Pollock e non solo a Milano: fotogallery e video dalla preview della mostra che a Palazzo Reale racconta la stagione dell’espressionismo astratto. Con il padre del dripping e gli “irascibili” Rothko, de Kooning, Francis…

Non usa parole a caso Luca Beatrice quando cita il termine hipster: ripulendo il concetto dall’irritante patina di pantaloni con il risvolto alle caviglie, instagrammer compulsivi, baffi, brillantina e biciclette a scatto fisso. Riportando il calendario al secondo dopoguerra, affermando con orgoglio che “Jackson Pollock è il primo hipster”: icona della stagione dell’esistenzialismo all’americana, della […]

Pollock e gli irascibili a Milano - foto Michela Deponti

Non usa parole a caso Luca Beatrice quando cita il termine hipster: ripulendo il concetto dall’irritante patina di pantaloni con il risvolto alle caviglie, instagrammer compulsivi, baffi, brillantina e biciclette a scatto fisso. Riportando il calendario al secondo dopoguerra, affermando con orgoglio che “Jackson Pollock è il primo hipster”: icona della stagione dell’esistenzialismo all’americana, della scoperta del jazz, dell’esplosione del fenomeno della beat generation.

Una stagione celebrata a Palazzo Reale dalla mostra che lo stesso Beatrice cura insieme a Carter Foster: arriva dalla collezione del Whitney la cinquantina di pezzi che documentano l’evoluzione della poetica dello stesso Pollock e arrivano a saggiare l’intera scena della New York agli albori degli Anni Cinquanta. A fronte di una mostra che nel titolo spende il  grande nome è facile sentire odore di furberia: troppe volte del purosangue trovi appena un’ombra, magari nemmeno significativa, e il resto dell’allestimento va via con i minori, i seguaci, i parallelismi ingenerosi. Di autografi di Pollock, a Milano, ce ne sono giusto una decina: ma tutt’altro che pezzi di serie B, come dimostra il Number 27 del 1950. Ad accompagnarli una selezione da greatest hits, che spazia da tele del Rothko primi Anni Cinquanta a un excursus su de Kooning; da Newman e Gorky fino a Sam Francis, Robert Motherwell ed Helen Frankenthaler.

– Francesco Sala


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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.