Ricordate la riforma Franceschini del Ministero della Cultura? Già si è arenata. Matteo Renzi non la fa arrivare in Consiglio dei Ministri

La riforma è stato l’argomento delle scorse settimane. E’ stata bollata da molti, e in parte anche da noi, come una riforma rivoluzionaria che metteva in discussione assetti che apparivano granitici fino al giorno precedente. Franceschini ci aveva lavorato a lungo (anche prendendo spunto in parte dal lavoro effettuato da alcune commissioni sotto il precedente […]

Dario Franceschini

La riforma è stato l’argomento delle scorse settimane. E’ stata bollata da molti, e in parte anche da noi, come una riforma rivoluzionaria che metteva in discussione assetti che apparivano granitici fino al giorno precedente. Franceschini ci aveva lavorato a lungo (anche prendendo spunto in parte dal lavoro effettuato da alcune commissioni sotto il precedente ministro Bray), ma forse ci aveva lavorato un po’ troppo in solitaria visto che il primo ministro Matteo Renzi non ci ha pensato due volte ad impallinare la riforma impedendone l’accesso al Consiglio dei Ministri (lì deve essere approvata per entrare in vigore, non occorrendo un passaggio in Parlamento).

Uno stop punitivo, dunque, per un ministro che si è preso troppe autonomie. Ma anche, a dar credito alle indiscrezioni del Corriere della Sera, uno stop di contenuto e di senso: il dispositivo franceschiniano, infatti, lascerebbe ancora troppo potere alle soprintendenze autentiche nemiche – non a ragione, ma a ragionissima! – del giovane capo del governo fiorentino. “Si tratta di poteri monocratici che decidono sulla vita dei cittadini passando sopra le scelte di coloro i quali i cittadini hanno eletto” ha detto in passato Renzi, aggiungendo che non possiamo lasciare una risorsa come la cultura a “organizzazioni ottocentesche come queste”. Con la Riforma Franceschini effettivamente le organizzazioni ottocentesche in questione (ma probabilmente nell’Ottocento c’era molta più intelligenza ed elasticità in chi aveva in carico la tutela e la valorizzazione dei beni culturali) mantenevano buona parte dei loro poteri, dei loro diritti di veto, delle loro assurde possibilità di bloccare trasformazioni urbane, sviluppi, cambiamenti, scelte. Dunque la riforma andrà revisionata.
Se così sarà, se lo stop avrà davvero dei motivi di contenuto e di visione, se servirà davvero a contenere ulteriormente e definitivamente l’anomalo strapotere delle soprintendenze, allora la battuta d’arresto avrà un senso e una qualità. Se invece si tratterà soltanto di rese dei conti politiche e di potere tra renziani e franceschiniani, beh, allora…
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Massimiliano Tonelli
È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena, dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web “Exibart”. Ha moderato e preso parte come relatore a numerosi convegni e seminari; ha tenuto docenze presso centri di formazione superiore tra i quali l’Istituto Europeo di Design, l'Università di Tor Vergata, l'Università Luiss e l’Università La Sapienza di Roma. Ha collaborato con numerose testate tra cui Radio24-Il Sole24 Ore, Time Out, Gambero Rosso, Formiche. Suoi testi sono apparsi in diversi cataloghi d’arte contemporanea e saggi di urbanistica e territorio. E' stato giurato in svariati concorsi di arte, architettura, design. Attualmente è direttore di Artribune.