Marina Abramović torna a Ginevra: fotogallery e impressioni dal Centre d’Art Contemporain, dopo trent’anni dall’ultima perfomance

L’odore del legno arriva solo in un secondo momento. Sopraffatto, al secondo piano del Centre d’Art Contemporain di Ginevra, da quello dolce e feroce delle polveri di metallo, che resterà per sempre tatuato sulla pelle di questa vecchia fabbrica strappata all’inedia e regalata alla creatività. Ma poi, quel profumo leggero, arriva. Si alza da dall’incrocio […]

Marina Abramovic, Counting the rice - Centre d'Art Contemporain, Genève

L’odore del legno arriva solo in un secondo momento. Sopraffatto, al secondo piano del Centre d’Art Contemporain di Ginevra, da quello dolce e feroce delle polveri di metallo, che resterà per sempre tatuato sulla pelle di questa vecchia fabbrica strappata all’inedia e regalata alla creatività. Ma poi, quel profumo leggero, arriva. Si alza da dall’incrocio perfetto di linee che Daniel Libeskind ha tracciato sul pavimento della sala, creando con la complicità tutta italiana di Moroso una struttura che rimanda alle panche delle parrocchiali e ai banchi delle elementari: un incrocio articolato che sfrutta i punti di fuga dello spazio per cui è pensato, si appropria delle sue prospettive e le moltiplica seducente, nel più perfetto dei site specific. Un po’ chiesa un po’ scuola, dunque: teatro perfetto per accogliere il ritorno di Marina Abramović in città, a quasi trent’anni da quella che fu l’ultima perfomance con Ulay prima dello struggente addio consumato passo dopo passo sulla muraglia cinese. Liturgia ed educazione. Termini chiave per la nuova definitiva stagione dell’artista slava, che prima di rinchiudersi a giugno a lavorare alla Serpentine di Londra, porta nel cuore dell’Europa il suo Counting the rice, libero esercizio collettivo aperto alla città. Sul piano del banco di Libeskind, versati a distanze regolari, mucchietti che mescolano chicchi di riso bianchi a lenticchie nere. Una matita rossa. Qualche foglio. L’esercizio è semplice: ci si siede, si separano i cereali, si contano le unità di ciascun nuovo gruppo, si scrive il risultato. Non ci sono le folle che hanno preso d’assalto il MoMA per The Artist is Present:  la ripetizione meccanica del gesto induce a ingoiare se stessi, distruggere ogni percezione di ciò che ci circonda, compiere un passaggio decisivo verso quella coscienza del proprio corpo in rapporto al tempo che è alla base della filosofia del MAI. Ed infatti Counting the rice offre l’assist per la presentazione ufficiale dell’Institute che Abramović sta creando ad Hudson, due ore di auto da New York, in un vecchio teatro che si sta facendo fare il lifting da Rem Koohlaas, e che troverà proprio in Scozzerà il suo avamposto europeo. Chiesa e scuola, nell’aula dove si compie l’esercizio; chiesa e scuola nel piccolo Cinema Dynamo, creatura con cui Andrea Bellini ha aperto ancora di più il Centre alla città, partendo proprio da progetti e programmi rivolti ai ragazzi. Marina spiega il senso del suo nuovo lavoro: una missione, una filosofia. Perché l’educazione del pubblico a entrare in sintonia con le perfomance di lunga durata – siano esse le quindici ore del Ring di Wagner o The Clock di Marclay – significa aprire la porta di una nuova e più matura consapevolezza del sé. In un processo che risulta sempre più chiaro, limpido, coerente con il percorso di chi è partito esprimendosi attraverso un linguaggio del corpo aggressivo, sferzante, brutale. Nell’epoca del botox, delle depilazioni a luce pulsata, dell’ossessiva sfida chimica all’invecchiamento, ma anche della rarefazione dei rapporti figlia del digitale quanto risulterebbe sfasata, fuori tempo massimo, un’artista che si incide carne e pelle, che maneggia ossa e sangue? E quanto invece sa parlare di noi, delle nostre continue ansie da prestazione, della nostra invincibile inadeguatezza una figura che tenta la strada di un controllo armonico ma non ascetico, estremo ma non estremizzato, nell’utopica costruzione di dinamiche equilibrate, gentili, delicate. Marina parla, racconta del coinvolgimento di artisti e scienziati nel suo istituto, del sostentamento all’operazione che arriva attraverso il crowdfunding, di cosa sarà domani. Intanto, due piani sotto, continua incessante la conta dei chicchi.

– Francesco Sala


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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.
  • angelov

    Potrebbe sorgere spontanea la domanda: “Ma che senso ha il voler insegnare qualcosa a persone già tanto acculturate?”
    In realtà, le ferite subite nella rincorsa delle proprie ambizioni verso il raggiungimento di quella “popolarità” da tutti così tanto ambita, dovrebbero essere tenute celate, e non esibite.