Creativo si, giovane pure, ma #coglioneNo. Impazza in rete la campagna promossa dal collettivo ZERO: nel mirino il vizio di non retribuire lavori creativi e intellettuali

“Te lo dico onestamente, per questo progetto non c’è budget, però ti offro una grande occasione di visibilità”. È questa la frase che i creativi italiani si sentono ripetere più spesso, soprattutto se sono giovani. Come se la creatività non fosse una qualità per cui ricevere un compenso. Stanchi di questa prassi consolidata, i membri […]

Te lo dico onestamente, per questo progetto non c’è budget, però ti offro una grande occasione di visibilità”. È questa la frase che i creativi italiani si sentono ripetere più spesso, soprattutto se sono giovani. Come se la creatività non fosse una qualità per cui ricevere un compenso. Stanchi di questa prassi consolidata, i membri del collettivo Zero – fondato da Stefano De Marco, Niccolò Falsetti e Alessandro Grespan – ha lanciato la campagna di “sensibilizzazione per il rispetto dei lavori creativi” #coglioneNo. Una serie di video che puntano il dito, con ironia e originalità, su un tema molto caldo tra gli addetti ai lavori. La campagna, oltre a denunciare l’assurdità di questa procedura, ne evidenzia tutte le contraddizioni. Perché il lavoro dell’idraulico, del giardiniere, dell’antennista viene riconosciuto come tale mentre un creativo viene pagato solo con la “visibilità”?
A essere ritratte, nei tre video on line, sono scene di vita reale, estremizzate negli aspetti più caricaturali dell’italiano medio – che parla di calcio, vip e social network – e che, al momento di pagare il conto, rifiuta con ingiustificata insolenza “sei giovane, hai fatto un esperienza, ti fa curriculum”. Una campagna che in poche ore sta raccogliendo numerosi consensi, soprattutto sui social, terreno fertile di queste iniziative, perché tocca un nervo scoperto di quel grande contenitore che è il mondo dei creativi in Italia. Artisti, designer, illustratori, grafici, architetti, musicisti, fotografi e attori condividono, chi più chi meno, la stessa condizione di sfruttamento perpetuo, ormai consolidato in Italia: “#coglioneNo è la reazione di una generazione di creativi alle mail non lette, a quelle lette e non risposte e a quelle risposte da stronzi. È la reazione alla svalutazione di queste professionalità anche per colpa di chi accetta di fornire servizi creativi in cambio di visibilità o per inseguire uno status symbol. È la reazione a offerte di lavoro gratis perché ci dobbiamo fare il portfolio, perché tanto siamo giovani, perché tanto non è un lavoro, è un divertimento.
Questo gennaio ZERO vuole unire le voci dei tanti che se lo sentono dire ogni volta. Vogliamo ricordare a tutti che siamo giovani, siamo freelance, siamo creativi ma siamo lavoratori, mica coglioni”. Parole sante.

– Zaira Magliozzi

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Zaira Magliozzi
Architetto, architecture editor e critico. Dalla sua nascita, fino a Marzo 2015, è stata responsabile della sezione Architettura di Artribune. Managing editor del magazine di design e architettura Livingroome. Corrispondente italiana per la rivista europea di architettura A10. Dal 2006 cura la rubrica “Corrispondenze” nella rivista presS/Tletter. Pr e project manager di progetti dedicati alla comunicazione del design e dell’architettura per l’agenzia di comunicazione SignDesign. Ha scritto per The Architectural Review, L’Arca, Il Giornale dell’Architettura, Il Gambero Rosso, Compasses, Ulisse e Quaderno di Comunicazione. Membro del Consiglio direttivo di IN/ARCH Lazio. Dal 2009 fa parte del laboratorio presS/Tfactory, legato all’AIAC - Associazione Italiana di Architettura e Critica - per l’organizzazione di eventi, workshop, concorsi, corsi, mostre e altre iniziative culturali legate al mondo dell’architettura.
  • giovanni

    mandatelo anche a quei collezionisti che credono che stanno facendo un favore all’artista inserendo una sua opera nella loro collezione.

    • Giuditta

      Magari è vero…#zapparelaterraNo?

  • Nat

    Bel lavoro, complimenti.
    Segnalo anche questo, che abbiamo realizzato qualche mese fa:
    http://www.youtube.com/watch?v=GJcbD9Yr1F8

  • federica

    direi che il medesimo vizio di non retribuire il lavoro intellettuale c’e’ l’hanno pure le testate come la vostra che sfruttano la fatica di centinaia di collaboratori con la scusa della “visibilita’ “. ce ne sta tanto da raccontare, anche sul fronte editoria.

    • Giorgio

      eggià, da che pulpito…

    • Pietro Notarianni

      l’italiano sempre optional o, prima o poi, lo possiamo considerare di serie?

    • Massimiliano Tonelli

      Portami, dopo che hai messo il tuo cognome come faccio io, solo un caso di una persona di cui avrei “sfruttato la fatica”. Dopodiché ne parliamo e, sul caso specifico, discutiamo e svisceriamo. Viceversa è solo una calunnia e una diffamazione: perdete il vostro tempo ad andare in giro a diffamare con frasette profondissimamente sgrammaticate chi cerca di metter su aziende oneste al cento per cento e poi vi lamentate che non vi pagano? Sfido io…

  • ottimo giusto, anche se credo che si debba andare ancora più a fondo e capire che la creatività, come cultura del fare, può risolvere tanti problemi.

    • Giuditta

      Parli come Berlusconi.

  • Mi pare che dagli studi degli avvocati a quelli dell’arte, l’apprendistato gratuito sia una prassi comune, chi ha il coraggio di spezzarla?

  • mi sembra la discussione giusta per fare conoscere la nostra iniziativa, che sta coinvolgendo sempre più colleghi: firmate e diffondete la petizione per la certezza dei pagamenti dei professionisti sul sito http://certezzapagamenti.altervista.org/

  • Geniali, bravissimi ragazzi. E’ proprio la realtà. E’ tanto vera che a volte da creativo devo fare lo stesso discorso a me stesso: mi dico, investi su te stesso che poi ti farai pubblicità. E’ proprio una vita fatta così. Ma veramente bravi

  • Marco

    Bravi!
    Tutto vero e purtroppo gli stessi concetti vengono ripetuti ad oltranza senza limiti di età esperienza e professionalità…… Tanto per 2 scarabocchi su di un foglio….

  • vorrei solo dire che questo squallido modo di comportarsi nei riguardi dell’artista emergente in particolare è tipicamente italiano, non che non ci siano casi simili altrove nel mondo, certo che sì , ma da noi tale fenomeno è davvero sproporzionato.

  • Peter Rei

    Gentile Giacomelli,
    Sono molto contento di sapere che la vostra redazione appoggia questa campagna di sensibilizzazione contro chi “vuole il lavoro fatto senza spendere una lira”.

    A questo punto vorremmo sapere se Zaira Magliozzi è stata pagata per il suo articolo o se anche gli altri vostri collaboratori vengono regolarmente retribuiti per i contributi che regolarmente vengono pubblicati sulla vostra testata.

    • Salve Peter,
      Zaira è maggiorenne e, ancora quando non lo era, non sono mai stato il suo tutore. Quindi puoi chiedere direttamente a lei. Non capisco fra l’altro la ragione per la quale ti rivolgi a me, mica Artribune è mia! Sarebbe come chiedere a un dipendente FIAT se e quanto e come pagano un caporeparto: e che ne sa lui?!

      • Peter Rei

        Gentile Direzione
        Devo evincere dunque che il vicedirettore non sa se i suoi dipendenti vengono pagati o meno. Nello specifico dico solo che appare assai schizofrenica la scelta di pubblicare un articolo sui creativi non pagati quando è ben noto che le riviste di settore non pagano nessuno. Se Artribune paga i suoi collaboratori sarei lieto di ricredermi.

        • Continuiamo a non capirci: io non ho dipendenti! Ovviamente conosco la posizione di alcuni collaboratori, ma perché ci si parla e ci si confronta a livello personale. E si tratta di informazioni che possono dare i diretti interessati e – ma non ne sono certo, perché esiste una legge sulla privacy – la proprietà. Chiuso. Ci mancherebbe altro che prendo una denuncia per far piacere a qualcuno che si è svegliato finanziere.
          Che poi le riviste di settore non paghino nessuno è falso: io ci lavoro da una quindicina di anni e ho incontrato le situazione più diverse. Magari sarebbe però il caso di prendere spunto da questo articolo per ragionare su costo del lavoro, anomalie contrattuali ecc. ecc. Hai una vaga idea di questo costi assumere una persona in Italia in comparazione a Francia, Germania, Gran Bretagna? Per dargli 900 euri netti in busta devi spenderne quasi 2.000, col risultato che il dipendente non ci campa e che l’azienda chiude in tre anni, quindi il dipendente ci camperà ancora meno.
          Ragioniamo su questo stato di cose assurdo e facciamo qualcosa di efficace in merito, anziché stare a chiedere a Zaira quanto guadagna in Artribune.

          • Peter Rei

            Continuiamo effettivamente a non capirci, non voglio sapere QUANTO guadagnano i dipendenti di Artribune e non voglio sapere QUANTO guadagna Zaira . Vorrei solo sapere se qualcuno oltre la direzione VIENE RETRIBUITO per quello che scrive, altrimenti è inutile lanciare crociate contro chi non paga. Spero che questa volta le mie parole siano chiare. Lei continua ad essere quantomai evasivo.

            In seconda battuta questa sua affermazione: “Hai una vaga idea di questo costi assumere una persona in Italia… ” cammina di pari passo con il comportamento comune demonizzato nei video. Se si ha paura di chiudere l’azienda non la si apra punto se si intende non pagare nessuno.

          • Peter, questa azienda dà da mangiare a diverse persone, tra interni e qualche esterno. Il fatto che lei dica “meglio non aprirla”, in un momento in cui le piccole e medie imprese fanno una fatica mortale per restare in piedi e pagare gli stipendi, è semplicemente indegno. Mantenere qualità, velocità, coerenza, preogettualità, innovazione, mentre la crisi sta divorando il Paese, è una cosa che costa sangue, sudore e moltissimo tempo.
            Nessuno è pagato a sufficienza, dai call center, agli studi di architettura, ai supermercati: siamo tutti vittime di un periodo e di un sistema al tracollo. Ma sentir dire che è meglio che un’azienda virtuosa non avesse mai iniziato il suo cammino è una roba che fa accapponare la pelle.

            Qua lavorano – in perenne multitasking e da appena due anni e mezzo – giornalisti, grafici, operatori video, informatici, commerciali, amministrativi. Lavorano, per crescere, per rafforzarsi culturalmente ed economicamente. Che poi ci siano collaboratori occasionali che ogni tanto, in totale libertà, passano una recensione o una riflessione gratis, questo è un altro paio di maniche. E’ ovunque così. Non si possono contrattualizzare decine e decine di persone che vogliono scrivere piccoli pezzi. E’ una follia (dal punto di vista fiscale, amministativo, finanziario): se si dovesse fare si chiuderebbe dopo 2 mesi. Dare 5 euro a pezzo, come fanno i quaotidiani, è piu decoroso? Io dico di no.
            Il LAVORO, poi, è un’altra cosa. E’ stare ogni giorno qua a seguire un progetto, a costruirlo, a spingerlo, con enormi responsabilità, sgobbando dalla mattina alla sera. E’ investire le proprie vite, prendersi degli impegni. E tutto questo viene pagato, naturalmente.
            Il lavoro del critico, infine, non è uguale a quello dell’idraulico. Non vai in un posto, ripari una cosa, risolvi e te ne vai. Sono carriere che si costruiscono via via, pezzo a pezzo, in cui la professione si mescola alla passione, in cui vieni pagato per il tuo lavoro regolare o più strutturato, ma poi ogni tanto pubblichi delle cose o fai una conferenza per portare avanti una ricerca, per dare un contribuo al dibattito, per crescere. Senza considerare, infine, la mancanza di fondi oramai gravissima con cui cui tutto il sistema culturale si confronta.
            Di tutto questo i 3 video – che sono comunque fantastici – non tengono conto.

            Io dico che bisognerebbe essere pagati sempre, anche per due righe e anche se la collaborazione è una tantum. Ma ripeto, il sistema fiscale è complesso, le economie sono debolissime e questo mestiere è davvero singolare.
            Non facciamo qualunquismi, dunque, e soprattutto non auguriamoci che le imprese italiane chiudano o che gli imprenditori italiani siano meno coraggiosi. Grazie.

    • Massimiliano Tonelli

      Comunque sì, Zaira è stata pagata per questo articolo. Non un granché, quello che possiamo, anzi anche quello che non possiamo visto che praticamente tutto il nostro bilancio va per pagare dipendenti e collaboratori, comunque è stata pagata. Ma perché invece di far del teatro qui non l’ha chiesto direttamente a Zaira?

  • Mi associo riguardo quanto scritto in questo articolo e straquoto tutti noi che ci lamentiamo giustamente dell’idiozia italiana.
    Ormai la nostra terra è piena di parassiti e il lavoro di noi professionisti dell’informatica ma anche di altri settori di lavori, in teoria non riconosciuti, che purtroppo pigliano solo un sacco di scuse per non elargire il dovuto.
    Che pezzenti questi datorini di lavoro.

  • mauro

    i video sono molto furbi nel senso che sono stati pensati per diventare virali e fare pubblicità al collettivo, adesso non facciamoci abbagliare dalla solita campagna impegnata, che tanto poi non porta a niente

    comunque io ci aggiungerei anche chi chiede 1000 euro per farti fare una mostra, visto che noi artisti siamo ancora più sfigati, non solo non ci pagano ma ci chiedono anche un sacco di soldi per lavorare

  • mauro

    Vorrei anche aggiungere che la marea di improvvisati nell’arte, nella fotografia, nel video o nella grafica, ha solo creato danni a chi ha studiato e chi è davvero un professionista, perché ormai quando vedono un giovane artista\fotografo\videomaker ecc si pensa subito al solito dilettante che si è comprato la macchina fotografica da 2000 euro e si autoproclama fotografo anche se non lo è, tanto per fare un esempio

    ci sono delle fotografe (e parlo specificatamente al femminile) che sono dei volgari pacchiani fenomeni da baraccone, che ormai prendono anche 10.000 euro per un servizio e non hanno né senso estetico né le basi tecniche e il guaio è che si vede palesemente, ma siccome c’è tanta ignoranza, magari si finisce con il pagare chi fa personaggio e chi si vende per quello che non è , reputando sfigati e non professionali poveri ragazzi che si sono fatti il mazzo per imparare e magari hanno anche un diploma

  • @Peter Rei: punto primo: ovviamente sì; punto secondo: assolutamente no, non coincide con quanto fatto vedere nel video, tanto è vero che in altri paesi il comparto va molto meglio proprio perché il costo del lavoro è inferiore (guadagna di più il dipendente, paga meno tasse l’azienda). non è una opinione, ma dati, come quelli pubblicati da monti e trimarchi nell’articolo uscito pochi minuti fa su questo giornale. tutto ciò al netto del fatto che, come diceva un commento a questo articolo, di stage e affini gratis ce ne sono ovunque, in ogni ambito e in ogni paese (dal moma in giù).

    • Peter Rei

      Dunque molte persone di mia conoscenza che hanno millantato di aver scritto GRATIS per Artribune devono avermi raccontato una castroneria.

      In seconda battuta ogni azienda opera nel territorio in cui si trova e deve per forza confrontarsi con le tasse che ivi trova. Il dottore non raccomanda a nessuno di aprire un’azienda ma il lavoro deve essere comunque pagato.

      • Giochiamo a non capirci. Hai scritto: “Vorrei solo sapere se qualcuno oltre la direzione VIENE RETRIBUITO per quello che scrive”. Ho risposto: “Ovviamente sì”. Da cosa deduci che TUTTI vengono pagati? Ad esempio, so per certo che Michele Dantini scrive gratis.
        Sul secondo punto ti ho risposto nel commento precedente, forse ti è sfuggito. E ti invito a leggere l’articolo di Monti e Trimarchi che trovi in home, nella sezione “in evidenza”.

      • Giorgio

        eheh esatto, mica lo prescrive il dottore di aprire una rivista e far lavorare i collaboratori “aggratis”.
        Giacomelli bravo come difensore dell’indifendibile, inutile tirare in ballo altri paesi, ci si confronta con quello in cui si opera senza lamentarsi e con quello che si fa. così fanno gli anglosassoni, no gli italiani che piangono e fottono.
        Altrimenti, si possono sempre aprire le testate alle Cayman.

        • Peter Rei

          Infatti caro Giorgio,
          questo era quello che cercavo di esprimere ma la redazione continua a intavolare panegirici senza centrare il punto. D’altro canto questo comportamento l’avevo già notato. Quindi cari collaboratori di Artribune che scrivete aggratis, ricordatevi che per questo progetto non esiste budget.
          Giornalista SI
          #coglioneno

          • Giorgio

            la redazione intavola panegirici perché cos’altro potrebbe fare, visto che almeno quelli rincuorano i collaboratori – si vive anche di ego e non di solo pane, a certi livelli.
            in ogni caso non sono un detrattore assoluto, è una scelta anche quella di farsi sfruttare (servilismo italico di antica tradizione). però, almeno, non si tentino giustificazioni con arrampicamento su specchi scivolosi.

    • Stefano T.

      Buonasera,
      però nell’articolo citato si parla dell’aliquota iva (a valle), pertanto non credo sia direttamente correlabile con il costo del lavoro (a monte). Peraltro, se proprio ci va di sviscerare l’argomento, la stessa Eurostat mette l’Italia assolutamente in linea con gli altri paesi europei (per intenderci, Francia, Germania, Belgio, Olanda e Danimarca ci superano nettamente): http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/3-10042013-AP/EN/3-10042013-AP-EN.PDF.

      Credo inoltre che tirare in ballo la parola “stage” sia fuorviante: lo stage è, per definizione, l’esperienza formativa di una risorsa in un determinato ambito aziendale, nell’ottica di un’eventuale futura assunzione.
      L’erogazione gratuita di prestazioni è altra cosa, direi meno nobile, considerando il velato ricatto che vi è alla base.

      • Ciao Stefano,
        l’IVA è un esempio, e fra l’altro è correlabile eccome, proprio perché – come giustamente dici – si tratta di un processo continuo, da monte a valle. Quanto ai dati Eurostat che linki, hanno il difetto di essere aggregati. Nel senso: in Italia abbiamo tre decine di forme contrattuali, molte delle quali peraltro capestro, che abbassano di netto il costo del lavoro e vanno ad “aggiustare” quella media. Ma non garantiscono alcuna stabilità al lavoratore e, in seconda battuta, nemmeno all’azienda. E infatti l’esempio che fai dello stage è assolutamente calzante: stage – contratto magari a tempo determinato – assunzione è una sequenza che costa troppo. Per cui si tende a fare stage – contratto a progetto (rinnovabile due volte) e passaggio a un’altra risorsa. Con instabilità per chi lavora e necessità per l’azienda di fare continua formazione (e quindi perdere in produttività). Questo perché “assumere” ha un costo spaventoso. E sono convinto che, con tassazioni meno elevate, sarebbe moltissime le aziende contente (per proprio tornaconto, va da sé) di assumere stabilmente i lavoratori che l’azienda stessa ha contribuito almeno a formare.
        Volendo pensar male: avere questo stato di cose conviene a chi ci guadagna col lavoro nero, a tutti i livelli. Ma mi auguro di essere smentito al più presto.

  • Peter Rei

    @Helga Marsala

    Cara Helga,
    la sua difesa della “collaborazione” gratuita esente dal fisco che salva le aziende è quantomai accorata e puntuale. Il punto non è tanto “NOI AZIENDA ITALIANA diamo lavoro ad un sacco di gente e per forza di cose dobbiamo evitare le spese”
    Ma “NOI AZIENDA ITALIANA sopravviviamo grazie all’impegno gratuito di molte persone”.

    Il “ricatto” morale, per usare un brutto termine, è quello della visibilità e della speranza di entrare in un sistema dell’arte che di fatto non esiste ma qui non vorrei dilungarmi.

    Questo pensiero della collaborazione gratuita non è molto distante dal colonialismo vittoriano. Inutile tirare in ballo IVA e altre tasse.

    Io per fare una bella somma ideologica sull’impegno di una testata in genere, inizierei con il sottrarre dal prodotto finale gli articoli derivati da notizie di altri blog internazionali, le recensioni e articoli gratis, le immagini prese in “prestito” o scattate gratis, i video gratis, farei la differenza e vedrei al netto cosa mi resta. Dopo questo mi chiederei il senso della collaborazione gratuita o del lavoro retribuito.

    Inventiamo nuovi termini per vecchi significati, c’è la missione di pace al posto della guerra e poi c’è la collaborazione gratuita al posti di… aggiungete a piacere.

    Con estremo affetto.
    Con evidente trasporto.

    Peter Rei

    • parole al vento8

      parole sante al vento

    • Peter ma che dice? Non capisco e non comprendo, davvero. Ma la perdono per il modo delizioso con cui ha chiuso il suo post. Ora torno a lavoro, che i pochi soldini sono tutti sudati e nemmeno per un centesimo ruibati. Non è nemmeno elegante insinuarlo.
      buonaserata
      h.

      • And

        Helga nessuno (mi auguro) ha insinuato che tu abbia rubato nulla, ma l’ultimo post di Peter è chiarissimo. Credi che 5/10 euro a pezzo siano mortificanti? Ovvio che lo sono, ma ormai mi sono convinto che siano sempre meglio di niente, cioè il caro aggratis. Anche perché il risultato è leggere su tanti cartacei o siti web gli stessi comunicati stampa di mostre o eventi che girano sul web o intasano le nostre mail, ricopiati alla meno peggio o, nella peggiore delle ipotesi, marchette tanto x compiacere l’amico artista o curatore di turno. L’azienda darà lavoro a tante persone, ma se l’azienda va avanti è grazie prima di tutto a voi che ci lavorate e scrivete, al valore dei vostri articoli/video, ecc ecc. Te lo dice uno che ha smesso di scrivere comunicati a gratis da un bel pezzo.

  • christian caliandro
  • Condivido l’articolo di Minima et Moralia. Io credo che se un creativo propone un lavoro di qualità e unico, come quello di un idraulico, io credo che questo creativo venga pagato eccome. Questi video sono veramente consolatori. Sono funzionali al problema, in un certo senso.

  • Leo

    ma smettiamola con le pugnette
    gli artisti sono forti o non lo sono, e da sempre 99 artisti su 100 non lo sono
    è che il talento è MERCE RARA per definizione
    punto, il resto sono pugnette
    tutto qui

    • Angelov

      …”il talento è merce rara”…
      Guardavo alla televisione il famoso gol di Maradona contro l’Inghilterra, e mi venne da pensare: guarda, dopo aver lavorato ben bene la palla, con tutti quei dribbling, e quelle finte, che era come che gli si fosse attaccata al piede, dico la palla, e poi nell’attimo più impensabile, ecco che…la butta via, si separa la lei, ,la lancia lontano da se, la palla… la butta in reteee: GOL!
      Così è il talento: lo devi sempre allontanare da te, buttarlo via, il più lontano possibile, altrimenti non è vero talento: se te lo vuoi tenere stretto stretto, finisci per farlo sfiorire.

  • Peter Rei

    parafrasando
    Alcune cose da chiarire sugli spot pro-creativi (o, insomma, anti-sfruttamento dei freelance) che circolano in rete in questi giorni con l’hashtag #coglioneNO

    1) È un concorso di colpe: da una parte c’è il Sistema iniquo e disumano che penalizza il lavoro del libero professionista (vero, con ampio margine di correzione sugli aggettivi utilizzati), dall’altra velleitari armati di reflex non pacificati, a 37 anni, di fronte all’idea di non essere diventati i nuovi Henri Cartier-Bresson (più vero).

    1bis) Spiegando meglio. È una semplice questione di domanda e offerta: se hai 37 anni e nessuno ti ha ancora offerto un lavoro da fotografo, non sei un creativo incompreso: è che forse non lo sai fare, punto.

    2) Direte: in questi tre spiritosissimi video si parla di gente ingaggiata per un impegno professionale che non ottiene il pagamento pattuito. Pattuito, appunto. Il libero professionista che svolge un incarico senza sapere prima che cosa avrà in cambio (foss’anche solo «una grande occasione di visibilità», eventualità che il libero professionista medesimo quasi sempre accetta) è il primo nella lista dei coglioni. Molto affollata, di questi tempi.

    3) Direte: è una metafora, è una provocazione, è satira sociale (vero, con ampio margine di correzione sui sostantivi utilizzati). Ma le sceneggiature sono importanti, anche se in questo paese l’ha capito solo Checco Zalone.

    4) Non ho mai visto nessun idraulico, nessun muratore, nessuno di nessuno (in questo genere di professioni, in Italia) chiedere con tanta solerzia: «Le faccio ricevuta o le serve la fattura?».

    5) Questo resta il paese in cui il genitore medio (e la classe dirigente di riferimento media) ancora si augura che il figlio da grande faccia il medico o l’avvocato. Possibilmente senza emettere fattura.

    6) Premiamo le intenzioni. Premiamo i Jobs Act, perché se in cambio, nel 2014, abbiamo solo le zazzere sindacaliste alla Camusso, allora tutti renziani per forza. Premiamo gli sforzi, sempre. Detto questo, quando di lavoro si parlerà comprendendo meglio la materia (anche senza una sceneggiatura di Paul Laverty), allora saremo tutti un po’ meno coglioni (senza hashtag).

  • gino

    sono totalmente daccordo con l’iniziativa, ma vorrei aggiungere che questo non accade solo ai giovani ma anche alle persone come me di una certa età. Frequentemente mi sento dire “non c’è un budget” ma a te che ti costa? Faccio l’attore, ed il concetto che se non dai in cambio qualcosa di tangibile (pane, lampadine, ruote etc. etc.) puoi tranquillamente farlo gratis, tanto ci metti solo la tua voce, la tua cultura, la tua eperienza ed il tuo tempo.

  • CANE

    ecco un po di riflessioni in ordine sparso

    1) se abbiamo un mercato culturale così inquinato la colpa è di chi lavora senza pretendere un giusto compenso. finché la manodopera gratis sarà disponibile sul mercato, nella maggior parte dei casi sarà la scelta di elezione.
    e questo perché siamo sommersi da figli di papà mantenuti che possono permettersi di spacciare per lavoro una cosa che fanno ogni tanto perché li diverte o peggio ancora perché li illude di essere dei fighi quando poi raccontano agli amici del bar che hanno lavorato per tizio e caio.

    2) la professione del “creativo” non esiste. esistono persone in grado di dare un apporto creativo al lavoro che fanno. faccio l’esempio del padre di un mio amico, arricchitosi grazie alle innovazioni che ha introdotto nell’azienda per cui lavorava come operaio (sottolineo operaio).

    4) se ho capito bene qui “lavoratore creativo” è da intendersi come qualcuno che si occupa in vario grado della creazione di contenuti legati alla comunicazione (leggi pubblicità) ed alla diffusione degli stessi. è già stato ribadito in tutte le salse, ma evidentemente mai abbastanza: saper usare photoshop e avere un profilo facebook non fa di nessuno un professionista. la comunicazione vera è un’altra cosa.

    5) in italia vige ancora la cultura dell’ignoranza (qualcosa che ha a che fare con berlusconi e con una visione postuma e distorta di un certo yuppismo nostrano). per cui è pura illusione pretendere che il committente medio sia in grado di riconoscere la qualità di un “lavoro creativo”. per questo bisogna sapergliela spiegare. per questo bisogna sapere quello che si sta facendo.

  • Mario