Il Macro trasformato in una banale location? Una delibera di Giunta sposta il museo romano da Sovrintendenza a Dipartimento Cultura. Scenari nebbiosi all’orizzonte, ma Flavia Barca dice che…

Facevano bene i promotori del Macro, il Museo d’arte Contemporanea di Roma, a far girare in questi giorni un’allarmatissima petizione sui destini del Museo che, dall’arrivo della Amministrazione Marino, è stato di fatto abbandonato a se stesso. Niente nuovo direttore, zero chiarezza sul ruolo, nessuna visione prospettica salvo le solite frasi fatte da parte dell’assessorato […]

A Roma Macro aperto per il weekend pasquale

Facevano bene i promotori del Macro, il Museo d’arte Contemporanea di Roma, a far girare in questi giorni un’allarmatissima petizione sui destini del Museo che, dall’arrivo della Amministrazione Marino, è stato di fatto abbandonato a se stesso. Niente nuovo direttore, zero chiarezza sul ruolo, nessuna visione prospettica salvo le solite frasi fatte da parte dell’assessorato tipo “il museo deve essere in sinergia e in filiera con gli altri musei del Comune” e così via. Facevano bene a preoccuparsi i responsabili dell’associazione MacroAmici con Beatrice Bulgari in testa a prevedere tempi cupi. Le previsioni più fosche, infatti, si sono puntualmente avverate. E oggi la Giunta ha approvato una delibera che sfila il museo dalle competenze della Sovrintendenza e lo assegna al Dipartimento Cultura. Perché? Non è dato sapersi. Sta di fatto che, come è ovvio, i compiti della Sovrintendenza Comunale e quelli del Dipartimento Cultura sono molto differenti (altrimenti non si giustificherebbe l’esistenza di due enti).  Un ente tutela e sviluppa la cultura con dei parametri di merito e di qualità. L’altro organizza eventi, eroga servizi, gestisce spazi.
Insomma questa mossa potrebbe consentire agilmente ad un amministrazione gravata da una quantità imbarazzante di debiti e impossibilitata ad avere qualsivoglia margine operativo (figurarsi nella cultura) di fare quel che nelle ultime settimane si vociferava: un Macro senza direttore (“non posso fare un esterno, non ho risorse” avrebbe dichiarato l’assessore Flavia Barca giusto ieri), gestito dal Dipartimento, con curatori incaricati volta per volta per mostre diverse e di diversa, giocoforza, qualità. Insomma, una location. E, quindi, una soluzione terribile per tutto il mondo dell’arte a Roma. “Sono arrabbiatissima, sconfortata, intristita. Ritengo che questa sia una situazione molto grave. Solo ieri ho avuto un incontro con l’assessore Barca che mi ha indicato, vagamente, di parlare anche con il Capo Dipartimento: perché non mi ha detto che il giorno dopo si sarebbe verificato questo importante passaggio amministrativo?” Beatrice Bulgari è incontenibile ed è piuttosto persuasa che le cose non si mettano bene per il museo romano.

Fin qui, tuttavia, la visione a tinte più fosche. Ma quale interesse avrebbe l ‘amministrazione Marino a smontare una storia che, tra alti e bassi, ha avuto un suo ruolo cittadino, nazionale e internazionale come quella del Macro? Potrebbe essere, invece, che questo cambio di cespite all’interno della Macrostruttura Comunale (per ora si tratta solo di questo, ovvero dell’indicazione di un nuovo posizionamento del Macro, Dipartimento Cultura e non più Sovrintendenza, all’interno della Macrostruttura; nuovo posizionamento che dovrà essere poi confermato e formalizzato in seguito) sia stato pensato anche per migliorare il quoziente di autonomia del museo, magari per traghettarlo verso l’agognata fondazione. I veri intendimenti dell’amministrazione capitolina si intuiranno comunque nelle prossime ore, sempre che l’assessore non continui a interporre la consueta coltre di fumo tra lei e gli operatori che ancora non hanno capito quali siano gli intendimenti di una giunta insediatasi ormai a giugno. Un’altra strada, assolutamente non esclusa, potrebbe essere lo spostamento del Macro, tramite il Dipartimento appunto, nell’Azienda Speciale Palaexpo, assieme dunque a Palazzo delle Esposizioni, Casa del Jazz e Scuderie del Quirinale. “La nostra intenzione è realizzare un grande polo museale” avrebbe dichiarato Flavia Barca.
Giovanni Giuliani, uno dei più noti collezionisti d’arte contemporanea in Italia e reduce da una grande mostra dedicata alla sua raccolta alla Fondazione Hippocrène di Parigi, è piuttosto scosso dalla notizia. Ha aperto la sua Fondazione, un bello spazio ristrutturato dal compianto architetto Firouz Galdo a Testaccio, proprio nell’anno in cui venne inaugurato il nuovo Macro: “cosa facciamo con un museo che si trasforma in una location, in un affittacamere? Chi verrà più a Roma? Avremo sempre di più turisti da pullman. Noi possiamo anche continuare a fare mostre di buon livello ma risultiamo solamente patetici senza le grandi istituzioni al nostro fianco. Ci trasformiamo in operatori velleitari e ridicoli noi per primi”. Frasi che tratteggiano tutto il dramma di chi, di una affermazione di Roma come una delle città del contemporaneo, ci aveva creduto. Ora che si fa? “L’idea che questo museo possa diventare un contenitore di avvenimenti come l’Estate Romana ci porta indietro rispetto a tutto il palcoscenico dell’arte contemporanea mondiale” insiste Beatrice Bulgari. “A chi fa bene trasformare il Macro nell’equivalente della Pelanda mi domando? Chi è interessato a tutto questo? Se le cose saranno come appaiono, noi ci dimetteremo tutti. Abbiamo già convocato un consiglio straordinario di MacroAmici. E temo che si dimetteranno anche i grandi sponsor e la città avrà il suo spazio per fare eventi, feste, capodanni. Tutto questo è tristissimo perché ci stiamo solo facendo del male”.
A conclusione del carosello di dichiarazioni o forse a seguito delle stesse, arrivano le deduzioni di Flavia Barca che consegna ad una nota stampa le sue chiavi di lettura ufficiali: “il passaggio serve per dare maggiore autonomia al Macro e orientarlo verso la produzione culturale e la creatività stimolando la comunità artistica italiana e internazionale” afferma l’assessore, che rassicura sul fatto che la “programmazione di altissima qualità” e l’accento sulla produzione siano sue primarie preoccupazioni, per poi ricadere nel vago quando afferma che il modello sarà “quello dei grandi musei del mondo, che sono spazi di sviluppo della creatività e dei talenti“: già, ma di quali musei stiamo parlando? Sappiamo che l’assessore Barca ha nel suo staff persone che portano con se esperienze da Berlino, ci sono modelli tedeschi da replicare? Oppure, come appare, l’impostazione che il Macro potrebbe avere rassomiglia molto a quella del Palais de Tokyo prima maniera, ovvero ad un centro di produzione che sarebbe ancor più alimentato dalla oggettivamente interessante impostazione degli studi nata due anni fa? Quali sono i riferimenti internazionali a cui si tende? E come si fa a tendere a questi modelli senza un valido direttore? “Lo nomineremo entro il mese di novembre” conclude la Barca “e sarà una personalità capace di centrare questi obbiettivi“. Auguriamocelo. Auguriamoci anche che lo stigma contro Bartolomeo Pietormarchi cada “entro il mese di novembre”, perché in questo momento non è proprio il caso di modificare la testa del museo dopo soli due anni e in un momento di così ampie incertezze e difficoltà.

  • Il Macro è sempre stato l’unico luogo statale di Roma dove il Contemporaneo aveva trovato la sua sede, persino più del Maxxi a volte, dando spazio ultimamente anche ai giovani artisti. Fino a qualche anno fa le mostre e le istallazioni ospitate erano di alto spessore, penso a quelle realiddate dagli artisti internazionali come Ernesto Neto e Pascale Marthine Tayou . Speriamo si continui nella stessa direzione intrapresa prima e non che si cambi tutto ad ogni cambio di amministrazione politica. Molte sono le cose fatte in precedenza da modificare, per esempio trovare un giusto orientamento anche per il Macro Future, secondo me andrebbe fatto, ma la gestione del Macro di via Nizza era ammirevole. Spero permanga

  • bv

    sono d’accordo

    • Giulia

      Francesca Macro è comunale, non statale. Fa una enorme differenza in quanto a dinamiche gestionali, la struttura è più fragile e più esposta al turn over dei dirigenti col cambio di amministrazione. Speriamo bene. Condivido i dubbi e le speranza sulla parte “project”, non mi sembra che ad oggi si sia sufficientemente chiarito il ruolo degli spazi di testaccio, trovo vergognoso che in tanti anni non si sia trovato il modo di rendere almeno parzialmente visitabile la collezione, i cui depositi si intravedono dal cortile dell’ex peroni.

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  • emet

    L’assessore Barca continua a dimostrare di non avere alcuna competenza sul contemporaneo (come non ne ha il suo staff berlinese), di amare la “strategia dell’ombra” (accogliendo le ricette del “divide et impera”), di non essere istituzionale nelle pratiche, che debbono per loro natura essere limpide e condivise.

    Al contrario, da mesi si muove sottobanco chiedendo ricette a chiunque incontri: curatori pluriserie (A, B, C, D… senza distinguere le categorie però!), direttori di accademie straniere (ma siamo impazziti? Roma produce cultura in modo autonomo e non ha bisogno di consigli d’oltralpe: basta con questi provincialismi da casalinghe), centri sociali (che sarebbe anche un bene ascoltare, distinguendo tuttavia le lotte di potere che sono in atto anche all’interno di quelli), giornalisti (i quali poveretti le commentano alle spalle “ma questa chiede davvero a noi cosa bisogna fare del Macro?”), vecchi manipolatori del contemporaneo e chi più ne ha più ne aggiunga.

    Senza dubbio una certa sinistra che raccoglie da anni voti attraverso l’Estate Romana (e soldi clientelari, e.g. ZETEMA, di conseguenza forme di finanziamento illecito) gaude della scelta Barca. Esiste tuttavia anche un’altra sinistra che crede al valore della produzione culturale in quanto fattore chiave di educazione dei cittadini, che vorrebbe una volta per tutte smettere di INTRATTENERE senza gettare gli aspetti positivi dell’Estate Romana alle ortiche, ma emancipandola una volta per tutte.
    E’ un errore inammissibile mescolare intrattenimento e cultura: questo paese non ha già pagato un prezzo troppo alto negli ultimi venti anni?

    Il MACRO deve restare ciò che è: un museo di arte contemporanea.

    Dopo il recente comunicato dell’assessore, ci dica dunque chi sarà il nuovo direttore. E’ lecito sapere dopo mesi di gestazione intellettuale e sotterfugi il tanto agognato nome…se il tempo deve ancora trascorrere nel silenzio, allora è il caso che l’assessore dia le sue dimissioni.

  • luca

    due brevi riflessioni: primo: la strategia dell’assessore potrebbe avere senso solo se l’amministrazione comunale avesse la capacità finanziaria di gestire in prima persona palaexpo e macro (cosa che non mi risulta), altrimenti la famosa ed evocata “filiera” diventerà veramente la filiera dei musei morti.
    secondo: l’assessore non è stato informato che in tutto il mondo (tranne negli emirati arabi), l’arte moderna riesce ad essere raccontata ed esibita (per problemi di costi) solo attraverso l’aiuto e la collaborazione dei collezionisti privati. l’aver mandato a quel paese i pochi collezionisti romani sopravvissuti (amici del macro) dimostra una mentalità da soviet d’altri tempi, un’ideologia lontana dalla contemporaneità.

  • Il museo come punto di massimo contatto tra politica e sistema dell’arte. Nel caso poi di musei o istituzioni comunali, provinciali o regionali, in Italia essi divengono immediatamente spazi ‘docilissimi’, meri strumenti di propaganda/clientela e (auto)rappresentazione estetica ad uso del politicame locale.
    Se artisti e intellettuali non esprimono alcuna posizione a riguardo, mentre curatori e organizzatori cercando di pescare nel torbido e raccogliere come possono, l’iniziativa e il potere non possono che rimanere saldamente nelle mani della classe politico-burocratico-amministrativa.

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