Italiani all’estero. Gian Maria Tosatti torna a New York. Un’installazione all’Hessel Museum indaga le contraddizioni dell’identità americana. Foto e video in anteprima

Un rapporto che continua, quello tra Gian Maria Tosatti e New York. Fatto di lunghi momenti d’osservazione, di brevi fughe, di esplorazioni e di meditazioni. Un dialogo  affilato col tessuto identitario di un luogo: la sua storia, i suoi edifici, i suoi ricordi, i volti e i gesti che si sono sedimentati. Tosatti aveva già […]

Gian Maria Tosatti - HomeLand - Hessel Museum - environmental installation - 2014

Un rapporto che continua, quello tra Gian Maria Tosatti e New York. Fatto di lunghi momenti d’osservazione, di brevi fughe, di esplorazioni e di meditazioni. Un dialogo  affilato col tessuto identitario di un luogo: la sua storia, i suoi edifici, i suoi ricordi, i volti e i gesti che si sono sedimentati.
Tosatti aveva già realizzato due installazioni al Lower Manhattan Cultural Council, su quell’isoletta chiamata Governors Island, dove un tempo crescevano, a pane e disciplina, i cadetti dell’esercito americano. E dove adesso arrivano, al loro posto, giovani artisti in residenza. Lavorando come di consueto con l’anima segreta di spazi densi di memoria, Tosatti aveva ragionato sul senso della solitudine, delle illusioni coltivate e del vuoto esistenziale, consumati nel cuore di una città-vertigine.
Quella stessa città a cui adesso dedica un altro progetto, commissionato dall’Hessel Museum of Art. Ancora una stanza, da esplorare da soli, in silenzio, come in un varco spazio-temporale. Lasciando fuori il rumore del quotidiano. Ambiente spoglio e un senso malinconico diffuso, quasi una patina tra il grigio ed il seppia, a inghiottire i muri, il mobilio povero, gli occhi dei visitatori. L’armadio, la sedia, il lavabo, l’orologio, sono arredi anni Cinquanta, tipici degli uffici pubblici newyorchesi: un balzo indietro fino al maccartismo, con quell’idea di libertà sempre sventolata, e insieme quello stato di tensione fredda che nutriva la guerra al comunismo. E dunque il sospetto, il controllo, l’occhio opaco del potere.

Ancora contraddizioni, per Tosatti, legate all’identità americana ed esplorate come si esplora una stanza, un simbolo, un ricordo. Nel vuoto di uno spazio che non ha più ragione né funzione: camminarci è sentirsi, in qualche modo, osservati. Controllati. Come se qualcuno potesse sbucare da una porta immaginaria. Le ante del piccolo guardaroba saranno, per i più curiosi, l’esca perfetta. Aprendole, e appurata l’assenza del fondo, come in una fiaba d’infanzia ci si inoltra in un cunicolo buio, che porta chissà dove. Nove metri da percorrere per poi trovarsi al punto di partenza. Stavolta, però, dietro l’invisibile cabina di regia. Lo specchio appeso al lavandino è adesso la finestra da cui si osserva la stanza, sapendo di non essere visibili all’ipotetico, successivo visitatore.
E da osservati si diventa osservatori, in uno switch. Il ruolo s’inverte e la logica del sospetto, dispiegata tra massa e potere, si fa ambivalente. In un cortocircuito che dischiude l’angoscia, sussurrando domande nuove.

Helga Marsala

Gian Maria Tosatti, HomeLand
a cura di Cloé Perrone
Hessel Museum of Art – 33 Garden Rd, Annandale-on-Hudson, New York
opening: 13 aprile 2014, ore 13-16
fino al 25 maggio, 2014
www.bard.edu

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Helga Marsala
Helga Marsala è giornalista, critico d'arte contemporanea e curatore. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Oggi membro dello staff di direzione di Artribune, è responsabile di Artribune Television. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanee. È stata curatore nel 2009 dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico di SACS nel 2013, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura progetti espositivi presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali, specificamente delle ultime generazioni.
  • Rinaldo

    pure gli artisti peró…
    ecchecchez

  • R.R.

    Wow!!

  • Beh Luca, tutto si può dire, tranne che Tosatti non sia disponibile al confronto e all’approfondimento critico sul suo lavoro. Con me è stato disponibilissimo:
    http://vincenzomerola.blogspot.it/2014/01/tre-domande-gian-maria-tosatti.html
    Se ti interessa la mia opinione, per quello che può contare, i tuoi interlocutori si irritano per il tuo atteggiamento, non perché tu vada a toccare un qualche nervo scoperto. Un tempo apprezzavo il tuo blog: quando dialogavi con Di Pietrantonio, Vettese, etc. si percepiva lo sforzo di comprendere e studiare a fondo alcuni meccanismi. Ci sei riuscito per un periodo, con uno sguardo forse un po’ ingenuo ma con sincera buona volontà. Ora hai la pretesa di generalizzare e vorresti vedere il marcio ovunque, per emergere con le tue certezze assolute. Mi sembra normale che nessuno sia disposto ad immolarsi per dimostrare le tue presunte verità. Ritrova la volontà costruttiva, non è necessario distruggere tutto per trovare il proprio spazio. Con affetto.

    • Alex Gianotti

      Tostati e’sempre disponibile ai confronti. Mancando il lavoro deve sostenersi con la dialettica e li è’ un maestro!!

  • Francesca Blandino

    Romanticismo malinconico a parte, la narrazione della parte silente della storia non necessita di ardite imprese costruttive, né di scenografici effetti. Lo spazio, contenuto e contenitore di memorie, è di per sé un oggetto narrante. Gian Maria Tosatti, consapevole della capacità discorsiva dello spazio, costruisce ambienti che camminano in punta di piedi, fragili e preziosi, il cui silenzio disarmante conduce l’immaginario dello spettatore verso memorie sopite, mai dimenticate. Il passato come sguardo sul presente.

  • Paolo

    uguale a GREGOR SNEIDER

    • Plateaincerta

      Confermo!

  • dico

    quanta mediocrità! ma poi quante stronzate si possono scrivere per compiacere un amico? vergognatevi! artribune addio! mi raccomando censurate…(ridicoli)

    • Placentia Arte

      l’esempio di Luca Rossi dimostra come il sistema lavori per la mediocrità. Un progetto realmente provocatorio e politico (sulla capacità di vedere quello che accade) viene più o meno consapevolmente messo all’angolo. Mettere in mostra oggetti dell’Ikea dovrebbe quando meno far sobbalzare.

      E’ normale che negli ultimi anni niente possa uscire da una mediocrità generale e generalizzata. Un giovane intelligente tende a non occuparsi di arte, già è difficile in altri settori. Ma il progetto di Luca Rossi (che è appunto lo scemo del villaggio) a Piacenza è invece incidente, e bisogna sempre lavorare così, nonostante il deserto che abbiamo intorno.

      • Luca B

        oggetti IKEA ? mamma mia, ma è proprio un genio. Mi spiace per te Placentia Arte…. ma LR è ormai già morto e sepolto

        • Placentia Arte

          Placentia Arte comunica che oggi Luca Rossi è risorto !!

  • francesco pantaloni

    ma è vero ! anche a me ricorda troppo il tedesco Gregor Schneider !

  • giorgio

    davvero, pretenzioso questo lavoro che ha un’estetica di 50 anni fa, come fosse una cotonatura dei capelli alla marylin. il vintage ha stancato…

  • Gisella

    Quelli che scrivono contro Artribune sono divertenti. A sentire loro, pare che la redazione scriva di Tosatti perché in qualche modo ne sostiene (immeritatamente, secondo loro) il lavoro. E non prendono in considerazione il fatto che il motivo per cui, immagino, Artribune ne abbia scritto è perché Tosatti è uno dei pochi italiani che ha una personale nel museo del più importante college per curatori al mondo. Museo che, tra parentesi, è uno dei più importanti degli Stati Uniti proprio per la sua qualità di ricerca.
    Ora, Tosatti potrà anche stare antipatico a qualcuno (dicono che abbia un pessio carattere…), e qualcuno potrà benissimo non amare il suo lavoro. Ma penso che al limite bisognerebbe prendersela con un grande museo americano per averlo invitato, piuttosto che con una rivista che giustamente fa il suo dovere dando notizia dell’evento.
    Però dire che i musei americani sono amici di Tosatti, o che sostengono solo certi gruppetti di amici italiani è un po’ più difficile.
    Per cui, per quanto mi riguarda, da italiana sono molto contenta che un artista del nostro paese abbia conquistato stima anche oltreoceano.
    Che sia colpa di Artribune questa infatuazione degli americani per Tosatti? Se fosse così sarei ancora più contenta, perché vorrebbe dire che c’è una rivista italiana fa tendenza fra i pezzi grossi del sistema americano. Grande Artribune!!! Mi raccomando, cercate se potete anche di selezionare gli artisti della prossima Biennale e della prossima Documenta. E mi raccomando… metteteci più italiani del solito… confido in voi.

    • x

      non è un museo, ma un programma curatoriale che offre agli studenti la possibilità di esporre un artista di cui si apprezza il lavoro, senza alcun budget tra l’altro, visto che il caro T. ha dovuto personalmente reperire i fondi per la sua stessa partecipazione alla mostra

      • Gisella

        Mi sa che sei poco informato X.
        Non sai neanche cosa siano il CCS Bard e l’Hessel Museum.
        Ma non mi stupisce.
        Questo è il livello di certi commenti. Sparare cavolate tanto per spararle.
        Però Tosatti lo devi conoscere bene se dici che è un fascista.
        A me pare che il suo lavoro dica tutt’altro.
        Ma tu magari lo conosci personalmente anche fuori dal lavoro. Sono sicura.
        Io pensavo che fosse comunista perché l’ho visto mangiare dei bambini una volta. Ma dev’essere stato solo per golosità…. Oppure è davvero il tramonto delle ideologie!

  • x

    Vergogna artribune , una cosa è promuovere l’arte e gli autori , un altra è utilizzare la forza mediatica della rivista per promuovere indipendentemente dal valore dei progetti. Tosatti è un “aristocratico” dell’ultima ora con tendenze fasciste, lo sanno tutti… gli state facendo solo del male così ..

  • gino

    Tosatti e’ stato invitato dalla curatrice Cloe’ Perrone a fare una mostra perche’ la Perrone studia al Bard, in Italia Cloe’ lavora a Roma alla fondazione Memmo, in contemporanea al Bard c’e’ anche la mostra di Francesco Simeti curata da un altro giovane curatore italiano.

    • State parlando solo di luoghi (musei importanti?) e pubbliche relazioni (lei che lavora da lui che ha curato l’altro). Parliamo dell’installazione, parliamo dell’opera. E di come sia intrisa di retorica anni 50-60. Un’archeologia del ready made. Nulla di male. Anche su Facebook guardiamo e siamo guardati, ma ovunque e sempre ormai. Quindi non si tratta di lavorare su citazioni retoriche ma su modi e atteggiamenti per gestire quello che ormai è ampiamente assodato e superato. Oggi il giovane è debole, soprattutto se vuole fare l’artista. E quindi si tende a rifugiare in una retorica passatista, quasi per essere accettato. Ma io scrivo questo per stimolare Tosatti, non per distruggere il suo lavoro. Da 20 anni in italia non si capisce questo, e un sistema matrigno (che non critica mai) ha illuso e deluso.

      • Salieri

        era così anche nel Cinquecento, e nel Seicento

        i mediocri scimmiottavano i campioni (che nascevano una volta ogni due o tre morti di papa OVVIAMENTE) e provavano ad emergere attraverso le pubbliche relazioni
        e spesso ci riuscivano
        SOLO PER POCO PERÓ!

        MA DI COSA STIAMO PARLANDO???
        QUANTO È MEDIOCRE QUESTA POLEMICA

        • Il fatto che fosse così non giustifica una pratica sbagliata. Soprattutto oggi, che viviamo una saturazione euna sovraproduzione di opere/progetti, è fondamentale tentare di fare le differenze fra le cose. Parliamo di questa installazione. Di questa arecheologia del ready made anni 50, per poi entrare in un finto armadio e scoprire di essere diventati coloro che guardano la scena dallo specchio. Parliamone. Dove stanno le contraddizioni americane? Vogliamo parlare ancora di guerra fredda e maccartismo?

  • Pino

    A me pare che questo lavoro faccia il punto su un tema molto attuale. La sorveglianza è un problema che appunto attraversa Google, Amazon, Facebook e che è esploso nel caso Datagate in America e non solo…
    Questo lavoro però mi pare che voglia sfuggire alla cronaca giornalistica per legarsi ad un momento topico legato a questo tema in occidente, cioè quello del maccartismo americano, che in Italia s’è sentito poco, ma lì è stato un vero trauma. Mi pare che Tosatti voglia partire da quel punto come per rintracciare l’origine della questione, il momento da cui tutto è nato, almeno in modo massivo. Ma mi pare anche che al di là di un’intenzione che immagino dichiarata visto che è citata nell’articolo o che forse è solo una deduzione della giornalista, non ci siano neppure grandi riferimenti all’America degli anni ’50. Forse un po’ gli arredi della stanza, ma a me anche quelli paiono abbastanza fuori dal tempo. Quindi il lavoro mi pare più che altro una riflessione intima che fa lo spettatore trovandosi nell’ambiguità di essere osservato e osservatore. Per cui sì, c’è attualità politica, ci sono dei riferimenti storici. Ma prima di tutto mi pare che questo sia un lavoro sul voyeurismo da cui siamo tutti affetti. D’altra parte non sono solo i capoccioni di Facebook a controllarci. Siamo anche noi che passiamo ore a spiare nelle vite degli altri su quella piattaforma. Mi ricorda il film “Le vite degli altri”. Un capolavoro. E anche lì, la DDR era solo la cornice. E nessuno ha parlato di rassicurante estetica passatista. La Germania Est e la Stasi in quel film erano un espediente narrativo per raccontare appunto le vite e i sentimenti degli uomini e del protagonista. Chi non lo ha capito, beh….
    Comunque, detto questo… ognuno resti della sua opinione.