Mark Rothko incontra Piet Mondrian all’Aia. Fotogallery dalla mostra al Gemeentemuseum: le due vie dell’astrattismo convergono nel tempio di De Stijl

Si diceva al tavolino del bar, insieme agli altri giornalisti italiani piovuti all’Aia per l’inaugurazione di quella che sarà per l’Europa una delle più importanti mostre della stagione, che ci sono location dove qualsiasi cosa esponi sembra perfetta. “Vedi ‘sta tazzina?” incalzava Renato “se la metti per terra alla Beyeler puoi dire che l’ha fatta […]

Si diceva al tavolino del bar, insieme agli altri giornalisti italiani piovuti all’Aia per l’inaugurazione di quella che sarà per l’Europa una delle più importanti mostre della stagione, che ci sono location dove qualsiasi cosa esponi sembra perfetta. “Vedi ‘sta tazzina?” incalzava Renato “se la metti per terra alla Beyeler puoi dire che l’ha fatta Duchamp”. Vero. E ci sono spazi, invece, che hanno una tale personalità, un carattere così marcato, da rendere ogni mostra una sfida, una lotta sublime perché le opere non risultino schiacciate ma al tempo stesso non prendano il sopravvento, annichilendo il contesto.
La retrospettiva su Mark Rothko fresca di vernissage – aperta fino al prossimo 1 marzo – è un piccolo grande miracolo museografico. Perché entrare nelle sale del Gemeentemuseum, casa del De Stijl magnificamente caratterizzata dall’estetica dell’epoca, presenta incognite difficilmente risolvibili; a maggior ragione se l’ambizione è quella di portare lavori – è il caso appunto di Rothko – che siamo spesso abituati a immaginare in contesti rigorosi. La liturgia funziona invece meravigliosamente bene anche qui, proprio qui; forse a maggior ragione qui: in sale che raccolgono e non disperdono, e nella serie di piccoli ambienti che si tramutano in cappelle votive, lasciando al fedele il giusto spazio per una contemplazione insospettabilmente intima.
Il termine di paragone è per noi italiani con la retrospettiva romana del 2007, gioiello messo in scena da Oliver Wick a Palazzo delle Esposizioni: il confronto non solo regge, ma se possibile alza verso l’eccellenza l’asticella di una qualità già in quel caso straordinaria. Al Gemeentemuseum, chissà se per osmosi ambientale, si bada al sodo: nessuna sbrodolatura, nessuna ridondanza, nessuna divagazione strumentale o fine a se stessa. Quaranta pezzi, se giusti, sono più che sufficienti a dimostrare in modo solido e convincente un intero percorso; anche se ricco, poliedrico, dinamico e quindi tormentato come quello di Rothko. Qui proposto in un inedito binomio con Piet Mondrian, idolo locale: nel museo che conserva la gran parte delle sue opere era quasi impossibile evitare un confronto, che non risulta però invasivo.

– Francesco Sala

 

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.
  • Daria

    Diteci di più del confronto con Mondrian!

  • Nepiambra

    Bell’articolo! Grazie