Basta lavorare gratis per la cultura: flash mob a Roma contro Governo e Comune. I professionisti protestano: dilettanti nei musei, laureati a casa

Una protesta veloce, ma sentita. Subito rimbalzata tra agenzie stampa, blog e giornali, anche grazie all’utilizzo virale di un hashtag che non lascia dubbi sul senso della mobilitazione: #bastagratis. Questo lo slogan che ha riunito oggi, dinanzi al Pantheon di Roma, un gruppo di lavoratori della cultura – archeologi, archivisti, bibliotecari, restauratori e storici dell’arte […]

Proteste dei lavoratori della cultura al Pantheon di Roma, 29 novembre 2014

Una protesta veloce, ma sentita. Subito rimbalzata tra agenzie stampa, blog e giornali, anche grazie all’utilizzo virale di un hashtag che non lascia dubbi sul senso della mobilitazione: #bastagratis. Questo lo slogan che ha riunito oggi, dinanzi al Pantheon di Roma, un gruppo di lavoratori della cultura – archeologi, archivisti, bibliotecari, restauratori e storici dell’arte – muniti di cartelli e striscioni, per un flash mob dal messaggio forte e chiaro: la cultura ha bisogno di professionisti e i professionisti vanno retribuiti. Come in qualsiasi settore.
Una banalità, se solo la si ripetesse a un cittadino tedesco a finlandese. Ma in Italia no, non è così che funziona. Per un medico, un notaio, un avvocato che lavorano dietro profumate parcelle, c’è un esercito di laureati che viene escluso dal proprio ambito professionale, a meno di non accettare un’occupazione “gratis”. Basti pensatre al recente episodio, che ha visto al centro di dure polemiche il Ministro Franceschini, legato al reclutamento di 2.000 giovani volontari inoccupati, per attività presso musei, archivi e biblioteche: un progetto sperimentale di servizio civile nazionale, che ha però fatto insorgere la massa di disoccupati con tanto di titoli e curriculum, in attesa di un lavoro vero.

#bastagratis
#bastagratis

Alla base l’idea malsana che occuparsi di cultura sia più o meno equiparabile a un hobby: tutti possono farlo, basta un po’ di sensibilità. Banalità pericolosa. E così, dal capitolo per eccellenza contro cui si accanisce la mannaia della spending review,  la prima voce che salta è proprio quella del personale. Curatori e organizzatori non pagati; guardiani di musei arruolati tra le fila del precariato e delle cooperative sociali (tra ex detenuti e non scolarizzati); guide museali volontarie; aspiranti docenti condannati ad attese infinite prima di trovare una collocazione; valanghe di stagisti; operatori culturali, artisti e associazioni cooptati per forme di attivismo umanitario, in nome del “bene comune”.
Questo lo stato dell’arte, ad oggi. Il risultato? Chi ha i numeri giusti si ricicla nei call center, oppure sceglie di emigrare, e i dilettanti – ancora in cerca di una formazione – occupano posti strategici, accontentandosi di una mancia o anche solo dell’”esperienza”. Il grido di dolore dei lavoratori della cultura romani è allora lo stesso che attraversa l’Italia intera. Con picchi di follia e di incapacità assoluta, naturalmente, nelle regioni del centro-sud.

Ma cosa chiedevano, oggi, i manifestanti capitolini? Da un lato l’intercettazione di risorse straordinarie per assumere finalmente i tantissimi specialisti dei beni culturali, vincitori di concorso per Roma Capitale nel 2013/2014. Dall’altro, più in generale, un’inversione di tendenza rispetto all’incuria che caratterizza la gestione del patrimonio, tra economie ridotte all’osso, tutele per i lavoratori inesistenti e uno scarso riconoscimento di ruoli e professionalità: ad esempio, perché non indire un nuovo concorso pubblico per i profili tecnico-scientifici del Mibact, premiando merito e competenze e ridando ossigeno a un organico sottodimensionato?
Nell’occhio del ciclone c’è poi l’avviso pubblico diffuso dalla Soprintendenza Capitolina, nell’ambito del programma “The Hidden Treasure of Rome”, finalizzato al reclutamento di associazioni di volontariato e associazioni culturali per attività gratuite, da svolgersi presso musei, aree archeologiche e aree monumentali di competenza della soprintendenza.
Insomma: in mancanza di fondi, si fa appello ai cittadini di buona volontà. E i professionisti? A casa, ad attendere un futuro migliore. E ad attendere che un Paese allo sbando la smetta di trattare uno dei settori più strategici per l’economia nazionale e per il prestigio internazionale, alla stregua dell’ultima bocciofila di provincia o di uno circo sgangherato, con tanto di dilettanti, hobbysti, apprendisti, saltimbanchi e giocolieri. Un vizio antico, non solo degradante, ma del tutto imbecille. E non serve una laurea in marketing culturale per afferrare il concetto.

– Helga Marsala

 

 

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Helga Marsala
Helga Marsala è giornalista, critico d'arte contemporanea e curatore. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Oggi membro dello staff di direzione di Artribune, è responsabile di Artribune Television. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanee. È stata curatore nel 2009 dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico di SACS nel 2013, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura progetti espositivi presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali, specificamente delle ultime generazioni.
  • angelov

    Purtroppo questo è un mondo finito nelle mani di affaristi senza scrupoli, che si servono delle leve della politica per dirottare le cose e i fatti nella direzione del loro maggiore tornaconto; ma non si rendono conto che senza la guida, l’alleanza e l’ispirazione della cultura, la società da loro guidata finirà irrimediabilmente sugli scogli: è solo una questione di tempo.
    Già si è verificato nel corso della storia…

  • Simona Maria Frigerio

    La verità è che, al di là dei bei discorsi, i politici si comportano esattamente come i dirigenti d’azienda: se possono prendere (perché le leggi glielo permettono) una persona a lavorare gratis perché dovrebbero pagarla? Ho gestito per un anno il sito della cultura del Comune di Pisa (Pisa è cultura) con la promessa dell’assessore alla cultura di un minimo contributo spese per me e l’associazione di cui faccio parte. E dopo un anno di lavoro quotidiano per almeno 2/3 o più ore al giorno, la collaborazione di diversi colleghi da Milano e Roma con presentazioni e recensioni, l’unico compenso (peraltro nemmeno ancora effettivamente versato, a quanto mi risulta) è stato un obolo di 250 euro. Vi pare possibile?

    • Helga Marsala

      Ci pare vergognoso. Bisognerebbe non accettare, se non a fronte di un contratto regolare. Ma naturalmente, con la crisi dilagante del momento, piuttosto che non far niente si prova a costruire qualcosa anche così, passando dal volontariato, dagli stage, dalle promesse. Nella speranza che il merito prima o poi paghi. Il risultato? Sfruttamento illimitato.

  • Federica Polidoro

    Perché non chiudiamo le università umanistiche? A che servono? Perché tanto studio, soldi spesi per studiare, se una domestica, senza offesa per la categoria, guadagna di più di un plurilaureato, magari col dottorato? Se la cultura non serve, le università che sfornano gli umanisti sono inutili. Perché bisogna formare altri umiliati perenni? Perché nei concorsi per insegnamento nelle accademie i meriti artistici sono una voce senza criteri omogenei e dichiarati? Perché tutti vogliono scrivere se nessuno legge? Perché è concesso di improvvisare? Basterebbe provare a formulare leggi che regolano lo sciacallaggio dello sfruttamento del lavoro e dell’intelligenza altrui. Una legge contro il ricatto morale e psicologico: “se non lo fai tu, lo fa un’altro, prendere o lasciare”. Leggi che non permettano stage gratuiti, ma che stabiliscano minimi compensi e poi rimborsi: così che chi lavora un minimo di competenze e capacità le debba dimostrare. Leggi che vietano più di un tot di stage all’anno per qualsiasi società, così da evitare un meccanismo infinito di schiavitù (perchè di questo di tratta). Leggi che multano lo stage gratuito, leggi che dicono che le collaborazioni fisse, di qualsiasi natura, vanno retribuite su una base minima nazionale. Prima o poi la situazione, che è già insostenibile, esploderà: il residuo della cultura si estinguerà, sotto l’egida dei figli di papà ricchi e raccomandati, che riescono comunque a fare le cose “aggratis”, ma che il più delle volte hanno posti assicurati sin dalla nascita con compensi ben oltre la media. Oppure, quando non si ha più nulla da perdere, cosa può accadere…?

  • Plinius

    Cara Federica, la parte più triste della situazione è che la legge che non permette stage gratuiti extracurricolari è stata recepita ormai in tutte le Regioni ma puntualmente non viene rispettata; io stesso, con Laurea specialistica 110L, mi sono sentito più volte “offrire” dello sfruttamento mascherato addirittura sotto sei, e dico sei, mesi di prova (che neanche alla NASA); finita la schiavitù sarei stato forse promosso al contentino del rimborso minimo stabilito per legge. Laddove invece si rispetta la legge lo stagista viene estratto dal serbatoio degli studenti non ancora laureati, in quanto 1. gratuito e 2. senza grosse pretese; la qualifica? la bravura? va a farsi benedire: nella stragrande maggioranza dei casi il ruolo dello stagista è assimilabile a quello del garzone di bottega, quindi meglio se usa poco la testa. Ragion per il quale ritengo che questa nuova normativa di gestione di stage e tirocini non migliori assolutamente per nulla la situazione in cui, soprattutto, versa il settore professionale di arte e cultura. La non gratuità andrebbe estesa anche ai non laureati in modo tale da non sbilanciare il mercato e renderlo unidirezionale (stessa cosa che accade tra volontari e professionisti) e andrebbero fissati anche dei criteri di regolarizzazione dei compiti e delle mansioni, qualificate e qualificanti, da svolgere durante lo stage, in modo tale che vengano valorizzate, come giusto che sia, le competenze del laureato rispetto a quelle dello studente alle prime armi. Ora come ora assistiamo, invece, impotenti al perenne carnevale italiano dove gli studenti lavorano (anche se sfruttati) e i laureati stanno a casa.

    • rik

      Nulla da obiettare.
      Un commento purtroppo vero, tanto che uno stage simile, con mesi e mesi in prova gratuita e FORSE una ipotetica assunzione, addirittura in tempi di non sospetta crisi (circa una decina di anni fa), venne offerto anche a me.

      L’unica, piccola pecca che potrei trovare è l’accostamento col “garzone di bottega”, figura ormai estinta per come ce la si immagina e che, nei rari esempi ancora esistenti, viene veramente formata (alla faccia di chi crede gli artigiani dei lavoratori esclusivamente manuali).

    • rik

      Nulla da obiettare.
      Un commento purtroppo vero, tanto che uno stage simile, con mesi e mesi in prova gratuita e FORSE una ipotetica assunzione, addirittura in tempi di non sospetta crisi (circa una decina di anni fa), venne offerto anche a me.

      L’unica, piccola pecca che potrei trovare è l’accostamento col “garzone di bottega”, figura ormai estinta per come ce la si immagina e che, nei rari esempi ancora esistenti, viene veramente formata (alla faccia di chi crede gli artigiani dei lavoratori esclusivamente manuali).

  • art

    Ma perchè voi li pagate tutti i ragazzi che scrivono per voi e fate anche i contratti regolari??
    “volontariato, dagli stage, dalle promesse. Nella speranza che il merito prima o poi paghi. Il risultato? Sfruttamento illimitato.” cit.

    • Lucy

      Purtroppo pagano la giornalista che ha scritto, male, questo articolo!

      • Helga Marsala

        Prego Lucy, se vuole candidarsi come caporedattore può inviare il suo curriculum… Anche come direttore, volendo. Sarebbe interessante capire come mai, a suo dire, questo articolo è scritto “male”.

      • Helga Marsala

        Prego Lucy, se vuole candidarsi come caporedattore può inviare il suo curriculum… Anche come direttore, volendo. Sarebbe interessante capire come mai, a suo dire, questo articolo è scritto “male”.

  • Basta siamo dei professionisti , andate a casa inesperti , questa non è cultura ma vera vergogna , dovete pagarci, basta dire io paga ma quando ?
    I working very well no free

  • Tommaso

    La lista lunghissima di nomi che ”firmano per Artribune”, sono pagati per i loro pezzi? Hanno un contratto, sono assunti? Ora che ci penso però, c’è una differenza sostanziale: voi sfruttate giovani giornalisti, non curatori, guide o docenti non è vero? Che sbadato! Questo sito e l’intero giornale sarebbe vuoto, non esisterebbe se questi giovani ambiziosi di entrare nei salotti del ‘sistema arte’ non si prestassero a far marchette per voi. Fluttuare tra un vernissage e un anteprima con il frigo vuoto ripaga degli anni spesi a studiare e a migliorarsi più di quello che potessi immaginare! Questo non è apprendistato, è lavoro vero e proprio non pagato ragazzi miei! Sveglia!

  • Tommaso

    La lista lunghissima di nomi che ”firmano per Artribune”, sono pagati per i loro pezzi? Hanno un contratto, sono assunti? Ora che ci penso però, c’è una differenza sostanziale: voi sfruttate giovani giornalisti, non curatori, guide o docenti non è vero? Che sbadato! Questo sito e l’intero giornale sarebbe vuoto, non esisterebbe se questi giovani ambiziosi di entrare nei salotti del ‘sistema arte’ non si prestassero a far marchette per voi. Fluttuare tra un vernissage e un anteprima con il frigo vuoto ripaga degli anni spesi a studiare e a migliorarsi più di quello che potessi immaginare! Questo non è apprendistato, è lavoro vero e proprio non pagato ragazzi miei! Sveglia!