Rem Koolhaas a Taipei. Ecco il Performing Art Center che l’archistar ha disegnato per la tigre asiatica, Capitale Mondiale del Design 2016

Un cubo in vetro, corpo centrale al quale si agganciano tre diversi ambienti. Incastro che porta, grazie ad un articolato sistema di condivisione di infrastrutture non solo tecnologiche, a modificare e persino moltiplicare – a seconda delle esigenze – lo spazio. È un edificio dinamico, che vive e pulsa, quello presentato dallo studio Oma di […]

Il TPAC di Taipei in fase di costruzione. Courtesy of OMA – Foto Philippe Ruault

Un cubo in vetro, corpo centrale al quale si agganciano tre diversi ambienti. Incastro che porta, grazie ad un articolato sistema di condivisione di infrastrutture non solo tecnologiche, a modificare e persino moltiplicare – a seconda delle esigenze – lo spazio. È un edificio dinamico, che vive e pulsa, quello presentato dallo studio Oma di Rem Koolhaas e David Gianotten: ecco le prime immagini dal cantiere del TPAC, il Taipei Performing Art Center entrato nelle fasi calde della sua realizzazione. Da concludersi, secondo i programmi, nei primi mesi del prossimo 2015.
Tre teatri in uno quelli disegnati dallo staff di OMA in collaborazione con Kris Yao: strutture indipendenti l’una dall’altra, ma al tempo stesso strettamente correlate. I 1500 posti a sedere del Grand Theatre possono infatti arricchirsi degli 800 del Multiform Theatre, con un agile cambio di set che mette in condivisione il palco dell’uno e dell’altro, mixando le due platee in caso di spettacoli di particolare richiamo; lasciando la Proscenium Playhouse (altri 800 posti) alla sua programmazione.
Questa soluzione permette ai palcoscenici di sommarsi” spiega lo stesso Koolhaas, “il suo design offre i vantaggi della specificità propria di ciascuno spazio, ma anche la libertà dell’indefinito”.
Quello dello studio OMA è solo l’ultimo degli interventi che stanno cambiando il volto di una città destinata, nel 2016, a ricoprire il ruolo di Capitale Mondiale del Design; e che negli ultimi tempi ha premuto con decisione sull’acceleratore del restyling. Lo ha fatto con il concorso internazionale per il New Taipei City Museum of Art, 50mila metri quadri di superfici assegnati all’atelier BORONSKI+Jean-Loup Baldacci (secondo in graduatoria Kengo Kuma); e ancora con la Cicada, dell’eccentrico Marco Casagrande, spettacolare padiglione bio; con il Water-Moon Monastery di Kris Yao e il Baisha Wan Beach dello studio Wang Weijen.

– Francesco Sala

 

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.
  • angelov

    Harald Szeeman, citato da Hans Ulrich Obrist nel suo recente libro, “Fare una mostra”, accennando alla realtà di Monte Verità ad Ascona, luogo che divenne una colonia di artisti dove si incontravano molti protagonisti delle grandi imprese utopistiche nell’arte e nella società: “Ascona è un caso di studio su come si producono certe mete turistiche alla moda: prima occorre un gruppo di idealisti romantici, poi ci vogliono delle utopie sociali che attraggano artisti, poi arrivano i banchieri che comprano i dipinti e vogliono vivere dove vivono gli artisti. Quando i banchieri chiamano gli architetti, comincia il disastro”.