Ritorna a Milano l’Affordable Art Fair: prime immagini da Zona Tortona, consueta piattaforma per l’appuntamento con il mercato a portata di tutte le tasche. Anche se per le opere che davvero funzionano qualche soldo bisogna pur spenderlo…

Ogni volta che metti piede all’opening dell’Affordable Art Fair senti risuonare, insistente e tambureggiante sopra il dj set di sottofondo in puro stile happy hour alla milanese, il vecchio adagio delle brave nonne e zie. Che mettono in guardia dai facili entusiasmi: certo, un paio di scarpe di pezza da HM costeranno pure sotto i […]

Carmine Caputo di Roccanova

Ogni volta che metti piede all’opening dell’Affordable Art Fair senti risuonare, insistente e tambureggiante sopra il dj set di sottofondo in puro stile happy hour alla milanese, il vecchio adagio delle brave nonne e zie. Che mettono in guardia dai facili entusiasmi: certo, un paio di scarpe di pezza da HM costeranno pure sotto i dieci euro… ma non penserai mica di tirarci tutta una stagione, vero? Fatte le debite proporzioni, se le care nonne e zie bazzicassero un minimo d’arte porterebbero a casa da Zona Tortona più o meno lo stesso adagio: va bene l’abbordabile, passi il low cost, ma alla fine della fiera – in senso letterale – se un lavoro funziona per davvero lo devi pagare come tale, non te lo regalano. E così, in maniera più accentuata rispetto alle edizioni passate, si scava il solco tra le gallerie che giocano e quelle che lavorano; tra gli artisti che vivono e sopravvivono della propria creatività e gli altri che scherzano, riempiendosi – o facendosi riempire – il frigorifero in base a dinamiche che, per quanto legittime, niente hanno a che vedere con l’arte. Stendiamo una trapunta pietosa su questi ultimi, anche se – lo diciamo per il bene della fiera stessa – sarebbe opportuno a un cero punto distinguere con rigore gli stracci dalla seta; meglio concentrarsi allora sulle proposte che incuriosiscono ed esprimono valori più che accettabili. Come tali giustamente piazzati a cifre che non saranno da milionari, ma nemmeno da offerta della LIDL.
Piacciono le proposte straniere: dalla catalana Villa del Arte (con i delicati mobile di Lukas Ulmi e le foto di Willy Rojas) all’olandese De Kunst Salon (intriganti le calligrafie pop di Gea Karhof); ok Stefano Ricci per la genovese Il Vicolo, intriganti gli scatti di divi d’altri tempi – si passa da Claudia Cardinale a Walter Chiari – scovati dalla bolognese Interno 11 nell’archivio privato di Chiara Samugheo. Ruffiano quanto basta, ma tutt’altro che banale, il progetto Les Parfums de Revolte di Hayat, che presenta con la parigina Galerie Vivendi le sue scatole in plexiglas con fantasmagoriche sindoni di Chanel N°5, ognuna intitolata a un episodio della Primavera Araba…

– Francesco Sala


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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.