Berlino, tempo di débâcle? Prime avvisaglie di crisi anche per l’art system. Joanna Kamm chiude, dopo altre gallerie cittadine…

Anche in Germania s’avverte odore di crisi. Pare. Magari solo un naturale arresto della crescita progressiva che da un decennio a questa parte ha conferito al Paese di Angela Merkel la leadership europea, grazie a un processo di riforme economiche e strategie politico-culturali assolutamente vincenti. O magari il boomerang della grande crisi europea, che, inevitabilmente, […]

Joanna Kamm con Daniel Hug - foto by artnet

Anche in Germania s’avverte odore di crisi. Pare. Magari solo un naturale arresto della crescita progressiva che da un decennio a questa parte ha conferito al Paese di Angela Merkel la leadership europea, grazie a un processo di riforme economiche e strategie politico-culturali assolutamente vincenti. O magari il boomerang della grande crisi europea, che, inevitabilmente, colpisce anche i segmenti più robusti. Il futuro? È legato a doppio filo anche ai destini della UE e alle parabole ascendenti o discendenti delle altre potenze sorelle. Secondo il Wall Street Journal, che qualche mese fa si esprimeva sul tema della crisi finanziaria internazionale, la Germania – insieme a Francia, Regno Unito, Australia e Canada – sarebbe tra i candidati eccellenti per il prossimo crash: produzione industriale in ribasso, dati delle vendite negativi, crescita Pil al rallentatore, invecchiamento demografico, aumenti dei costi dell’energia. Poca roba rispetto ai drammi di Italia o Grecia, ma il rischio c’è.
E il mondo dell’arte, nell’effervescente Berlino? Come sempre, all’attento osservatore fornisce elementi interessanti. Se la cultura fu elemento determinante negli anni dell’agenda Schröder, muovendo economie di vario tipo, è ancora la cultura a manifestare i primi, remoti segni di stanchezza. Nel settore privato, innanzitutto. Tradotto: le gallerie cominciano a chiudere. Martin Klosterfelde, nome di punta della scena locale e internazionale, già un anno fa serrava i battenti, mentre nel 2012 aveva alzato bandiera bianca lo spazio di Giti Nourbakhsch. Nei giorni scorsi è arrivato l’annuncio di Moeller Fine Art, pronta a fermarsi anche lei. E a fare scalpore, in queste ore, sono le comunicazioni ufficiali di Joanna Kamm. Fondatrice nel 2001 della Galerie Kamm, la brava e intraprendente gallerista ha rappresentato artisti come Kate Davis, Karl Larsson, Amy Granat, Lorna Macintyre, Michele di Menna, Simon Dybbroe Møller, Albrecht Schäfer; era stata per anni nel comitato di selezione di Art Basel e tra i co-fondatori di Berlin Contemporary, unica fiera della capitale tedesca dopo la chiusura di Artforum nel 2011. Insomma, un pezzo grosso.

Martin Klosterfelde
Martin Klosterfelde

Nel 2013, però, arrivarono le prime avvisaglie di un rallentamento. Sospesa la partecipazione a tutte le fiere d’arte internazionali, Joanna dichiarava di voler investire energie ed attenzioni sul programma indoor: un’operazione di razionalizzazione delle risorse, in favore della qualità della produzione. Poi la confessione: doversi dividere tra la passione del lavoro con gli artisti e le continue pressioni finanziarie, legate alla gestione di una galleria, era diventato insopportabile. Una condizione “frustrante”.  Oggi, la decisione ultima. Ultima mostra con Bernd Ribbeck e poi, il 27 settembre, l’addio.
È stata la mia aspirazione fin dall’inizio impegnarmi in un dialogo emozionante sulle questioni essenziali del nostro tempo”, ha dichiarato in un messaggio per i suoi amici e supporter, “sia all’interno della struttura di una galleria, sia attraverso un intenso scambio con gli artisti.  Questo dialogo e questo processo, che mi ha sempre spinto verso nuove direzioni, continuerà in futuro. Cambieranno le piattaforme, ma sicuramente incontrerò molti di voi in questo nuovo percorso“. Insomma, si prosegue, ma con meno oneri e rischi economici. Provando a dribblare la crisi che – forse – comincia a fare capolino. Anche per l’invincibile Germania.

–      Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.
  • Muflone

    Come al solito scrivete (male!) di cose che non conoscete affatto. Come si fa a sorprendersi dei problemi economici di una città notoriamente e storicamente povera come Berlino? Tornate a fare quello che sapete fare meglio, inutile e insipido gossip pseudo-artistico italiota.

    • mina

      quoto!!!!

    • Massimiliano Tonelli

      Non ci sorprendiamo affatto. Ne parliamo banalmente di problemi economici. Che Berlino sia città povera lo sanno anche i bambini distratti, il problema è proprio l’inverso: i progetti dello stato sono di trasformarla in una città affluente, più ricca, benestante. Sul modello di Londra, ipoteticamente. Questo sta facendo crescere affitti e perdere l’appeal di città povera ma cool (per dirla con il sindaco). E artisti e gallerie se ne vanno. Una tendenza che racconteremo presto, più ampiamente, su carta.

    • And

      Notoriamente povera?? Ma ci sei stato di recente? Vai nella parte ovest che pare di stare in una qualsiasi altra capitale nordeuropea, vai in quartieri come Charlottenburg o Mitte. La storia è cambiata rapidamente negli ultimi decenni….

  • È anche vero che per quanto città “povera” Berlino ha permesso lo sviluppo di un sistema di gallerie decisamente florido che andavano, e vanno tutt’ora, a cercare guadagni altrove, nonostante la città in sé sia più ricca ora che dieci anni fa. La domanda rimane: come mai certi galleristi decidono ora di chiudere la propria attività? Sicuramente ci sono motivazioni economiche ma non credo sia da sottovalutare quello che dicono i due proprietari di Contemporary Fine Art in una recente intervista: il sistema è completamente abgefuckt (http://goo.gl/3mztuC).

    • Matteo Vanni

      Perchè invece non dite che Isabella Bortolozzi ha aperto un secondo spazio in città o che ad esempio Anton Henning alla Loock Galerie ha venduto l’intero show durante la sola Gallery Weekend Berlin?

      È normale business, se parlate di débâcle è evidente che non avete capito come si lavora. Per inciso, chiudere un’attività non è una mossa sbagliata o una tragedia, bensì fa parte di un percorso.

  • Hugo stiglitz

    scusate, ma il daniel hug che voi dite “calciatore” (!?) nella didascalia della foto è in realtà un ex gallerista e direttore di una sezione di art cologne. Ora , magari avrà anche giocato a calcio (da piccolo),ma non credo sia considerabile come calciatore.

  • Dilettante

    A Berlino non esiste un grande circuito di collezionismo: anche se capitale della Germania, rimane sempre una città dell’Est.