Con Jeff Koons chiude il Whitney Museum di New York, pronto a traslocare nel nuovo edificio di Renzo Piano. La più grande retrospettiva mai dedicata al re del pop, poi a Parigi e a Bilbao

Una mostra che resterà nella storia. Non solo perché è dedicata a  Jeff Koons, tra gli artisti più influenti e popolari emersi nel secondo Dopoguerra. Non solo perché il museo che la organizza, il Whitney di New York, per la prima volta occuperà quasi totalmente il suo grande edificio di Manhattan con una sola esposizione, […]

Jaff Koons, Blue Diamond, 2005

Una mostra che resterà nella storia. Non solo perché è dedicata a  Jeff Koons, tra gli artisti più influenti e popolari emersi nel secondo Dopoguerra. Non solo perché il museo che la organizza, il Whitney di New York, per la prima volta occuperà quasi totalmente il suo grande edificio di Manhattan con una sola esposizione, promettendo di realizzare la più completa retrospettiva mai intitolata al re del neo-pop.  Ma anche perché sarà questo l’ultimo evento ospitato nello storico edificio modernista disegnato negli anni Sessanta da Marcel Breuer, prima che il Whitney traslochi nella nuova sede, progettata da Renzo Piano, in costruzione dal 2011 all’incrocio tra Washington Street e Gansevoort Street, ex area industriale tramutata negli anni Novanta in zona trendy di shopping, movida e cultura.
Inaugurazione fissata per il 27 giugno 2014, con chiusura il 19 ottobre; poi una pausa organizzativa di qualche mese, fino al grande re-opening  nella primavera del 2015. Nel mentre, la mostra di Koons, affidata alle cure di Scott Rothkopf, si sposterà in altre location: sarà al Centre Pompidou di Parigi dal 26 novembre 2014 al 27 aprile 2015, e subito dopo al Guggenheim di Bilbao, nell’estate del 2015.
In tutto 120 opere, con cui coprire quasi tre decenni di produzione, inclusi alcuni pezzi nuovi o molto recenti, raccontando quella inconfondibile poetica edonistica, consumistica, intrisa di kitsch, di leggerezza ludica, ma anche di rimandi al concetto tragico di vanitas e alla crisi del rapporto tra immagine e funzione, tra contenuto e forma, tra oggetto, visione e funzione. Così ha commentato Rothkopf, a proposito del progetto espositivo: “Koons è conosciuto come il creatore di una manciata di oggetti iconici , ma questa retrospettiva dimostra per la prima volta come essi siano parte, tutti insieme, di una storia avvincente e multiforme, che sorprenderà anche coloro che hanno familiarità con il suo lavoro . La gamma incredibile dei materiali, dei soggetti, delle misure, degli approcci formali e delle tecniche non ha eguali, e darà vita a una narrazione drammatica piena di colpi di scena e di scoperte . È difficile pensare ad un altro artista vivente che abbia spinto i limiti estetici e culturali quanto lui“.

Il Whitney Museum di Renzo Piano
Il Whitney Museum di Renzo Piano

I tremila metri quadri dell’attuale sede del Whitney accoglieranno dunque questa imponente operazione scientifica e divulgativa, pensata per celebrare quello che è ormai – stando anche alle cifre da record del mercato – l’emblema dell’artistar occidentale, padre di immagini entrate a pieno titolo nell’Olimpo delle icone del secondo Novecento. Una mostra ampissima, per un museo di primissimo piano, che tra poco più di un anno potrà però contare su un volume architettonico ancora più esteso. L’edificio di Renzo Piano avrà infatti 5000 metri quadri di gallerie e 1300 di spazi esterni. Il palazzo, che al rigore monolitico della vecchia sede contrappone leggerezza, permeabilità, ampie zone di trasparenza e un’idea di comunicazione multilivello, si compone di una struttura asimmetrica terrazzata, in metallo e cemento, poggiata su un’alta loggia in vetro, con affaccio sul fiume Hudson e sullo High Line Park. Nonostante alcune critiche mosse alla debolezza del progetto  – secondo il New York Time si tratterebbe di una struttura asettica, scarsamente in simbiosi con il carattere identitario della zona – il nuovo museo è stato inserito dal New York Post nel novero delle architetture contemporanee che cambieranno radicalmente lo skyline di New York nei prossimi cinquant’anni.

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.
  • Angelov

    Più che l’erede di Warhol sembra esserlo di Disney; e a questa mostra saranno i bambini a divertirsi di più, poiché gli adulti si sentiranno scippati da loro, della facoltà di guardare alla realtà con uno sguardo più innocente.

  • Pneumatici michelin

    Questo rothkopf probabilmente ben pagato
    (Ma con il terrore che non duri per sempre)
    deve fare invidia a chissá quanti critici e
    curatori: poter contribuire al superamento dei
    “limiti estetici e culturali”!
    Ma sì , ma che diamine, basta con tutti questi
    limiti!
    Ma allora perché Koons non prova a superare
    I propri limiti estetici e intelettuali , nei quali é
    Invece cosí evidentemente avvinto?:))

  • Caro Pneumatici, rende un casino il “caro” J.Koons che ha capito che i nuovi ricchi non vogliono cultura ma bel ciarpame kitsch da far vedere nei grandi loft vuoti.

    Oggetti facili da riconoscere e soprattutto sovraesposti dai media che fanno capire che chi ha questi “oggetti” è ricco.

    Lo aveva già capito benissimo la Sonnabend negli anni 80 quando fu fra le prime a sostenere questo giovane rampante artista.