Un po’ masterchef e un po’ casalinga: Daniel Spoerri apparecchia da Mudima il suo Bistrot di Santa Marta. A quarant’anni di distanza tornano le cene d’artista, a condire la presentazione di ventuno nuove tavole

Il chiassoso caos ordinato delle decine di oggetti, suppellettili, ammennicoli, cianfrusaglie raccolte in giro per i rigattieri di mezza Europa e incollate – inglobate, catturate – su tavola trova la sua convergenza in una sparuta cornicetta formato cartolina, timida ed umile a inquadrare il ritaglio sberciato di una stampa d’epoca. Dal quale occhieggia, i capelli […]

Milano, Daniel Spoerri da Mudima - foto Michela Deponti

Il chiassoso caos ordinato delle decine di oggetti, suppellettili, ammennicoli, cianfrusaglie raccolte in giro per i rigattieri di mezza Europa e incollate – inglobate, catturate – su tavola trova la sua convergenza in una sparuta cornicetta formato cartolina, timida ed umile a inquadrare il ritaglio sberciato di una stampa d’epoca. Dal quale occhieggia, i capelli scarmigliati di una serva goldoniana e la lucerna votiva a confondersi con una salsiera, Santa Marta: è lei, munifica protettrice di osti e ospiti, il nume tutelare del ritorno di Daniel Spoerri a Milano. Dove apre, per un mese, il Bistrot intitolato all’evangelica sorella di Maria di Betania; nel nome delle esperienze analoghe condotte nel ’70 per il decennale del Noveau Réalisme e cinque anni più tardi in occasione delle cene astro-gastronomiche che hanno portato in dodici serate diverse, con le gambe sotto il tavolo, solo commensali accomunati dallo stesso segno zodiacale.
In previsione una serie di cene a tema ideate dallo stesso Spoerri, memore degli anni d’oro della eat art; in mostra ventuno lavori creati ad hoc, che sembrano sparecchiare le celebri tableaux-piège e raccogliere per accumulazioni omologhe e paratassi visuali gruppi omogenei di oggetti da cucina. Si passa quindi dalla fotografia dell’istante conviviale all’autopsia dello stesso, inanellando con rigore scientifico le reliquie della preparazione del pasto. Tra cataste di coltelli e una pioggia di caffettiere.

– Francesco Sala


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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.
  • anche un po’ Arman…

    • Irònia Z.

      Ma va!!!… Che brutto vedere questi artisti che in passato erano dei punti di riferimento, invecchiare così male…

  • Alcina

    Arte? No semplicemente cassetti di cucina in verticale. E’ proprio vero, fatti un nome e poi puoi fare di tutto!