Preoccupata e oppressa: è l’Italia vista da Sylvain George, regista di frontiera con una predilezione per le cronache urbane. Deus ex machina del workshop per videomaker del Milano Film Festival

L’ha fatto in Francia: a Parigi ma anche a Lione. E l’ha replicato in Portogallo, nella sperduta Abrantes. Ora tocca a Milano. Porta in Italia il suo metodo di lavoro Sylvain George, special guest di un Milano Film Festival che l’ha visto crescere: accogliendone i primi lavori, premiandolo e sostenendolo; richiamandolo, oggi che è regista […]

Il workshop di Sylvain George

L’ha fatto in Francia: a Parigi ma anche a Lione. E l’ha replicato in Portogallo, nella sperduta Abrantes. Ora tocca a Milano. Porta in Italia il suo metodo di lavoro Sylvain George, special guest di un Milano Film Festival che l’ha visto crescere: accogliendone i primi lavori, premiandolo e sostenendolo; richiamandolo, oggi che è regista affermato, per omaggaiarlo con una retrospettiva e chiedergli di condurre un workshop per giovani cineasti. Selezione dura, scrematura di una decina di fortunati partecipanti; indottrinamento via Skype – filmografia ma soprattutto bibliografia consigliata – e in questi giorni di festival via ai lavori. Obiettivo: raccontare la città. Intense sessioni camera in spalla, condivisione del materiale raccolto e opportune riflessioni; una settimana di tempo per sfornare un corto ciascuno, presentato in chiusura di rassegna al pubblico del festival e poi destinato a vivere di vita propria.
Dalle immagini che stanno confluendo al tavolo di lavoro, accolto dalla Fabbrica del Vapore, emerge “un sentimento di oppressione, di fastidio nei confronti della ripetitività soffocante della quotidianità”. Così George, che ci spiega come negli sguardi dei giovani registi che lo circondano in questa avventura milanese si leggano “preoccupazioni comuni” a quelle riscontrate un po’ ovunque in Europa, segno della pervasività di una “ideologia dominante” che lascia pochissimi margini di azione. La reazione, specificità tutta italiana, si esprime attraverso una fuga dalla realtà: “è comune il desiderio di luoghi utopici, anche se si tratta di utopie fragili. Squat occupati destinati ad essere sgombrati, oppure segreti giardini urbani”. Isole di effimera serenità.

– Francesco Sala


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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.
  • Anna

    Deus ex machina non significa quello che Francesco Sala o il titolista credono significhi. Se correggete fate un favore ai vostri genitori che vi hanno pagato il liceo.