Troppo pochi 60 dollari per le tele di Banksy: quasi tutte invendute a New York, dopo la nuova performance. Continua il progetto di interventi quotidiani, dislocati lungo la Grande Mela

Sabato 12 Ottobre, ovviamente all’insaputa di tutti, Banksy ha montato un piccolo banchetto di opere in una delle zone più turistiche di Central Park e ha affidato le vendite a un signore di una certa età, fissando un prezzo politico di 60 dollari. Clienti? Pochissimi, tutti convinti che si trattasse di falsi. A portarsi a casa per […]

Banksy, Farm Fresh Meats, 2013

Sabato 12 Ottobre, ovviamente all’insaputa di tutti, Banksy ha montato un piccolo banchetto di opere in una delle zone più turistiche di Central Park e ha affidato le vendite a un signore di una certa età, fissando un prezzo politico di 60 dollari. Clienti? Pochissimi, tutti convinti che si trattasse di falsi. A portarsi a casa per pochi dollari quelli che erano invece degli originali (costosissimi), sono stati una donna – che è riuscita pure a beccarsi uno sconto! – e altre due persone appena. Guadagno complessivo per l’artista di soli 420 dollari, nonostante il suo stencil-icona “This is not a photo opportunity” che avrebbe dovuto fungere da indizio per i passanti più svegli.
Solo un paio di giorni prima l’iperattivo street artist si era misurato con un’altra folle performance: Farm Fresh Meats è un chiassoso camion pieno di peluche animati (per lo più animali da macello), che ha circolato per la città spaventando i passanti con i versi dei pupazzi-robot affacciati sulla strada.
E poi ancora una serie di azioni disseminate in lungo  e in largo, alla velocità della luce: una pseudo citazione platonica a Greenpoint (Williamsburg), un’installazione completa di auto e crazy horses nel Lower East Side, un roditore che abbatte un cartello ad East NY, un confessionale nel cemento ancora a Manhattan e infine un lunedì (lo scorso 14 ottobre) cominciato con un pezzo nel Queens, che recita: “What we do in life echoes in Eternit…“, sostituendo l’originale Eternity finale con un polemico gioco d’assonanza: “Alcuni mi criticano per l’utilizzo di fonti un poco facili ( questa citazione per esempio è tratta da ‘ Il Gladiatore ‘)”, ha commentato Banksy, “ma sapete una cosa? ‘Sto solo utilizzando questa ostilità per rendermi più forte, non più debole’, come disse Kelly Rowland a X Factor“. Ironia da maestro sulla sua passione per le citazioni popolari: risposta perfetta alle critiche ricevute e abilmente parate.

– Diana Di Nuzzo

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Diana Di Nuzzo
Scrive di Pop Surrealism e Lowbrow Art da tempo, e la sua passione per la cultura pop e underground l'ha portata a trasferirsi nella Grande Mela per conoscere da vicino il mondo delle gallerie dedicate e della Street Art. Qui trova pane per i suoi denti e tenta di fare la corrispondente all'estero cercando di dare voce a movimenti che in Italia restano ancora poco conosciuti. Appassionata di fumetti e toys di ogni epoca e tipo, è ormai ossessionata da Instagram e Facebook, al punto di averne fatto una semiprofessione. Nel campo delle arti visive predilige il mondo del figurativo e ha un debole per gli anni '80 e il suo universo di immagini trash, ipercolorate e molto spesso kawaii. Per il futuro confida di disintossicarsi dalla sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie (di recente acuita da New York) e da quella dell'Analisi Semiotica.
  • Quanto è POPPETTONE. Se Fischer avvicina gli anni 90 ad una candela, Bansky interpreta gli anni 90 con la cultura del flash mob (cose che accadono improvvisamente). Piccoli attentati, se vogliamo. Ma farlo a New York è come proporre un bicchiere di cristallo in una cristalleria…poteva limitarsi alla bancherella…

    La realtà stessa, nasconde già molto: http://whlr.blogspot.it/2011/11/padiglione-italia.html