Yves Klein ritrova Lucio Fontana a Milano: fotogallery in anteprima dalla mostra che al Museo del Novecento ci riporta al 1957…

Non siamo sempre stati tenerissimi nei confronti del Museo del Novecento, vuoi per le scelte progettuali che lo coinvolgono – non sempre azzeccatissime – vuoi per un impianto museografico che, sia per ciò che concerne la collezione permanente sia per quanto riguarda le mostre temporanee, scatena spesso profondi e sonori punti interrogativi. Ad invertire la […]

Non siamo sempre stati tenerissimi nei confronti del Museo del Novecento, vuoi per le scelte progettuali che lo coinvolgono – non sempre azzeccatissime – vuoi per un impianto museografico che, sia per ciò che concerne la collezione permanente sia per quanto riguarda le mostre temporanee, scatena spesso profondi e sonori punti interrogativi. Ad invertire la tendenza arriva, almeno in parte, la reunion che ha come protagonisti Lucio Fontana e Yves Klein: l’uno sponsor dell’altro, come dimostra la memorabile personale del francese a Brera, negli spazi della Galleria Apollinaire, nel lontano 1957. La storia parte da qui, dall’entusiasmo con cui Fontana promosse Klein – acquistando anche uno dei dodici pezzi esposti all’epoca a Milano – dalle convergenze e dalle assonanze concettuali e umorali tra i due giganti; dal racconto puntuale di quell’evento, dalle prove testuali di un rapporto strettissimo, da un allestimento che ha il merito di coinvolgere l’intero museo.
Perché sì, il corpus principale dei lavori proposti è al piano zero, nello spazio dedicato alle mostre temporanee; ma seguendo l’effimero srotolarsi di strisce alle luci di Wood ecco integrati nel flusso della mostra anche i pezzi di Fontana comunemente esposti al museo, in una sorta di piccola e intrigante caccia al tesoro che dilata ed espande l’esperienza della visita, invece di comprimerla. Ed è come se tutto l’Arengario, la sua anima, partecipasse alla gioia implicita dell’incontro: dalla ricca e godibile sezione documentaria, ovviamente accolta nella Sala Archivi, fino all’apoteosi che si misura nello struggente coreografico sfioramento visuale posto nella Sala Centrale del museo. Là dove lo sguardo sia apre in cinemascope sui marmi della piazza del Duomo troviamo al proprio posto, agganciata al soffitto, la Struttura al neon di Fontana, segno candido che rimbalza il blu ammaliante e abbagliante del Pigment Pur di Klein, monumentale distesa di polvere oltremare realizzata la prima volta a Parigi, per la Galleria Allendy, sempre nel fatidico 1957.

– Francesco Sala

 

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.