Dal carcere ad una mostra allo Spazio Oberdan: le detenute dell’I.C.A.M. di Milano protagoniste del progetto di arte relazionale di Paola Michela Mineo

Incontrare Paola Michela Mineo è un po’ come leggere Jack London. Ogni sua parola trasmette l’articolata complessità della costruzione di un rapporto per sua natura ispido e difficile; la tensione di cui si carica un istante, la lunghezza spropositata di tutti i millimetri conquistati nell’avvicinamento tra l’una e le altre, in un corteggiamento di straordinaria […]

Paola Michela Mineo, Impronte Sfiorate allo Spazio Oberdan

Incontrare Paola Michela Mineo è un po’ come leggere Jack London. Ogni sua parola trasmette l’articolata complessità della costruzione di un rapporto per sua natura ispido e difficile; la tensione di cui si carica un istante, la lunghezza spropositata di tutti i millimetri conquistati nell’avvicinamento tra l’una e le altre, in un corteggiamento di straordinaria delicatezza. Non sono donne come tutte le altre quelle che Paola ha conosciuto all’I.C.A.M. di Milano, unica realtà detentiva italiana – la prima in Europa – che permette alle recluse con figli di età compresa tra i tre e i sei anni di simulare, insieme a loro, una condizione di vita il più possibile prossima alla normalità. Un carcere speciale, insomma: ma pur sempre un carcere. Dove l’intera gamma delle emozioni risulta amplificata fino allo stordimento, quasi producesse onde che rimbalzando sui muri saturano lo spazio. Non è stato facile proporre un progetto di arte relazionale all’interno di una realtà tanto complessa; non è stato facile portarlo a compimento lungo un tragitto durato quasi tre anni: facile, anzi facilissimo, valutarne i risultati, oggi esposti allo Spazio Oberdan.
Le detenute partecipano alle azioni performative proposte dall’artista, si fanno ingabbiare da maschere di gesso dalle quali escono con la disperazione di danze ancestrali; raccontano e si fanno riprendere, registrare, fotografare.
“Molte delle ragazze recluse sono di origine rom, tutte con un basso grado di istruzione e una conoscenza imperfetta dell’italiano” spiega Marianna Grimaldi, coordinatore socio-pedagogico dell’I.C.A.M., “per cui è spesso difficile anche solo parlare con loro. Il progetto di Paola ha sfatato il tabù del contatto fisico, così forte nella loro cultura, e ha così creato una insospettabile facilità di comunicazione”. La carezza, la stretta di mani, il fugace sfioramento diventano facilitatori relazionali, nuovi codici di un linguaggio non verbale che crea – sembra ironico usare questa parola riferita al mondo del carcere: ma non ce n’è una migliore – complicità. Quella stessa complicità che è il risultato più forte e duraturo di un’esperienza non a caso invitata diventare format, ad entrare in nuove carceri e nuovi contesti dove è drammatico il rischio della emarginazione sociale.   

– Francesco Sala

 

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.