E se i parchi di sculture all’aperto iniziassero a fare rete? Ne parla Renato Barilli in occasione di Mantova Creativa, nella videointervista esclusiva per Artribune

Mantova Creativa è arrivata quest’anno alla sua quarta edizione. Una cinque giorni di eventi, fino a lunedì 2 giugno, che ha animato le piazze e le strade, le vetrine dei negozi e i luoghi storici della città di Virgilio e Mantegna. Obiettivo: creare una connessione tra il mondo dell’impresa e quello della creatività. Nel profluvio […]

Mantova Creativa è arrivata quest’anno alla sua quarta edizione. Una cinque giorni di eventi, fino a lunedì 2 giugno, che ha animato le piazze e le strade, le vetrine dei negozi e i luoghi storici della città di Virgilio e Mantegna. Obiettivo: creare una connessione tra il mondo dell’impresa e quello della creatività. Nel profluvio di appuntamenti che si sono susseguiti a ritmo incalzante, le arti visive hanno forse trovato uno spazio ancora ridotto, ma proprio questa edizione ha segnato una decisa svolta in tale direzione. Numerose le proposte espositive, di qualità certo altalenante, ma con alcune piacevoli sorprese soprattutto nelle scelte allestitive. Una prima idea potrete farvela sfogliando la fotogallery.

Tra gli eventi più significativi su questo versante, è la seconda tappa del progetto Parco dell’Arte, pensato per rivalorizzare tramite l’arte contemporanea un luogo di grande rilevanza paesaggistica, ma facilmente trascurato tanto dai turisti quanto dalla cittadinanza. Il progetto (nato nel 2013 e curato da Manuela Zanelli) si sviluppa attraverso un bando aperto a tutte le proposte: per questa seconda edizione sono state selezionate otto opere, entrate a far parte in via definitiva della collezione del parco. Tra di esse è stato poi proclamato un vincitore (Leonardo Nava), che si è aggiudicato il piccolo (ma non trascurabile) compenso di 3mila euro. A raccontarci più nel dettaglio il progetto è stato Renato Barilli, membro della giuria del Premio. E se nelle sue parole non sono mancati gli appunti critici, si è anche profilato l’obiettivo più ambizioso: dar vita, proprio a partire da Mantova, a una rete italiana dei Parchi di sculture all’aperto.

– Simone Rebora

www.mantovacreativa.it

 

 

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Simone Rebora
Laureatosi in Ingegneria Elettronica dopo una gioventù di stenti, Simone capisce che non è questa la sua strada: lascia Torino e si dedica con passione allo studio della letteratura. Novello bohémien, s’iscrive così alla Facoltà di Lettere a Firenze, si lascia crescere i capelli, cambia guardaroba e conclude il suo percorso con una tesi sul Finnegans Wake e la teoria della complessità. Perplesso e stranito dal gravoso delirio filosofico, precipita nel limbo del mondo giornalistico, impiegato presso una piccola agenzia di stampa. È qui che inizia suo malgrado a occuparsi di arte, trovando spazio su riviste quali “Artribune” ed “Espoarte”, e scrivendo per l’inserto culturale del (defunto) “Nuovo Corriere di Firenze”. Attualmente vive a Verona, per un PhD in Scienze della Letteratura. Non vede l’ora di lasciarsi tutto ciò alle spalle.
  • emanuela

    L’ennesimo premio a pagamento (!) e l’ennesimo parco di scultura all’aperto dove si fa arte come se gli anni ’60 e ’70, e la ricerca artistica in quest’ambito, non fossero mai esistiti. Peccato.

  • pino Barillà

    Giuseppe Uncini,Richard Serrà, Christo e tanti altri scultori sono stati i maestri di una nuova era. Sono passati decenni e ancora non si è
    aperta una nuova fase per la scultura.

    • angelov

      Forse perché le leggi del mercato internazionale dell’arte sembrano più a favore della pittura, o di forme più astratte di espressione.

      • pino Barillà

        Lasciamo fuori il mercato.

        Osserviamo prima l’artista e poi la sua arte oggi sembra non riuscire a proiettarsi in una dimensione “evolutiva” rispetto all’era in cui è contestualizzata. Nuove tecnologie si sono ormai ampiamente diffuse, persino nel nostro vivere quotidiano, ma il prodotto artistico si ripete. Le opere che ci vengono presentate risultano mutate nella ricerca ma
        sempre nel solco dei linguaggi proposti anni prima daartisti già storicizzati.

        • angelov

          Ciò che è cambiato, è il rapporto con la Materia, che dopo i vertiginosi progressi della scienza, sembra non avere più segreti per l’uomo, ma neanche è più fonte di sorpresa e meraviglia.
          Se si pensa a dei grandi artisti come Mueck o Hirst, piuttosto che a Deacon o a certi lavori di Cattelan, sembra che la Materia usata serva a descrivere la forma, più che ad incarnarsi in essa, e questo risente molto della dimensione virtuale in cui si vive oggi.
          Se si pensa anche che Serra, Kounellis e Hirst vengono dalla pittura; Bowie, Eno e Byrne vengono dal liceo artistico e sono passati alla musica; Albers, Warhol e Max Bill vengono dalla grafica e sono diventati pittori, questo “shifting” tra le discipline artistiche rende molto più problematico decifrare il contemporaneo, mentre lo si vive, ed identificare con certezza i suoi protagonisti, i quali, tra l’altro, non possono che trarre giovamento da tutto questo.
          Richiama un po’ la visione filosofica di Heidegger, se non sbaglio; ma è ormai l’1 di notte.
          Arrivederci a presto.