Diario d’artista: giorno terzo. Giovanni Gaggia racconta la residenza di Regina José Galindo al Rave Village Artist Residency

Si dice che il mattino abbia l’oro in bocca, ma stamane fatico a comprenderlo.  I pensieri si sovrappongono in un ordine non ben definito mentre percorro in solitudine la strada per Torreano. Due momenti della giornata di ieri ritornano insistenti, il lungo applauso che il pubblico di Casa Cavazzini, profondamente colpito, ha dedicato a Regina […]

Si dice che il mattino abbia l’oro in bocca, ma stamane fatico a comprenderlo.  I pensieri si sovrappongono in un ordine non ben definito mentre percorro in solitudine la strada per Torreano. Due momenti della giornata di ieri ritornano insistenti, il lungo applauso che il pubblico di Casa Cavazzini, profondamente colpito, ha dedicato a Regina José Galindo, ed il mio risveglio dalla pennichella pomeridiana con lei che entra in salotto e, trovandomi disteso sul divano coperto con un telo rosso, si avvicina per gioco fingendo di raccogliere il mio respiro. Per me è stato come recuperare il senso di Exhalación, una profonda condivisione per la quale, in fondo, sono qui.
Il lavoro di oggi è incentrato principalmente sulla preparazione di La oveja negra (La pecora nera), performance che l’artista sta valutando nei minimi dettagli.Siamo circondati da una natura potente, che chiede fatica a chi la abita, ma anche a chi ne voglia strappare una seppur minima partecipazione. Regina cerca la terra, il contatto fisico con essa e, con fare sciamanico, ne saggia l’essenza come in un rito primordiale. Mentre mi nutro di queste sensazioni, penso a Pasolini che in questi luoghi ha trascorso gli anni decisivi della sua formazione giovanile. E mi perdo in questa totale poesia…

– Giovanni Gaggia

 

 

  • angelov

    Rispettata, protetta ed anche vezzeggiata, come al tempo in cui durante la repressione in Cile, venivano accolti in Italia i rifugiati politici dal sud america.
    Ma esiste un divario purtroppo insanabile tra questi due ambiti, quello dell’arte e quello della politica, che se sottovalutato o troppo esaltato, può portare a malintesi dalle conseguenze imprevedibili, che spaziano dal tragico e doloroso, al ridicolo e, se non addirittura, al grottesco.

  • Tiziana Pers

    gentile angelov, sono una delle fondatrici della RAVE Residency, e ho avuto la fortuna e l’onore di conoscere e lavorare con Regina Josè Galindo.
    veramente non capisco il suo commento.

    • angelov

      Il mio commento è conseguenza della mia visita, qualche settimana or sono, del Padiglione di Arte Contemporanea di Milano (PAC), dove era allestita la grande mostra di Regina Josè Galindo.
      Premetto che non è mia intenzione di redarre qui una Tesi sul tema dell’estetizzazione della politica, piuttosto che della politicizzazione dell’arte etc che considero due tipi di manipolazione della dabbenaggine degli spettatori, sempre più confusi dagli incomprensibili statements dell’arte contemporanea.
      Guardi, la mia è un’opinione terra terra, la più banale che troverà sul mercato: ho lavorato in passato per alcuni anni come custode all’interno di tutti i musei milanesi, PAC compreso, e quando ritorno a visitarli, chiedo ai miei ex colleghi un’opinione riguardo al lavoro esposto. Sta di fatto che semplici persone, come un guardiano, che deve stare per otto ore a fare la posta a che nessuno prenda a calci una cassa da morto, come quelle esposte così crudamente dalla suddetta artista, e che incomincia a manifestare sintomi di depressione, può dare da pensare, non le pare? ma sopratutto è la frustrazione di queste persone, e non solo per una mostra come quella di cui stiamo parlando, ma di altre ancora, ad esempio quella del molto blasonato Christian Boltansky.
      E pensare che questi artisti hanno a cuore la sensibilità di quello che loro pronunciano sempre con la bocca piena, e cioè “il Popolo”; si, ma inteso come una collettività dove gli unici individui non ancora omologati sono proprio se stessi.
      Ma lei pensa che Garcia Lorca, nel Lamento per la morte di Ignacio, piangesse solo il suo torero, e non volesse invece far trasparire poeticamente tutti i lutti e gli orrori della guerra civile spagnola?
      O Marquez, che con quella famosa favola che ha inizio con una fucilazione, ci ha intrattenuto con ironia e ci ha fatto partecipi di quella realtà in modo così delicato, ma altrettanto indelebile?
      Ma forse oggi, che è di moda fare le cose velocemente, un po’ di splatter non stona…

      • Tiziana Pers

        la crudezza è una delle cifre stilistiche della Galindo, certamente. ma non riesco a vederlo con un’accezione negativa.
        perché al tempo stesso (calzanti i suoi esempi, ma non per contrapposizione) quando la Galindo parla degli orrori del suo paese, parla di ogni dolore. non c’è divario.
        anzi il suo è nello specifico è esattamente un corpo sociale in quanto inserito in una rete della quale facciamo tutti parte, nessuno escluso: dal custode del museo alla donna maya violentata.
        e altrettanto ogni azione e ogni installazione si fanno veicolo non di messaggio di morte, bensì al contrario di ideali come resilienza e resistenza.

        • angelov

          Gentile Tiziana Pers, non posso che ringraziarla per aver tenuto conto del mio punto di vista, rispondendo al mio commento.
          Stia bene.

    • Ruote telluriche

      Provi a rileggerlo : a me sembra molto chiaro

      • Tiziana Pers

        a me no.