Lido Updates: nel menù del sabato l’irresistibile sorriso di James Franco, le battute di Judi Dench, gli aereoplani di Miyazaki e l’ultima arrivata della dinastia Coppola

Arriva finalmente un film ben scritto, ben girato e ben interpretato. Philomena di Stephen Frears è uno di quelli che si lascia vedere, che racconta una storia canonica e strappalacrime, ma lo fa con lo humor inglese e la classe di una confezione impeccabile. Perché qui la differenza non la fa la storia, ma come […]

Arriva finalmente un film ben scritto, ben girato e ben interpretato. Philomena di Stephen Frears è uno di quelli che si lascia vedere, che racconta una storia canonica e strappalacrime, ma lo fa con lo humor inglese e la classe di una confezione impeccabile. Perché qui la differenza non la fa la storia, ma come è raccontata e da chi è interpretata. Una vecchia signora irlandese vorrebbe riabbracciare il figlio sottrattole dalle suore e dato in adozione. Per ritrovarlo coinvolge un giornalista appena licenziato dalla BBC. La decisione della donna di perdonare le monache cattive ha la potenza inibitoria di una squadra di artificieri antiterrorismo, ma è ai limiti della credibilità, come la stessa Dench ha detto in conferenza. Non vincerà mai perché è il sequel edulcorato di Magdalene di Peter Mullan che ricevette il leone d’oro nel 2002, e di quel film non ha nemmeno lontanamente la consistenza tragica.
Dalla morale cattolica si passa a James Franco, che di peccati in mente ne fa venire tanti. Lui, che ha il dono dell’ubiquità, riesce ad essere a Venezia, a Toronto, a Berlino, a Cannes, a interpretare un numero imprecisato di film all’anno, a girarne di suoi, a produrre pure quelli degli altri (come Palo Alto di Gia Coppola in concorso nella sezione Orizzonti), a scrivere, ad essere sempre lucido e a darsi anche generosamente in tutte le conferenze stampa. Figlio di una poetessa e di un padre impegnato nel no profit, con la nonna paterna scrittrice, la materna nota gallerista di Cleveland. Un po’ ebreo, russo, portoghese, svedese, ha studiato alla Stanford University, all’Ucla, alla Columbia, master alla Tisch della NYU e un dottorato alla Yale, non sorprende che Franco abbia molte cose da dire e che qualche volta le dica anche bene, ma sempre con un tocco assolutamente personale. Child of God è la storia di Lester Ballard, rimasto orfano e poi sfrattato, che regredisce allo stato di violento semicavernicolo, scivolando nell’isolamento più totale al di fuori dell’ordine civile. Un uomo che tenta in tutti i modi di comunicare con gli altri, ma non è assolutamente in grado di farlo. Poche comunque le probabilità di vittoria, se non in qualche categoria collaterale. Ma per i pronostici i tempi non sono ancora maturi.
The Wind Rises è il cartone di Miyazaki in concorso, che già prima della proiezione aveva alzato un polverone in patria e all’estero: i sudcoreani erano insorti per la scelta del personaggio storico Jiro Horikoshi, ingegnere aereonautico che durante la Seconda Guerra Mondiale progettò il Mitsubishi A6M Zero. Secondo loro nel cartone si legge un’apologia militarista e inoltre i velivoli furono assemblati per lo più da prigionieri coreani. Insorti anche i medici giapponesi per le scene ricorrenti in cui si fuma, una in particolare dove è presente una donna malata di cancro ai polmoni. Le atmosfere potrebbero paragonarsi a quelle di Porco Rosso, ma in questa pellicola l’accento romantico si fa più forte, la componente atmosferica diventa esistenziale e diventa più intensa la sensazione di attesa di un elemento non chiaramente identificabile e del tutto affascinante.
Conclude infine la giornata Palo Alto della appena ventisettenne Gia Coppola, nipote di Francis, Sofia, Roman, cugina di Nicolas Cage e della famiglia Schwartzman. Sceneggiato sul racconto di James Franco, che ne è anche interprete e produttore, mostra uno spaccato di vita dell’adolescente medio californiano, con uno stile piacevole e dimesso. Non è certo Harmony Korine. Non è nemmeno la zia Sofia politically incorrect di The Bling Ring. Ma le concediamo la buona fattura. Non foss’altro che questi Coppola hanno la pellicola, kodak o digitale che sia, al posto dell’acido desossiribonucleico…

– Federica Polidoro

CONDIVIDI
Federica Polidoro
Federica Polidoro si laurea in Studi Teorici Storici e Critici sul Cinema e gli Audiovisivi all'Università Roma Tre. Ha diretto per tre anni il Roma Tre Film Festival al Teatro Palladium, selezionando opere provenienti da quattro continenti, coinvolgendo Istituti di Cultura come quello Giapponese e soggiornando a New York per la ricerca di giovani talent sia nel circuito off, che nell'ambito dello studentato NYU Tisch, SVA e NYFA. Ha girato alcuni brevi film di finzione, premiati in festival e concorsi nazionali. Ha firmato la regia di spot, sigle e film di montaggio per festival, mostre, canali televisivi privati e circuiti indipendenti. Sta lavorando ad un videoprogetto editoriale per la casa editrice koreana Chobang. È giornalista pubblicista e negli anni ha collaborato con quotidiani nazionali, magazine e web media come Il Tempo, Inside Art e Il Faro. Ha seguito da corrispondente i principali eventi cinematografici dell'agenda internazionale tra cui Cannes, Venezia, Toronto, Taormina e Roma e i maggiori avvenimenti relativi all'arte contemporanea della Capitale. Attualmente insegna Tecniche di Montaggio all'Accademia di Belle Arti.