazionali sia divenuta la norma, e semmai a fare notizia sarebbe l’inverso. Del resto i dibattiti fioriti dopo la nomina di Vincenzo Trione a curatore del Padiglione […]

La Power Station of Art, sede della Biennale di Shanghai

Segnaliamo la cosa soltanto a beneficio di inventario, visto che ormai pare che l’assenza di artisti italiani – giovani o già affermati, non cambia – dalle grandi rassegne internazionali sia divenuta la norma, e semmai a fare notizia sarebbe l’inverso. Del resto i dibattiti fioriti dopo la nomina di Vincenzo Trione a curatore del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia, e dopo i suoi primi accenni all’idea di lavorare sull’identità italiana, mettono seriamente sul tavolo il definitivo superamento del concetto stesso di “nazionalità”. In quel caso queste considerazioni risulterebbero oziose, e risulterebbe pure superfluo indicare – come accade – la nazionalità al fianco dei nomi degli artisti invitati. E anche i padiglioni nazionali alla biennale veneziana sarebbero archeologia, magari basterebbe soltanto numerarli per poi trovarli più agevolmente sulle piantine. Voi come la pensate?
Restiamo ai dati. Proprio oggi, 23 novembre, prende il via nella location della Power Station of Art, il primo museo d’arte contemporanea statale della Cina, la decima edizione della Biennale di Shanghai, la più longeva biennale d’arte contemporanea cinese, curata da Anselm Franke, responsabile di Visual Art and Film alla Haus der Kulturen der Welt di Berlino. Che con la guida del tema Social Factory ha allestito un ampio programma che si apre a opere contemporanee e storiche, alla musica e al cinema. Con l’obbiettivo di favorire le relazioni tra artisti che lavorano in Cina e le loro controparti internazionali. Presenti, come si anticipava, una settantina di artisti provenienti da una ventina di stati, fra i quali nomi assai noti alla scena globale come quelli di Chen Chieh-jen, Peter Friedl, Harun Farocki, Armin Linke, Carlos Amorales, Anton Vidokle, Art & Language, Louise Lawler, Joseph Cornell, Sharon Lockhart.
E negli stessi giorni di debutto della rassegna cinese, è anche la Triennale del New Museum e comunicare da New York gli highlights della sua terza edizione, che prenderà il via a fine febbraio 2015, per la cura di Ryan Trecartin e Lauren Cornell. Un progetto – titolo Audience Surround – che rappresenta “un mondo in cui gli effetti della tecnologia e del tardo capitalismo sono stati assorbiti nel nostro corpo e hanno modificato la nostra visione del mondo”, commenta Cornell. Oltre 50 gli artisti invitati, di 25 diverse nazionalità: qui nomi più emergenti, molti alla prima esperienza espositiva negli Stati uniti.

  • LUCA ROSSI

    Armin Linke mi sembra italiano, anche se ho assistito ad un suo talk al Maxxi, e ,oltre a buoni propositi, il suo lavoro risulta fermo su posizioni un po’ stanche.

    Questa assenza dalla scena internazionale permane da diversi anni. Sembra che dopo Arte Povera, Transavaguardia e Cattelan, più niente. E a dire il vero la qualità internazionale non è molto alta (i soliti Dan Vo), il problema è che l’italia ha vissuto e vive uno strabismo tra l’essere copia della scena internazionale (provincialismo, esterofilia, complessi di inferiorità) e la rielaborazione inconsapevole del passato (arte povera e storia in generale).

    Dove sono i Vascellari che tanto sbandieriamo tra i confini nazionali?? E i vincitori degli ultimi 10 Premi Furla???? Rubbi? Tadiello? Ma se guardiamo agli artisti italiani che hanno fatto capolino negli ultimi anni fuori dall’italia, vediamo percorsi omologati, prevedibili e che non hanno un segno e una personalità definita. Biscotti? Pivi? Perrone? Cuoghi? Favaretto? Assael?

    C’è un problema formativo che ,prima del pubblico, investe critici, curatori e operatori del settore. I curatori nostrani, precarizzati, sono molto più impegnati a trovare lavoro fuori dall’italia che ha promuovere e valorizzare gli artisti connazionali. Mentre gli artisti sono spesso deboli, e anche se vanno a lavorare a Berlino rimangono deboli, e spesso forse peggiorano.

  • LUCA ROSSI

    Armin Linke mi sembra italiano, anche se ho assistito ad un suo talk al Maxxi, e ,oltre a buoni propositi, il suo lavoro risulta fermo su posizioni un po’ stanche.

    Questa assenza dalla scena internazionale permane da diversi anni. Sembra che dopo Arte Povera, Transavaguardia e Cattelan, più niente. E a dire il vero la qualità internazionale non è molto alta (i soliti Dan Vo), il problema è che l’italia ha vissuto e vive uno strabismo tra l’essere copia della scena internazionale (provincialismo, esterofilia, complessi di inferiorità) e la rielaborazione inconsapevole del passato (arte povera e storia in generale).

    Dove sono i Vascellari che tanto sbandieriamo tra i confini nazionali?? E i vincitori degli ultimi 10 Premi Furla???? Rubbi? Tadiello? Ma se guardiamo agli artisti italiani che hanno fatto capolino negli ultimi anni fuori dall’italia, vediamo percorsi omologati, prevedibili e che non hanno un segno e una personalità definita. Biscotti? Pivi? Perrone? Cuoghi? Favaretto? Assael?

    C’è un problema formativo che ,prima del pubblico, investe critici, curatori e operatori del settore. I curatori nostrani, precarizzati, sono molto più impegnati a trovare lavoro fuori dall’italia che ha promuovere e valorizzare gli artisti connazionali. Mentre gli artisti sono spesso deboli, e anche se vanno a lavorare a Berlino rimangono deboli, e spesso forse peggiorano.