Chi sarà il nuovo direttore del Pecci di Prato? Salvadori, Pratesi, Gavarro o ancora Bazzini? Ma spunta il problema degli stranieri e di un bando troppo fumoso

Siamo alle solite. Musei italiani che non attraggono gli stranieri. E non parliamo di turismo e di biglietti staccati, piuttosto di direttori. Dopo il passo falso del Castello di Rivoli, che anche a causa di un bando poco centrato si è ritrovato nelle condizioni di non eleggere direttore nessuno dei candidati che aveva risposto all’evidenza […]

NIO architects - Ampliamento Museo Pecci

Siamo alle solite. Musei italiani che non attraggono gli stranieri. E non parliamo di turismo e di biglietti staccati, piuttosto di direttori. Dopo il passo falso del Castello di Rivoli, che anche a causa di un bando poco centrato si è ritrovato nelle condizioni di non eleggere direttore nessuno dei candidati che aveva risposto all’evidenza pubblica, siamo in pieno svolgimento per quanto riguarda il Pecci di Prato. Il secondo storico museo d’arte contemporanea italiano è da tempo in crisi. Non tanto culturale (certo i tempi d’oro sono un ricordo), quanto di ruolo. Non sembra, insomma, essere compreso dall’amministrazione e appare un corpo di difficile gestione per le varie entità che devono metterci bocca (Comune, Provincia, ma anche Regione). Il risultato è stata la defenestrazione dell’ex direttore Marco Bazzini, la chiusura del museo e, ultima novità, la pubblicazione di un bando per l’individuazione del nuovo direttore. E qui casca l’asino.
Per carità, i pretendenti non mancano di certo intendiamoci. Di critici, operatori del settore e curatori che ambirebbero a sedersi sulla poltrona che fu di Daniel Soutif o di Bruno Corà ce n’è, anche in vista dei nuovi spazi in fase di realizzazione che renderanno il Pecci un museo nuovo. Si parla insistentemente di Ludovico Pratesi, che dopo un anno come direttore del vicino Palazzo Fabroni di Pistoia e una collaborazione con la galleria FuoriCampo di Siena sente evidentemente molto congeniale la Toscana. Si parla di Raffaele Gavarro, che al Pecci ha firmato in passato mostre importanti. Si parla di Alberto Salvadori che dovrebbe decidere se lasciare o meno il Museo Marino Marini di Firenze di cui è direttore e nel cui sta facendo un lavoro sempre più riconosciuto. E naturalmente si parla di Marco Bazzini che potrebbe rientrare dalla porta dopo essere stato fatto gentilmente accomodare fuori dalla finestra. Anche lui, alla fine, potrebbe decidere di presentare la sua candidatura: senz’altro sarebbe la persona più a conoscenza della macchina.
Ma oltre a questi autorevoli candidati o probabili candidati c’è qualcosa che non c’è. Per fare una buona gara, infatti, occorre una presenza variegata e qui mancano i concorrenti provenienti dall’estero. Perché mancano? Mancano perché il bando li respinge. Sarà forte come affermazione, ma questo emerge sentendo proprio loro, gli interessati, i curatori, i critici, i talenti internazionali che dovremmo attrarre in Italia e che invece se ne guardano bene. “La commissione che dovrebbe giudicare il mio curriculum da chi sarebbe formata?” ci chiede un curatore newyorkese. Che continua: “ho provato ad informarmi e pare che i membri che scruteranno i candidati saranno uno espressione del Comune, uno della Provincia e un terzo proveniente dal CdA del Museo. E io dovrei sottopormi ad un collegio giudicante di questo tipo?”. “A Genova avevo tentato”, ci spiega un giovane critico tedesco di grande talento anche lui chiedendoci di restare anonimo, “ma almeno lì si sapeva fin da principio chi c’era in commissione: stimavo i commissari e ho provato a mettermi alla prova. Non ce l’ho fatta, ma c’era un bando decente. Con una commissione trasparente e con un briciolo di idea di budget annuale. Qui non vedo niente di tutto questo e non ci perdo neppure tempo”. Insomma il Pecci rischia di fare la fine di Rivoli? Oppure rischia di dover rinunciare ad una competizione sana che, magari, avrebbe potuto portare in Italia qualche bravo direttore di museo dal resto del mondo?
Con un bando del genere, tuttavia, pare utopistico aspettarsi una competizione che si basi esclusivamente sul merito. I commissari di una evidenza pubblica come questa non possono essere, con tutto il rispetto, i burocrati della Provincia di Prato. Cosa fare? Ce lo dice un terzo candidato, questa volta francese, che ha – per ora – deciso di non sottoporre la propria candidatura per il Pecci: “molto semplice, dovrebbero prorogare il bando di un mesetto e nel frattempo rendere noti i nomi della commissione giudicante. Se sarà formata da personalità all’altezza ci ripenserò e parteciperò anche io”.

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  • un critico italiano

    D’accordo sulle considerazioni generali ma il bando di Genova quanto ad esiti si è basato forse sul merito? Relativamente al Pecci un altro problema è il compenso , più che dignitoso per chi abita in regione o zone limitrofe, ma insufficiente per chi debba trovarsi nelle condizioni di affittare casa e magari già insegna in Accademia od Università, visto che bisogna trasferirsi a Prato

    • anonima che crede nella passio

      Se uno ha gia’ un bel lavoro, come docente all’universita’( da dove, poi sarebbe anche molto assente), dovrebbe scegliere uno dei due, anche solo per rispetto di chi non ha un solo lavoro. Inoltre…sarebbe ora che in Italia si iniziasse a pagare per lavori belli ed interessanti cifre importanti, ma non esose…cosi sarebbero interessate solo persone veramente motivate e, finalmente, ci libereremmo di quella massa che fa questi lavori solo per interesse economico!!!

  • Pneumatici michelin

    Se c’é mio cugino in commissione potrei proporre anch ‘io
    la mia candidatura.

  • vera

    Stranieri, italiani, che problema è? Ci sarà sicuramente qualcuno di competente anche in Italia come dimostrano i numerosi italiani che sono stati messi a capo di Istituzioni all’estero. Il problema che inquina in Italia ogni cosa e pone serie ipoteche sulla riuscita di ogni scelta è sempre il solito, quello delle telefonate fra amici.
    Peraltro Genova non mi sembra un esempio luminoso; il progetto enunciato dopo la vittoria era identico al mio che certo non ho una seria preparazione accademica specifica, ma solo buona cultura generale e anni di appassionata dedizione all’arte.
    Infine diciamo che il lavoro di Bazzini mi è sempre sembrato serio e non è detto che la ristrutturazione dell’ edificio si debba estendere al personale.

  • der

    Il lavoro di Bazzini non è stato spettaccolare, ma certo dignitoso, a tratti buono. Piuttosto dove sono tutte queste eccellenze che “l’impeccabile” bando di Genova doveva partorire. Per ora Bonacossa ha prodotto nulla, e scusate, non è un problema di buget, perchè che non vi fosse era noto – appunto dal bando – prima d’insediarsi. Stendiamo un velo pietosissimo sull’operato di Regaglia al Museion, dove il buget c’è eccome e dove – pro domo propria – è gestito a suffragio di artisti stranieri, e gli italiani finiscono in un sottoscala (vedi perrone – uno scandalo da linciaggio pubblico per come ci siamo ridotti ad accettare la condotta verso i nostri migliori artisti – vergogna e scandalo, ribadisco). Ancora, vogliamo parlare del caso Maxxi, dove il curatore straniero è un fantasma? E chi l’ha visto? Un buon bando è cosa giusta, ma è altrettanto giusto che non ci si preoccupi troppo di competizione con stranieri (anzi meglio non averne proprio) , perchè Francia, Germania (questa un po meno in vero) e Svizzera hanno una legislazione IN APERTO CONTRASTO con le norme europee che prevedono l’accesso ai bandi pubblici a tutti i cittadini comunitari: in Francia e in Svizzera uno straniero praticamente NON PUO PER LEGGE diventare direttore di spazii pubblici. E noi ci facciamo delle fisime? L’importante è che ci sia un buon buget, per il resto, l’importate è che sia un italiano d’esperienza, no sfigati che si preparano carriere all’estero diventando dependace di qualche galleria straniera. Chiaro o no? E fustigazione pubblica se non sostiene l’arte italiana, ripeto, fustigazione pubblica! Ed esposizione al pubblico ludibrio a chi si permette di spendere un euro a suffragio di vent’enni cool, diamo strumenti al nostro sistema dell’arte. Questo serve. Un buon esempio è Alfredo Cramerotti che dirige uno spazio britannico, e – ben sapendo di dover anche considerare il trend piu recente – ha coinvolto Adam Carr. Ma lui è il timoniere e lui decide, senza carte blanche a nessuno. Diamo la direzione del Pecci ad un italiano, poi – come fanno ovunque nel mondo (non son certo ebeti come gli italiani) possono anche coinvolgere di tanto in tanto qualche straniero, per creare confronto. Ma nulla piu.

  • tutank

    Siamo alle solite. Ma se si parla di persone competenti e autorevoli mi fate capire come sia possibile che fra le candidature spunti anche quella di Pratesi?

  • un critico italiano

    Sono contento che finalmente si parli del concorso di Genova come qualcosa di scandaloso perchè davvero lo è stato. Una nomina scelta dalla Sandretto e dalla Pinksummer alla faccia delle gallerie genovesi e dei candidati idonei alla direzione di uno spazio con la storia e la vocazione di Villa Croce con i vari Di Pietrantonio e company della commissione a fare l’ennesima parte da comparsa

  • Pingback: Boom di domande per il Museo Pecci: sono 38 i candidati per la poltrona di nuovo direttore | TV Prato()

  • sahara misi

    Pratesi ancora? ma se non l’hanno mai voluto da nessuna parte ma proprio al Pecci dobbiamo infilarlo? non gli basta il regalo formato famiglia del palazzo Fabroni a Pistoia? Pratesi che in 50 anni non ha mai fatto un artista ma quanti ne ha rubati..non lo sa neanche lui!!!..Fuoricampo mi sembra dal nome un ottima galleria con la quale uno come PRATESI possa ancora lavorare…