Pao, Tawa, TvBoy brindano a Campari: undici interventi di street-art per la sede storica dell’azienda a Sesto San Giovanni, nel suo centodecimo compleanno

  Ad essere pignoli è più vecchia di una quarantina d’anni, ma se bypassiamo la lunga fase pioneristica condotta in laboratori poco più che artigiani e prendiamo come data zero quella dell’inizio della produzione su scala industriale possiamo dire che sì, la Campari festeggia in questo 2014 ormai agli sgoccioli i suoi primi centodieci anni […]

 

Ad essere pignoli è più vecchia di una quarantina d’anni, ma se bypassiamo la lunga fase pioneristica condotta in laboratori poco più che artigiani e prendiamo come data zero quella dell’inizio della produzione su scala industriale possiamo dire che sì, la Campari festeggia in questo 2014 ormai agli sgoccioli i suoi primi centodieci anni di attività. E sceglie di farlo con un amarcord che scorre lungo parte del muro perimetrale che abbraccia la sua sede storica di Sesto San Giovanni, là dove la palazzina liberty nucleo del primo centro produttivo si affaccia sul quartier generale griffato Mario Botta, nel segno di una continuità che insiste anche visivamente sulla liaison fra tradizione e rinnovamento. Centodieci anni sono undici decadi: tanti allora i pezzi che scelgono di raccontare, decennio per decennio, l’evoluzione di un marchio che da sempre cammina a braccetto con l’arte contemporanea; trasformando il muro ad angolo tra le vie Casiraghi e Sacchetti in un libro dei ricordi che parte da storiche campagne pubblicitarie – quelle firmate nel corso del tempo dai vari Fortunato Depero, Cesare Tallone e Ugo Nespolo – per raccontare il mutamento dei costumi, del gusto, dell’estetica della comunicazione visuale. Il punto di vista, allora, cambia in modo radicale: la celebrazione di un brand che nemmeno compare, se non occasionalmente e in modo quasi mai esplicitato, offre lo spunto per un’indagine a trecentosessanta gradi sul concetto di graphic design. Affidata a street artist di area principalmente milanese, che nella differenza dei diversi stili costruiscono un catalogo delle scuole, delle tendenze e degli stili che serpeggiano in città. Il progetto Redvolution 2.0, lanciato da Galleria Campari e curato da Jacopo perfetti di Art Kitchen, vive di immagini intriganti: come il patchwork alfabetico con cui Pao omaggia Bruno Munari,simulando con efficacia l’effetto ottico di uno sguardo gettato sui binari di una metro in corsa; o come la impressionante abilità tecnica con cui Geometric Bang omaggia Nespolo, nella costruzione di un onirico caleidoscopio natural. Tra gli interventi dei vari Boris Veliz, Imen, Ivan, Neve, Orticanoodles, Seacreative, Tawa spuntano per efficacia quelli di TvBoy, che trasforma il mitico spiritello mascotte della campari in un graffitaro e la scorza di arancia in uno sbuffo spray, e quello di Nais, che evoca le campagne Anni Venti di Marcello Dudovich con una romantica delicatezza alla Chagall.

– Francesco Sala

 

 

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.