Signori, il Bray versione Saccomanni è servito. L’acquisto della Reggia di Carditello entusiasma l’ambiente: benissimo, ma poi con che risorse sarà gestita? Intanto i problemi strutturali restano irrisolti

Panem et circenses. Sarà brutale, ma questa è la prima riflessione – provocatoria, ma fino a un certo punto – che ci sorge spontanea alla notizia dell’acquisto della Reggia di Carditello da parte del Ministero per i Beni Culturali. Anche perché al contrario i peana che si levano in queste ore sono assordanti e soprattutto […]

La Reggia di Carditello

Panem et circenses. Sarà brutale, ma questa è la prima riflessione – provocatoria, ma fino a un certo punto – che ci sorge spontanea alla notizia dell’acquisto della Reggia di Carditello da parte del Ministero per i Beni Culturali. Anche perché al contrario i peana che si levano in queste ore sono assordanti e soprattutto acritici, e a noi non dispiace cantare fuori dal coro, quando può servire ad arricchire un dibattito.
È del tutto evidente, anche a noi, che l’acquisizione di un bene tanto importante come la reggia borbonica al patrimonio collettivo è una notizia da lodare. Però, ci sono diversi però. Perché la frase appena pronunciata dovrebbe contenere anche l’inciso “…per sottrarlo al degrado e all’incuria e per valorizzarlo”, quel bene. E qui arriva il primo, pesante inciampo. Perché sappiamo tutti, almeno coloro dotati di un po’ di onestà intellettuale, che attualmente la nostra amministrazione dei beni culturali non è minimamente in grado di preservare e valorizzare i beni “già” annessi al patrimonio collettivo, figurarsi le nuove acquisizioni. 11 milioni e mezzo di euro – tanto costa l’operazione Carditello – non sono pochi, per i budget correnti: e poi che accadrà? Cosa diventerà? In quale contesto sarà valorizzata? Diventerà qualcosa di attrattivo con una gestione virtuosa, o andrà solo ad incrementare i costi a fronte di pochi sparuti ingressi?
E qui veniamo al rovescio della medaglia, e all’incipit che abbiamo scelto. Già, perché l’adorato ministro Massimo Bray, già domani sabato 11 gennaio, alle 11, sarà alla reggia a portare all’incasso il trionfo. Ma nel frattempo i problemi strutturali che appesantiscono il suo Mibac, inficiando per certi versi operazioni lodevoli come questa, restano irrisolti e non si affacciano politiche volte a risolverli. Non si vedono proposte che invertano un trend insostenibile che vede un ministero impiegare qualcosa come l’80% delle sue risorse per pagare (male, malissimo) il personale. Non si delineano progetti seri di marketing (non è una bestemmia) che comincino a pensare ai beni culturali come a qualcosa che sia anche redditizio, e di conseguenza fornisca risorse per valorizzare anche Carditello (e il cerchio si chiuderebbe). E la chiamata a Pompei di un generale dei Carabinieri (personaggio di prestigio, indubbiamente) non conforta, in termini generali: probabilmente si eviteranno ingerenze malavitose nella gestione dei 105 milioni di finanziamenti europei, ma le strategie per fare di Pompei una risorsa, chi le traccerà? Attendiamo Bray su questa frontiera: speriamo di sbagliarci e che non si tratti dell’ennesimo acquisto simbolico coi soldi del contribuente ma che dietro ci sia un progetto, un analisi costi\benefici, un piano di business, uno sviluppo con ricadute positive in campo turistico, economico, occupazione. Prontissimi, se e quando la sua azione non sembrerà solo di facciata, ad aggiungerci al coro dei peana…

Massimo Mattioli

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Fa parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.
  • jerome sans

    Ma Bray è un ministro dal sorriso smagliate, dal post facile, dallo stile impeccabile: cosa importa se poi non vi sarà un centesimo, ne un’idea e nemmeno il decoro di non farla divenire l’ennesima fabbrica di stipendi? L’importante è la notizia, poi pazienza se resta cattedrale nel deserto. Cosa pretendete anche i contenuti?