Curate Award. Tra i venti finalisti del concorso che unisce Qatar e Fondazione Prada, anche due (anzi, quasi quattro) progetto italiani

Si entra nel vivo del concorso globale Curate, lanciato dalla Fondazione Prada e dalla Qatar Museum Authority. Sabato 1 marzo, la giuria composta dalla sceicca Al Mayassa, Miuccia Prada, Rem Koolhaas, Hans Ulrich Obrist, Nawal El Moutawakel e Nadine Labaki ha selezionato una shortlist di venti finalisti su circa 6mila proposte, tra i quali verrà […]

La Sheika al Mayassa bint Hamad bin Khalifa al-Thani - photo Sergei Illin

Si entra nel vivo del concorso globale Curate, lanciato dalla Fondazione Prada e dalla Qatar Museum Authority. Sabato 1 marzo, la giuria composta dalla sceicca Al Mayassa, Miuccia Prada, Rem Koolhaas, Hans Ulrich Obrist, Nawal El Moutawakel e Nadine Labaki ha selezionato una shortlist di venti finalisti su circa 6mila proposte, tra i quali verrà nominato il vincitore nel maggio prossimo.
Distribuzione geografica interessante, quella che si è delineata, con progetti provenienti da Colombia, Bolivia, Stati Uniti (con tre finalisti), Regno Unito (con doppia rappresentanza), Germania, Belgio, Austria, Italia (i dettagli poco più sotto), Portogallo, Spagna, Turchia, Cipro, Siria, Qatar, Cina, Giappone.
Dicevamo della presenza italiana. I due progetti dalla Penisola sono quelli di Federico Pepe (Erase) e A12 (S.F.C. – The Short Future City). Ma note italiche emergono anche dal progetto britannico Epigenetic Space, proposto da John-Paul Pryor e Alessandra Cianchetta, nonché da The Reader Digested, lanciato da Matthew Claudel, Carlo Ratti e Gianluigi Ricuperati.

– Marco Enrico Giacomelli

www.curateaward.org

CONDIVIDI
Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.
  • Guardando il lavoro dei nomi italiani compare più volte la parola “architettura”, e anche a livelli alti e ultra-professionali. Il concorso sembrava cercare proposte fuori da certi schemi istituzionali e prevedibili. Mentre Pepe fa parte del clan Cattelan, con progetti molto stilosi e allineati ad una certa moda ben definita. Permanent Food, Toilet Paper, Le Dictateur…Moussoscope senza testi…l’arte come un bel vestito nel guardaroba. Un quadro rosso invece che blu. Ho la sensazione che si tenda a premiare ciò che non può mettere nulla in discussione, ciò che è innocuo. L’arte potrebbe essere ben altro, soprattutto di questi tempi. Ma staremo a vedere il vincitore.