“Misure occasionali ed emergenziali”. ICOM Italia dice la sua sul bando del MiBAC che cerca 500 tirocinanti offrendo loro 3,2 euro l’ora. Voi come la pensate?

“Emblematico della miope preferenza per misure occasionali ed emergenziali che caratterizza da decenni l’intervento pubblico nel settore dei beni culturali”. Con queste parole il coordinamento che unisce professionisti di Musei, Archivi e Biblioteche (MAB), animato da ICOM Italia, ANAI (Associazione Nazionale Archivistica Italiana) e AIB (Associazione Italiana Biblioteche), commenta il bando per la selezione di […]

Massimo Bray

Emblematico della miope preferenza per misure occasionali ed emergenziali che caratterizza da decenni l’intervento pubblico nel settore dei beni culturali”. Con queste parole il coordinamento che unisce professionisti di Musei, Archivi e Biblioteche (MAB), animato da ICOM Italia, ANAI (Associazione Nazionale Archivistica Italiana) e AIB (Associazione Italiana Biblioteche), commenta il bando per la selezione di “500 giovani” tirocinanti presso strutture del MIBACT, di cui da qualche giorno si parla diffusamente. Un bando, ricordiamolo, che aveva indignato molti osservatori, visto che offriva ai partecipanti un compenso lordo di 5mila euro annui, equivalenti a 3,2 euro l’ora rispetto all’impegno richiesto (il ministero dopo le polemiche ha poi rivisto i termini, ma non la sostanza).
A fronte della drammatica carenza di risorse di cui soffrono, in modo crescente negli ultimi anni, sia le strutture tecnico-scientifiche e di prima linea del Ministero, sia le istituzioni culturali private e delle amministrazioni locali”, sostiene il Coordinamento MAB, è “del tutto inaccettabile impiegare due milioni e mezzo di euro in un progetto di formazione di 500 giovani a tecniche di catalogazione e digitalizzazione dei beni culturali che molti giovani e meno giovani, sottooccupati o senza lavoro, già ben conoscono per aver fruttuosamente impiegato le loro competenze e abilità in progetti culturali rimasti sovente interrotti dall’esaurimento dei finanziamenti”.
Ma le riserve del coordinamento sono anche più pratiche, sociologiche: “Un meccanismo che appare di formazione ma di fatto nasconde una forma di precariato mascherato e sottopagato (l’indennità totale di cinquemila euro lordi per un anno di impegno a tempo pieno appare indecorosa per chi ha dedicato anni allo studio al fine di lavorare nel campo dei beni culturali), ma anche, forse, un modo surrettizio di assunzione nei ruoli del Ministero senza il severo filtro delle prove di un concorso pubblico”. Un passo falso, insomma, da qualunque punto di vista lo si guardi? Voi come la pensate?

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Fa parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.
  • marina urbach

    ‘… di fatto nasconde una forma di precariato mascherato e sottopagato…ma anche, forse, un modo surrettizio di assunzione nei ruoli del Ministero senza il severo filtro delle prove di un concorso pubblico’. Un passo falso, insomma, da qualunque punto di vista lo si guardi’…d’accordo un passo in falso…

  • annamaria

    Un passo talmente timido nella direzione della valorizzazione e promozione dei beni culturali e del turismo da far pena e sicuramente senza apprezzabili risultati a breve termine.
    Va bene catalogare, digitalizzare, ma dovrebbero di gran lunga assumere tirocinanti per la fruizione del patrimonio artistico già disponibile che dorme nei musei.
    Incoraggiare eventualmente forme di associazionismo e cooperativismo giovanile. Serve insomma un progetto di più ampio respiro. Al momento questo è uno dei pochi settori in Italia in grado di produrre PIL, ma bisogna uscire dalla logica emergenziale e prettamente demagogica che non porterà alcun beneficio apprezzabile.