Il mistero delle Piramidi. Ricercatori olandesi svelano il segreto che consentiva agli Egizi di spostare le enormi pietre necessarie alla costruzione

Acqua. Banalmente, acqua. Sarebbe questa la chiave per risolvere uno dei misteri più antichi della storia: una di quelle domande che ognuno di noi si è posto anche più volte nel corso della vita. Come facevano gli antichi Egizi a spostare le enormi pietre necessarie alla costruzione delle Piramidi, senza ausili meccanici e tecnologici sviluppati […]

Acqua. Banalmente, acqua. Sarebbe questa la chiave per risolvere uno dei misteri più antichi della storia: una di quelle domande che ognuno di noi si è posto anche più volte nel corso della vita. Come facevano gli antichi Egizi a spostare le enormi pietre necessarie alla costruzione delle Piramidi, senza ausili meccanici e tecnologici sviluppati soltanto secoli dopo? Ovviamente, nel corso del tempo si sono fatte le ricostruzioni più varie, alcune solo fantasiose, altre – alle quali non è estraneo il mitico conduttore televisivo nostrano Roberto Giacobbo – fantascientifiche fino a sconfinare nel comico, con il coinvolgimento di extraterrestri.
Ora la questione pare essere stata presa sul serio da un pool di studiosi olandesi, fisici dell’Università di Amsterdam e della Fondazione FOM (Fundamental Research on Matter): che hanno pubblicato i risultati delle loro ricerche il 29 aprile sulla rivista Physical Review Letters. Ebbene, come accennavamo in apertura, la chiave risiederebbe proprio nell’utilizzo, durante le operazioni di trasporto, della giusta dose di acqua. Gli esperimenti, supportati da riscontri laboratoriali, hanno dimostrato che la sabbia, inumidita con la giusta quantità di acqua, opponeva alle slitte su cui erano caricati i massi pesanti anche 2,5 tonnellate una resistenza del 50% minore rispetto alla sabbia asciutta.
Nello specifico, applicando la “giusta quantità” di acqua, la sabbia bagnata diventa circa due volte più rigida: e questo impedisce alla sabbia da accumularsi davanti della slitta, facendola scivolare più facilmente. A conferma della teoria ci sarebbe anche un dipinto murale nella tomba di Djehutihotep, che mostra con chiarezza – si veda l’immagine nella gallery – una persona in piedi sulla parte anteriore della slitta, impegnata a gettare acqua sulla sabbia proprio davanti al mezzo.

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Nel 2007 ha curato la costituzione, l’allestimento ed il catalogo del Museo Nino Cordio a Santa Ninfa (Tp). Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. Ha collaborato con diverse riviste specializzate, e nel 2008 ha co-fondato il periodico Grandimostre, del quale è stato coordinatore editoriale. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Fa parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.
  • angelov

    Esiste un’altra teoria, dovuta ad un team di studiosi dell’Università di Kunz in Germania, e diffusa già negli anni sessanta che, basandosi sulla interpretazione del medesimo dipinto murale nella tomba di Djehutihotep, arrivò alle medesime conclusioni, ma con l’eccezione che, al posto di semplice acqua versata sulla sabbia, per far scivolare meglio le slitte, che trasportavano gli enormi massi di pietra, veniva invece utilizzato dell’olio di gomito.