Dieci anni di ACACIA: un party a Milano per festeggiare l’associazione di collezionisti del contemporaneo. Con la presidente Gemma De Angelis Testa che, tramontata l’ipotesi del museo di Libeskind, guarda all’Europa

Se non fosse sottolineata da un cordone di velluto granata sarebbe forse difficile riconoscerla come opera d’arte. Si sposa con innata eleganza con l’ambiente, quello raffinatissimo della hall del Grand Hotel et de Milan, il Là ci darem la mano intonato esattamente dieci anni fa da Mario Airò, primo artista ad entrare nella collezione di […]

Là ci darem la mano, di Mario Airò

Se non fosse sottolineata da un cordone di velluto granata sarebbe forse difficile riconoscerla come opera d’arte. Si sposa con innata eleganza con l’ambiente, quello raffinatissimo della hall del Grand Hotel et de Milan, il Là ci darem la mano intonato esattamente dieci anni fa da Mario Airò, primo artista ad entrare nella collezione di ACACIA. Serata di festa per l’associazione che riunisce un centinaio di collezionisti italiani, mossi dal sogno comune – realizzato – di costituire una collezione diffusa e condivisa; animati dall’utopia – irrealizzabile – di vederla allocata in un nuovo museo di arte contemporanea. A Milano, ovviamente, irrimediabilmente orfana del progetto di Daniel Libeskind. Due minimali vasi in vetro, due gigli che tendono l’uno verso l’altro e si intrecciano, si abbracciano, a rappresentare l’incontro tra il pubblico e il privato, tra intimo e collettivo; un rapporto suggellato dalle note del Don Giovanni di Mozart. Nell’albergo che Giuseppe Verdi chiamò casa, in un omaggio dunque a quel mondo della lirica che ha celebrato in questi giorni – la Scala dista non più di cento metri – uno dei suoi riti più classici.
“La cosa surreale è che abbiamo una collezione ma non c’è il contenitore”: così ad Artribune la presidente di ACACIA Gemma De Angelis Testa, “allora abbiamo creato una sorta di museo itinerante”. Con mostre al PAC, a Palazzo Reale e – ultima in ordine di tempo – quella voluta da Gabriella Belli a Venezia in concomitanza con la Biennale. Può dirsi delusa dalla città? “Milano ha una vocazione privata: aspettiamo adesso il Museo di Prada! Avendo questa vocazione, probabilmente, le istituzioni si abbandonano un po’ su noi privati. Non posso dirmi delusa perché la speranza è l’ultima a morire…”.
Superato il traguardo dei primi dieci anni cosa possiamo aspettarci per la prossima decade? “Non so quale sviluppo avrà ACACIA, perché io vivo giorno per giorno. Forse questo museo itinerante dovrà andare anche fuori dall’Italia: in giro per l’Europa, ma anche oltre i suoi confini”.        

– Francesco Sala


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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.
  • Pneumatici Michelin

    100 collezionisti organizzati.
    Ma in Italia c’è ne sono molti di piú e anche loro potrebbero dire la loro su un futuro museo.
    Perchė i vari Sandretto Testa ecc dovrebbero avere piú diritti degli altri ad avere
    spazi e contributi pubblici?
    Mi si spiegi questa cosa per favore.
    Ci sono privilegi in base al reddito ?
    Che garanzie di qualitá mi danno questi collezionisti in particolare?
    Come possono dimostrare la loro competenza e per quali ragioni sarebbero piú competenti di collezionisti che non si sono uniti in una lobby?
    Hanno delle responsabilitá questi collezionisti , grazie anche alle loro scelte,
    dell’irrilevanza che patisce in questo momento l’arte italiana ?
    Non sarebbe ora di togliere il tappo e di aprire il sistema?
    O vogliamo andare avanti per un’altra mezzo secolo a difendere gli investimenti
    di un manipolo di retrogradi radical chic?

  • giorgio galante

    Trovo corretta la critica sopra esposta,sembra più una operazione volta a valorizzare artisti del giro dei soliti critici
    Inoltre ritengo che 100 collezionisti non danno garanzia assoluta relativamente
    il lavoro dei vari artisti