Dopo tutto (non) è brutto! Che noia il programma di Francesco Bonami e Geppi Cucciari su RaiUno: tra battute scontate, banalizzazioni, luoghi comuni e il fiato corto nei confronti della “concorrenza”

Prendi Francesco Bonami. Fatto? Mettigli vicino un volto che buca lo schermo e attizza il grande pubblico della tv generalista: e che sia ovviamente digiuno dei rudimenti dell’arte. Ci siamo? Portali a spasso per l’Italia, a sfatare senza freni e pudori il maggior numero di cliché possibili riguardo capolavori assortiti e beni culturali vari. Ecco Dopotutto non […]

Geppi Cucciari

Prendi Francesco Bonami. Fatto? Mettigli vicino un volto che buca lo schermo e attizza il grande pubblico della tv generalista: e che sia ovviamente digiuno dei rudimenti dell’arte. Ci siamo? Portali a spasso per l’Italia, a sfatare senza freni e pudori il maggior numero di cliché possibili riguardo capolavori assortiti e beni culturali vari. Ecco Dopotutto non è brutto, programma che segna il grande ritorno della cultura sull’ammiraglia della televisione pubblica. Lancio in pompa magna per lo show che il mercoledì scalza Bruno Vespa e il suo Porta a Porta dalla seconda serata di RaiUno: quattro puntate da cinquantatré minuti l’una, un Grand Tour classico – si parte da Venezia e si toccano Napoli, Roma e Torino – che vede il critico nei panni di Virgilio accompagnare una dantesca Geppi Cucciari. Risultato? Dopotutto è brutto. Fiacco. Per certi versi irritante: e non tanto per (de)merito di Bonami, di cui comunque tutto si può dire meno che abbia la verve trascinante del Woody Allen. A steccare è invece proprio Cucciari. Con una serie di battute che profumano di naftalina, tanto stracche da lasciare impietriti sul divano: “un quadro storto a casa vostra è disordine, in casa Cini è arte” spara gongolante, suscitando reazioni paragonabili solo ai subbugli auspicati dallo spot che da anni la vede imperversare per l’etere insieme ad Alessia Marcuzzi. Lo scopo voleva essere quello di svegliare le coscienze, invitare a osservare liberi da preconcetti e stratificazioni culturali; avere il coraggio di ammettere che è bello ciò che piace e non ciò che è realmente bello. Il tutto provando, magari e anche solo di sfuggita, a insegnare qualcosa: missione che difficilmente può dirsi riuscita. Da questa prima puntata veneziana si ricava ben poco: scremati gli sfottò a Calatrava (aggettivato come sinonimo di fesseria) resta una pletora di luoghi comuni su acqua alta, speculazioni a danno dei turisti e via dicendo, arrivando all’insulso paragone tra la posa ieratica di un Cristo medievale e le braccia a croce dei giudici di X-Factor. E alla banalizzazione del lavoro di Stingel, con la mostra a Palazzo Grassi parodizzata stile televendita Mondial Casa: se la casalinga di Voghera si disorienta davanti al contemporaneo è difficile si riesca, così, a indurla a riconoscere che c’è differenza tra i tappeti d’artista e il suo zerbino. Anzi.
Non si cancella, insomma, la convinzione da parte di chi fa televisione che la cultura sia ambito necessariamente ostico e impopolare, anti-divulgativo; e che sia necessario annichilire i toni più che abbassarli, ridurre tutto ai minimi termini, svaccare pur di allettare. E dire che l’azienda di Stato è il primo testimonial del contrario. Sono più di trent’anni che la famiglia Angela insegna – con i suoi modi immutabili e compassati ma tremendamente efficaci – più o meno qualsiasi cosa. Le nuove puntate di Ulisse: il piacere della scoperta viaggiano in questa stagione attorno all’8% di share, con una cifra che oscilla tra il milione e mezzo e i due milioni di spettatori che il sabato sera, in prima serata, preferiscono gli antichi romani su RaiTre a Italia’s Got Talent o Ballando con le stelle. L’Auditel, si sa, non è la Bibbia: ma se il duo Bonami-Cucciari parte con il 10% di share a inizio puntata e chiude con il 5%, il verdetto è uno ed inequivocabile. La gente cambia canale. E se lo fa deve pur esserci un motivo…
L’atteggiamento poco lucido della Rai si dimostra anche nello scivolone involontario del direttore di rete Giancarlo Leone, prontamente riportato ieri con virgolettati su Libero e altri quotidiani nazionali: nel presentare il programma assicura chel’idea di fondo è di raccontare le eccellenze ma anche le cose curiose, con un taglio che non sia quello da esperti di Sky Arte”. Il taglio sarà diverso, ma il concept è davvero molto simile a Potevo farlo anch’io, programma che lo stesso Bonami ha condotto in primavera, insieme ad Alessandro Cattelan, proprio su Sky Arte HD. Non è compito nostro assegnare tapiri, ma se in sede di presentazione di un proprio prodotto non si trova niente di meglio se non citare – in negativo – quelli altrui significa che il fiato è davvero corto. E il peso della concorrenza si fa sentire eccome.

– Francesco Sala

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.
  • Thorvaldsen

    La tv non deve essere necessariamente didattica. Ma se si astenesse dai passaggi con l’aratro pesante in quel poco che la scuola riesce a far germogliare sarebbe meglio.
    Dire che, da ignorante, hai tutto il diritto di non essere intimorito di fronte ad un Piero della Francesca, istigandoti per di più ad esternare commenti sulla sua bruttura se pensi che sia brutto, è istigazione alla barbarie.
    Di fronte ad un’opera di Piero della Francesca DEVI essere intimorito. E se pensi che ti sfugga la ragione per cui l’intero occidente lo venera, devi solo metterti a studiare.

    Bonami, per favore. Basta tenerci in ostaggio. Astieniti. per favore.

  • michela

    siete noiosi e irritanti! dimostrate che l’arte è un dogma, uno status symbol, elitaria e pallosa. avete dimenticato le parole “bello” e “brutto”, siete vecchi, parlate come mangiate e fatevi una risata ogni tanto, almeno 50 minuti a settimana.. come si dice a napoli “magnat’v n’emozion”

    • Ciao Michela,
      un esempio che faccio sempre a fronte di questo genere di obiezioni è: se vai a vedere una partita di hockey e non sai le regole ti annoi. Ma non mi risulta che nessuno ritenga l’hockey (o il baseball, o il calcio o quelle che preferisci) noioso, irritante, elitario ecc. perché richiede lo studio e la conoscenza delle regole. Magari per infrangerle (la mano di Maradona), superarle (i “passi” tollerati nell’NBA) ecc., ma essendo ben consapevoli che appunto le regole ci sono e che il divertimento sta nel rispettarle, talora infrangerle ecc. ecc.
      L’arte è un linguaggio esattamente come l’hockey (come la cucina e la filosofia della storia, come la pornografia e la musica occitana e via dicendo). Se non conosci le regole, ti annoi. Ma non significa che tutti quelli sugli spalti, in campo, nelle tribune stampa ecc. sono snob. E’ esattamente il contrario: è snob chi pretende che non sia più necessario studiare per capire. (Vedi il bell’editoriale di Martina Testa su questo stesso sito)

      • In arrivo al binario 8 un carico Didattico che ci ricorda che le regole ( quali? ) vanno rispettate.
        E chi le avrebbe stabilite queste “regole”? il linguaggio di cui lei parla..o il sistema arte che parla la lingua che preferisce a seconda delle circostanze?
        Chi stabilisce cosa arte sia o non sia?
        Gli snob non hanno nemmeno bisogno di conoscerlo quel linguaggio,semplicemente fanno finta di capire.Di fronte ad una…boiata, diranno sempre..è interessante.
        Il linguaggio è un sistema di segni.Se questi segni cambiano di valenza e significato come succede nell’arte,la comprensione ovviamente è a corrente alterna.
        E agli “Artisti” della comprensione del loro linguaggio importa na beata mazza.
        L’importante è creare valore aggiunto.
        L’importante non è diffondere,moltiplicare,spiegare.
        Perchè?
        Perchè per creare valore aggiunto bisogna creare scarsità,come in tutte le altre MERCI.E fare finta di volere spiegare quello che si VUOLE che sia di scarsa comprensione mi sembra perlomeno buffo se fatto da chi di quella “complessita” ci campa.Come il sig Bonami.
        Bravo ,furbo,un imprenditore come tanti altri.
        Che poi quello che Bonami dica sia il verbo lo lascio alle considerazioni di ognuno.

    • Francesco Sala

      Ben venga qualcuno che strappi un sorriso quando si parla di arte! Però deve riuscirci: i siparietti di Cucciari non ci riescono

    • d’accordissimo con te. quando si ascolta una canzone nessuno si pone il problema del linguaggio musicale, la maggior parte della popolazione non Sa leggere uno spartito e non conosce le “regole”. Ascolta una canzone alla radio ed esprime il suo giudizio magari ascoltando solo il primo minuto … bello o brutto, divertente o noioso, commovente o angosciante. Questa e’ l’arte! comunicazione di emozioni. e questo vale anche per le arti visive.

    • Agata

      anche io ho trovato questi commenti irritanti e noiosi, La trasmissioni invece è piacevole, io adoro l’arte, sono amante soprattutto di mostre di pittura e fotografia, ma tutta l’arte in generale mi piace. Non trovo siano scontati nè Bonami nè Geppi. Trovo ridicoli questi che scrivono commenti, ma saranno artisti? ne dubito e se lo sono, chi li conosce? forse è per questo che sputano sentenze velenose. L’arte dà emozioni, gioia, dolore, stupore, provocazione, mai noia. Non appartiene ad un’elite, è qualcosa che è dentro ciascuno di noi, non perchè esistono persone che si sentono depositarie di una forma di sapere che il sapere è precluso agli altri. Sapevatelo ;)

  • Angelov

    Per arrivare a quello stadio definito come banalità del male, forse bisogna partire dalla banalizzazione del bene; un processo certamente non sempre necessariamente cosciente e voluto, ma che comunque presuppone una massiccia superficialità.

  • Pneumatici michelin

    Giacomelli ha ovviamente ragione.
    A questo peró aggiungerei che per divulgare
    bisogna avere studi solidi alle spalle.
    L’impressione é che la prova della semplificazione
    fa emergere lo stato confusionale di tanti
    curatori e critici (e pure di certi artisti sopravvalutati).

    • Certo! Divulgare (così come insegnare) qualsiasi linguaggio ne presuppone una padronanza completa. Se fatta male è un disastro, ma fatta bene ha un valore enorme.

      • ulderico

        sì però poi le grandissime opere d’arte sembrano non avere bisogno di traduttori, ci avete fatto caso?

        • E’ una illusione ottica. Per restare nella “metafora” del linguaggio: se ascolti per mille volte una canzoncina in inglese, ti sembra di essere in grado di cantarla. E invece non sai le parole, né il significato delle stesse, e sicuramente non hai imparato l’inglese. E’ la stessa cosa con le “grandi opere d’arte”, che fra l’altro sono tali qui e ora, ma solo due secoli fa erano ben altre (la storia della ricezione di Caravaggio, per citare un macroesempio, è per l’appunto esemplare. Per non parlare del Barocco).
          Ancora un dettaglio, che non è della minore importanza: non sto dicendo che i linguaggi abbiano bisogno di traduttori. Vanno imparati. E’ radicalmente diverso. Significa che, una volta che hai imparato grammatica e sintassi, se continui a frequentare la lingua sei autonomo. E’ la stessa differenza che intercorre fra la continua mediazione fra te e Dio nel cattolicesimo (la confessione e l’assoluzione dispensata dal prete) e il rapporto diretto ed eventualmente “facilitato” con Esso nel protestantesimo (il pastore come divulgatore della Parola).
          (Chiedo venia per l’esempio teologico, ma mi pareva il più calzante, benché soporifero!)

          • Condivido. Ma mancano divulgatori, come mancano spettatori veri. Nelle accademie ci sono solo addetti ai lavori che parlano a futuri addetti ai lavori. Poi ci sono spettatori che improvvisano, perchè si presume che l’arte debba essere diretta, chiara e democratica. Visione romantica.

            Come se si volesse curare un tumore solo sapendo che c’è, o se si volesse capire la borsa solo entrandoci dentro.

            Io sto facendo concretamente qualcosa, ma in Italia (e bisogna stare in italia) se non sei nel clan amicale giusto non puoi fare niente, se non da solo.

          • ulderico

            sì ma ammetterai che c’è anche una retorica delle istruzioni per l’uso!
            che quando c’è (e c’è spesso) è insopportabile

            (il messaggio che ricevi è: “se leggi capirai…”; poi leggi, capisci e capisci che avevi capito bene, cioè che l’opera è fuffa, solo che è fuffa al quadrato perché la devi pure “capire”
            almeno la fuffa “diretta, chiara e democratica” non ti chiede tempo, ti consente di vomitare all’istante)

  • graziella mastrogiacomo

    A me la trasmissione è piaciuta. Apprezzo il tentativo di far conoscere l’arte contemporanea, non sempre di facile comprensione, senza appesantire troppo, evidenziando anche quei commenti che la gente comune di solito fa.
    La città spettacolare aiuta, bello lo sguardo interno dei palazzi, che di solito siamo abituati a vedere dall’esterno.

  • Dopo tutto è un programma brutto

    Sono reduce dal programma “Dopo tutto non è brutto”, con Francesco Bonami e Geppy Cucciari. Il risultato è agghiacciante.
    Prima puntata , si parla di Venezia, e Bonami sembra effettivamente un merluzzo imbalsamato. Non solo gli hanno scritto le battute, ma non riesce neanche a dirle nel momento giusto. La Cucciari sa benissimo che sta facendo una boiata pazzesca, ma evidentemente era l’unica proposta lavorativa pervenuta.

    Mi sembra un programma da declino dell’impero romano, totalmente staccato dalla realtà. Molto più ritmo e godibilità Daverio, il chè è tutto un dire. Cosa ci interessa delle feste veneziane degli anni 60? Ma soprattutto cosa ci interessa di venezia e di tutta la solita retorica su venezia? Anche Massimiliano Gioni viene coinvolto e non riesce, anche lui, a esimersi dalla solita retorica veneziana: città miraggio, esageratamente vera e quindi che sembra finta………se questa è l’arte meglio seppellirla.

    Il giochino di Bonami è sempre il solito:

    “l’arte contemporanea è “strana”, insolita e inquietante…fa porre domande? E quindi ha valore”. Punto.

    Il solito giochino anni 90: se non riusciamo a spiegare una cosa al volgo volgare e analfabeta, il solo fatto che ne stiamo parlando significa che quella cosa ha valore. E quindi “W l’arte contemporanea”. E Bonami ci dice anche che possiamo liberamente dire che “non ci piace” Piero Della Francesca. Siamo tutti sollevati. Grazie Francesco. Per questa tua crociata alla facebook: possiamo cliccare “non mi piace”. Peccato che mancano su ogni fronte le ragioni del mi piace/non mi piace.

    La Cucciari deve vestire i panni della casalinga di Voghera in gita scolastica: e aleggia per tutta la puntata questo clima da continuo sfottò. Non tanto verso l’arte contemporanea, ma verso la realtà. Verso l’incapacità di vedere quello che accade. Come i servizi sociali che entrano nella casa dei maltrattamenti, film leone d’argento a venezia, e vedono le cose, ma non riescono a leggerle (Miss Violence, 2013). Non si tratta di risposte sbagliate, ma di domande sbagliate. Ogni cosa della vita e del mondo ha delle ragioni, ma stranamente non si riescono a indagare le ragioni delle opere d’arte. Che spesso sono boitate pazzesche. Cioè cose che hanno una sola e banalissima motivazione. Altre volte no. La trasmissione di Bonami fa molto male quello che ho cercato di fare io insieme all’artista Enrico Morsiani. Insieme abbiamo progettato un corso da proporre nei bar e nei pub. Partendo da domande semplici sulle opere, intese come opere d’arte ma anche come “cose della vita”. Questo esercizio è sconsolante e spesso increscioso. Spesso imbarazzante. Ma alla fine come in un setaccio rimangono delle piccole pepite d’oro. Piccole piccole, ma che alla fine diventano tante.

    Il cortocircuito che vuole creare la trasmissione (il professore e la casalinga) riferito all’arte contemporanea, funziona solo se uno sa buttarsi sulla realtà e sulla contemporaneità. Bisogna buttarsi sul toro, anche con la possibilità di sfracellare al suolo e rompersi tutto. Ed invece Bonami gigioneggia (con barba bianca e pettinatura punk), non vuole rischiare niente. E io penso che la trasmissione verrà immediatamente sospesa.

  • Aldo

    ARIDATECE Bekim Fehmiu e Irene Papas nell’Odissea per la TV!
    quella sì che era cultura (anche visiva) in televisione

  • michela

    Vi risponde David Hammons:

    THE ART AUDIENCE IS THE WORST AUDIENCE IN THE WORLD. IT’S OVERLY EDUCATED, IT’S CONSERVATIVE, IT’S OUT TO CRITICIZE NOT TO UNDERSTAND, AND IT NEVER HAS ANY FUN. WHY SHOULD I SPEND MY TIME PLAYING TO THAT AUDIENCE?

  • Cara Michela, giusto. Ma io invece sono ottimista, a mio parere l’arte è un ‘opportunità sprecata in italia e non solo. Ma visto che l’italia è un caso così significativo e cosi molle, bisogna parlare di Italia. Dovrebbero parlare di italia in tutto il mondo. E noi dovremo smetterla di avere una visione estero-centrica. Scriviamo italiano. Inglese fac.

    Nell’arte manca uno spazio di decompressione tra spettatore e opere. Io ho proposto il blog e le cose che ne derivano. Ma stiamo cercando di organizzare il progetto “gli Intoccabili” come derivazione del blog. Solo che in Italia c’è un regime bulgaro e censorio.

    • mah

      hai varamente rotto morsiani con sta autopromozione. cercati una galleria o cambia lavoro. sei un patetico troll, anzi un agente immobiliare con la forfora sulle spalline

      • ahahahaha. Sempre con Morsiani. Siete ossessionati.

        Non c’è alcuna autopromozione. Ripeto: se si critica senza portare esempi concreti, si viene accusati di essere solo distruttivi e di NON FARE. Se si portano esempi concreti del FARE ( e il progetto fatto con Morsiani, ne è un esempio) si viene tacciati di autopromozione.

        L’obbiettivo di alcuni (come te “mah”, probabilmente del quartierino milanese, e affetti da provincialismo ed estorofilia) sia mantenere un livello mediocre. E ci state riuscendo! :)

        • Irma

          è che se uno vuole sbaragliare il FARE ha da essere sbaragliante
          sennò è sbadigliante

          • Irma

            nel senso che è sbadigliante DOPPIAMENTE

  • Paolo.

    Perfetta tutta la tua spiegazione ( da manuale). Ma il problema è la distinzione per classi , prendiamo per buono che sì l’ arte è un linguaggio ma come lo sport ed ogni artista crea un proprio campo di gioco con le sue regole . Ogni volta lo spettatore deve “studiare” le regole sintattiche che permettono di leggere . O forse è un linguaggio ma non è da decifrare come una formula, diciamo che quando sei sul campo le regole possono essere cambiate…bisogna ridefinire il concetto di sintassi, perché è questo il terreno di gioco. L’arte contemporanea è una comunicazione che ha regole di gioco ( sintassi ) mobili. È questo che è difficile da capire.

  • La sintassi non è mobile, e dialoga ovviamente con la storia (quello che è stato fatto). Ma il problema è che mancano divulgatori capaci. Una figura che non esiste. Come non esiste lo spettatore vero.

    Quindi per questo abbiamo proposto “corso pratico”, fatto dal divulgatore e da spettatori veri. E serve un luogo dove questi si incontrano, posto tra opera e spettatore. Il blog o il pub sono due esempi di luogo.

    • Paolo.

      Che la sintassi sia il prodotto di ciò che è stato fatto è ovvio , è questo che crea l’ orizzonte culturale entro cui il linguaggio vive… dico che ogni artista segue regole sintattiche proprie , se ognuno segue regole proprie il risultato è nessuna regola. Per questo ogni esperienza espositiva è supportata da un libretto di istruzioni ( o bugiardino , come lo chiamo io), la cosa inquietante è che se l’ arte è un linguaggio, di conseguenza si pone di comunicare ma non riesce nel suo intento se non grazie al supporto esplicativo . È come scrivere un libro in una lingua sconosciuta e fornire il dizionario per leggerlo…Non dico che tutta l’ arte contemporanea è così ma spesso accade.

  • Ti rimando al testo che trovi in prima pagina sul blog whitehouse. Ogni cosa umana presuppone un bugiardino: le dinamiche della borsa come lo schema che rappresenta l’estensione vocale della Callas. Semplicemente nell’arte crediamo romanticamente che debba essere tutto chiaro, e allo stesso tempo non essitono divulgatori capaci.

    • Livio

      la grande arte sta in piedi da sola (comprese le cose migliori di Manzoni, Boetti, Kosuth, Nauman e via dicendo)
      quella piccola servono i bugiardini

  • @ulderico: infatti non si tratta di capire l’opera quanto di creare gli strumenti per leggerla. Ogni opera ha il suo valore nell’atteggiamento da cui discende. Come ogni cosa al mondo. Ci sono sempre testi che vanno a supportare l’opera, proprio per questa incapacità di vedere. Pensiamo alla Biennale, didascalie lunghe che rendono ridicola l’opera. Penso ai lavori di Cuoghi e Biscotti. Ma nessuno si sogna di dire queste cose.

  • ulderico

    seguimi wh, sto dicendo che spesso sono fumo negli occhi quegli stessi strumenti! cortine mistificanti
    e che quindi bisogna stare belli svegli, perché spesso la ‘profondità’ è solo facciata

  • Angelov

    Perché dover divulgare a tutti i costi Opere, alcune delle quali sono state forse addirittura prodotte per rimanere del tutto ermetiche?
    Per dare le perle ai porci?
    E se i porci poi le rifiutano le perle, perché le giudicano insapori?
    Perché insistere con questa visione di uno spettatore ignorante e passivo, che bisogna a tutti i costi ingozzare dall’alto con significati per lui incomprensibili?
    Per ampliare forse l’eventuale mercato degli acquirenti, ed acquisire nuovi compratori? Se così fosse, non sarebbe una divulgazione con fini culturali, ma solo commerciali. Ed anche se è vero che di pane si deve pur vivere, è però anche vero che non si vive di solo pane.
    La pagnotta o la cultura: that is the question…

  • Paolo.

    Letto il testo W , e son d’accordo con te ogni istituzione umana ha il suo ” bugiardino” , la Callas non è proprio l’ esempio più calzante , non è certo La Callas per la sua estensione e che per altro riesco a quantificare anche senza avere un orecchio educato… non so te ma io non ho bisogno di un righello per capire che Rocco ha un c… ( scusa la volgarità). Comunque non ho una visione romantica ( anche se mi piacerebbe poter essere un po’ romantico di questi tempi) è che spesso tante cose sono mascherate e si fa una gran fatica per un risultato deludente. Troppa autoreferenza , troppo soggettivismo …ma è lo specchio della società quindi va bene così.

  • Per la Callas, rimandavo allo schema visivo che trovi in prima pagina sul blog whitehouse. Da quello non capisci.

  • Danilo

    Se continuiamo a parlare d’arte senza appassionare il pubblico a cosa serve conoscerla?
    Secondo me bisgna apprezzare lo sforzo di Raiuno e non cestinare tutto perchè si fanno delle battute, forse critichiamo troppo e produciamo poco, non per niente qui in Italia non siamo capaci di far entrare la gente nei musei.

  • @Danilo: lo sforzo di Raiuno è profondamente controproducente, come sono controproducenti certe mostre che vediamo al Maxxi o al Mambo. Molte volte è meglio la tabula rasa: se buttiamo giù una chiesa possiamo capire se le persone di quella comunità sentono veramente quello che la chiesa rappresenta. Per fare un esempio radicale. Una chiesa gestita male, con un sacerdote incapace, fanno ovviamente male alla religione.

    Meglio il vuoto che un pieno che fa apparire l’arte SOLO come qualcosa di accessorio e risibile. Frivolo e inutile.

    • Danilo

      è una questione di punti di vista. Se ci fosse un’ampia gamma di programmi consacrati all’arte nei maggiori canali italiani sarei anche d’accordo ma da troppo tempo c’è il vuoto e ricordo che l’arte è libera di essere considerata profonda, intellettuale oppure della semplice decorazione (il gruppo Nabi vedeva soprattutto l’arte come decorazione).

      • non è una questione di punti di vista. se a linea verde parlassero di catene da neve e cavi elettrici, sarebbe un programma pessimo. il problema dell’italia è proprio quello di pensare che quando si parla di arte e cultura tutto possa andare bene….può essere così ma ci vuole un format efficace. persone capaci. ma purtoppo non ce ne sono.

        come quando mi chiedono quali artisti italiani nati dagli anni 60 in poi mi piacciono…semplicemente non ce ne sono. punto. per via di un sistema formativo e di promozione che si è dimostrato incapace in un paese spesso indifferente perchè stimolato da incapaci……sembro paranoico ma è così.

  • Matteo P

    Ho letto ( e purtroppo anche comprato) il libro di Bonami “Si crede Picasso”.
    L’ho trovato di una banalità e pochezza incredibili.
    Ho controllato la quarta di copertina per verificare che non si trattasse di un caso di omonimia; possibile che sia lo stesso Bonami tanto celebrato nel mondo dell’arte?
    Il direttore della Biennale di Venezia, curatore del Whitney Museum ecc ecc?
    Era lui.
    L’alta critica di Bonami si condensa in due concetti: se l’opera è di immediata comprensione allora non è arte e fa pure un pò cagare ( tutto il figurativo e derivati).
    Se l’opera non è immediata, magari decisamente spiazzante per la casalinga di Voghera e preferibilmente utilizza materiali non tradizionali stai a vedere che ci troviamo di fronte al genio.

    Un altra impressione è che col suo libercolo il sommo critico si sia tolto molti sassolini dalla scarpa, con buona pace del contraddittorio e del diritto di replica.
    Ci sarei passato sopra a questi piccoli peccati se il libro fosse stato almeno godibile, divertente, rilassante….purtroppo pochi aggettivi sono così lontani da questo libro.
    Ci prova a far ridere, basta leggere i titoli dei capitoli per rendersene conto, ma l’esito è tremendamente fiacco.

  • Volere ridurre all’obbiettività dei fatti un linguaggio le cui regole non sono obbiettive ma soggette al VOLERE di un sistema è una contraddizione in termini.

    Il sistema Arte ha come obbiettivo creare valore aggiunto.
    Per farlo non può desiderare la diffusione,condivisione,comprensione.
    Piuttosto cerca il contrario.L’esclusività,l’unicità, la non comprensione.

    La scarsità opposta alla diffusione.
    E’ un principio che vale in tutte le economie.
    Meno ne trovi ,piu’ paghi.

    Obbiettivo raggiunto.
    Valore ..aggiunto.
    Il valore sta proprio nella scarsità,non altrove.
    Chi stabilisce cosa sia o non sia arte?
    Quei pochi ( scarsità..) che tirano le fila.
    Altro che linguaggio comprensibile per chi lo studia.

    I Valori ,tutti,di ogni tipo cambiano con il tempo,l’area geografica..

    Parlare di obbiettività,valore,verità,delle arti è una contraddizione in termini.
    Piacevole,interessante,certo.
    Sventolarla come un assoluto è una assoluta PUTTANATA.

    Questo gli snob non lo diranno mai.
    Diranno…è interessante.

  • GIADA

    Si vive sempre una doppia censura. L’arte come diventa provocazione è cancellata dalle reti generaliste. Chi ci prova seppur con scarsi risultati viene a sua volta censurato dagli intellettuali. Un unione (sindacale) dai “culturalmente impegnati” potrebbe riportare una qualche scintilla di crescita intellettiva nell’italiano medio…che dio solo sa quanto ne avrebbe bisogno!
    e cmq abbasso la censura ovunque provenga.

    • Le provocazioni dell’arte vengono facilmente riassorbite dal sistema arte nel momento stesso in cui alla ricchezza della provocazione viene dato un supposto “valore” culturale..Annullando la fecondità della provocazione a favore del “valore”.

      Duchamp ha un “valore” culturale ma la sua provocazione produce gli effetti contrari al senso ( quanti e quali ? ) della sua stessa provocazione.O,meglio gli effetti si propagano all’esterno di quel sistema,non all’interno.

      Piero Manzoni sfiata e defeca provocativamente.Le sue deiezioni sono ora glorificate e portate ad esempio per gli artisti in erba.Vendute a caro prezzo.

      Cattelan sbeffeggia con il dito medio la Borsa.Alla Borsa non gliene potrebbe di meno.Hanno altro a cui pensare.

      Risultato? Hanno prodotto valore aggiunto per se e per chi lavora con/per loro,ma la loro provocazione è facilmente riassorbita dal sistema.

      Si passa in cassa e siamo tutti a posto.
      Fine della provocazione.

      Anche la provocazione,come tanti altri “valori” vengono propagandati e diffusi solo quando sono innocui.
      Cosa provocano queste provocazioni?
      Valore aggiunto.Denaro.

      Forse il sistema delle arti vuole essere provocato?
      No, vuole essere alimentato dalle provocazioni “artistiche” per poterle digerire
      e annullarne ogni valenza destabilizzante.

      Succede in tutti i sistemi.
      Che siano artistici,politici,culturali…
      Il sistema di per se tende a difendersi,ci mancherebbe.

      Rendersene conto farebbe leggere la realtà con maggiore distacco
      senza aggrapparsi a “valori” che per quanto necessari cambiano con il tempo,
      l’area geografica, la cultura.

  • Sono d’accordo con alcune cose. Sicuramente in Italia il pubblico viene tenuto volontariamente a distanza: certe domande fatte anche al Bonami di turno potrebbero essere scomode.

    La provocazione (ancora anni 90) è oggi più di ieri funzionale al sistema. Tanto che artisti come Cattelan o Bansky devono ricorrere al flash mob per incidere minimamente.

    Gli addetti ai lavori rifuggono ovviamente certe riflessioni, ed ecco l’assenza di critica e la censura-indifferenza verso progetti come Whitehouse (dire questo ovviamente è subito accusato di autoreferenzialità dallo stesso sistema autoreferenziale). La platea italiana dell’arte è fatta solo da addetti ai lavori. E se visiti le mostre del Mambo o del Maxxi, capisci il perché.

    Ci sono solo due vie.

  • Bonami questa sera è già slittato di 40 minuti, a mezzanotte.

  • ahahaha Tale e quale show, è molto meglio, e dice molto di più sull’arte, del programma di Bonami, fare questo è davvero difficile: http://www.youtube.com/watch?v=NnAgZzF-SkQ

  • andrea bruciati

    mi ero perso Venezia, ma non ho memoria di una Roma raccontata in modo così sciatto e stupido… i primi a non credere nel format sono gli stessi protagonisti… cambio canale: viva uomini e donne, molto più onesto

  • andrea, pensa che questa seconda puntata mi è sembrata molto meglio di quella su venezia. E’ un peccato perchè si poteva fare molto meglio, ma si sà in italia siamo tutti CT della nazionale.

    rimando a questo breve testo sulla prima puntata: http://whlr.blogspot.it/2013/12/sono-reduce-dal-programma-dopo-tutto.html

  • E’ al limite dell’inspiegabile come quasi tutti gli autori dei consueti illuminanti commenti abbiano la cattiva abitudine di non firmarsi con il loro nome e cognome: temano di subire le negative conseguenze di una prevedibile vasta popolarità?

  • bernardo

    Ma infatti chi e’ whitehouse, scrivi nome e cognome

  • Whitehouse è un blog gestito da Luca Rossi….se prima di commentare dobbiamo conoscerci tutti e mangiare un cannolo e un arancino insieme, dico che non è possibile…