L’arte in tv secondo Aldo Grasso per una giornata di studi alla Triennale di Milano, da Ragghianti a Sgarbi passando per Zeri. Contro accademismi e volgarizzazioni, ma con un limite: si guarda molto al passato, meno al presente

“Prende piede la convinzione irremovibile, ma dolorosa e infondata, che di arte si intendono tutti. E non c’è bisogno di preparazione come accade invece per le scienze”. Basterebbe questa sentenza, crudamente epigrafica, a restituire il senso dell’intensa giornata di studi che la Triennale di Milano ha dedicato al rapporto tra arte e televisione, nel tentativo […]

Pif al convegno della Triennale

Prende piede la convinzione irremovibile, ma dolorosa e infondata, che di arte si intendono tutti. E non c’è bisogno di preparazione come accade invece per le scienze”. Basterebbe questa sentenza, crudamente epigrafica, a restituire il senso dell’intensa giornata di studi che la Triennale di Milano ha dedicato al rapporto tra arte e televisione, nel tentativo di tirare le somme di mezzo secolo di divulgazione a mezzo piccolo schermo. Provando a immaginare cosa accadrà domani, complice la felice e caotica rivoluzione con cui il digitale terrestre ha polverizzato il pubblico: rinnovando modelli e linguaggi, offrendo inattese e imprevedibili possibilità. A estrarre dal cilindro la dichiarazione che accende la luce del dibattito è Vincenzo Trione, che rispolvera gli archivi della memoria fino a tornare al 1963, con Carlo Ludovico Ragghianti che legge con straordinaria lucidità i rischi di una divulgazione insistita, ma dilaniata – all’epoca e a maggior ragione oggi – tra gli estremi di una banalizzazione volgare e di uno stucchevole accademismo. Baco che viene esorcizzato in modo splendido nel caso, più unico che raro, delle partecipazioni di Federico Zeri ai programmi dei vari Piero Chiambretti e Gianni Ippoliti: si realizza quella che Aldo Grasso, mattatore della giornata, interpreta come unica strada percorribile in modo realmente efficace. Quella di un’apparizione dell’arte, della cultura in senso lato, come presenza all’interno di programmi di smaccata popolarità. Il modello è quello offerto dalla politica: “un talk-show politico non sposta il consenso” perché “guardando la messa in scena della politica l’ascoltatore non fa che radicalizzare la propria posizione”, là dove a creare consenso sono invece “programmi che non parlano di politica ma passano in modo surrettizio la visione del mondo di questo o quel candidato”. Da qui a smantellare l’aura sacrale del maestro Manzi il passo è breve: non è con le lezioncine alla lavagna che si è diffuso l’italiano, ma grazie al successo trasversale di Lascia o raddoppia, Il Musichiere e Campanile Sera. Dove non c’è concorrente, dalle Alpi alla Sicilia, che si esprima in dialetto…
Ma il vero nodo da sciogliere è quello della necessità di narrativizzare, spesso banalizzata in eccessi di semplificazione, perché “la natura stessa del linguaggio televisivo non consente il passaggio del concetto astratto, che deve incarnarsi in una persona”. Va da sé, allora, che “quando pensiamo alla storia dell’arte in tv ci vengono in mente personaggi che si sono trasformati in racconto”.
Fino a qui l’analisi del pregresso, arricchita da preziosi focus tematici sui diversi format che hanno trattato in tv l’arte, dai quiz all’edutainment; arrivando poi al confronto diretto con chi – oggi – fa cultura attraverso il piccolo schermo.
Apre le danze Pif, ormai assunto a icona di quello che il buon Daniele Luttazzi definiva “intrattenimento intelligente”, portando il proprio contributo di narratore che galleggia sulla superficie di ogni tipo di argomento provando così ad agganciare un pubblico giovanile altrimenti narcotizzato davanti ai monumenti del passato, evocando l’ormai famosa puntata del suo Il Testimone dedicata al contemporaneo. E si passa poi alla tavola rotonda riservata agli operatori del settore: il direttore di Sky Arte HD Roberto Pisoni e quello di Rete4 Giuseppe Feyles, il vicedirettore di Rai5 Paolo Giaccio e il direttore comunicazione di ENI Stefano Lucchini.
Il confronto è onesto e costruttivo, ma marginalizzato in chiusura di una giornata dal taglio squisitamente – esageratamente – accademico: tanta storia e tanta filosofia, alla fine anche un po’ appesantite dalla ripetizione che i diversi relatori fanno dei soliti nomi e dei soliti programmi. Si parla poi di qualcosa che non si vede, con immagini e spezzoni a passare saltuariamente – rigorosamente senza audio – quasi si trattasse di esclusive alternative allo sfondo del pc da cui si pescano le presentazioni in PowerPoint. Il format della giornata non viene agevolato dalla scelta del parterre: stupisce l’assenza di LaEffe, che per quanto vesta il ruolo di ultima arrivata qualcosa da dire sul tema ce l’ha eccome (parliamo di gente che trasmette in chiaro i film di un certo Steve McQueen); ma anche la volontà di escludere i veri protagonisti dell’arte in tv. I Daverio, i Bonito Oliva, i Bonami, ovviamente anche gli Sgarbi: personaggi sezionati con cura autoptica da sociologi, massmediologi, studiosi dalle estrazioni più varie e disparate. Ma che, essendo ancora “materia viva” avrebbe potuto portare un contributo determinante.

– Francesco Sala

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.