Terroristi al museo: impazza la polemica allo Jeu de Paume di Parigi, che ospita le foto della palestinese Ahlam Shibli. Per le associazioni ebraiche i suoi report dai territori occupati invitano alla lotta armata

Loro l’attaccano parlando apertamente di “apologia di terrorismo”, inviando una petizione al ministro della cultura Aurélie Filippetti e minacciando per domenica 16 giugno una manifestazione di protesta sotto i cancelli del museo. Lei si difende invitando a guardare il senso complessivo del proprio lavoro e il concept che anima una mostra che sì, tocca l’argomento […]

Ahlam Shibli, Senza Titolo (Trackers n°57) Lakhish Army Base, Beit Gubrin, Israele-Palestina 2005

Loro l’attaccano parlando apertamente di “apologia di terrorismo”, inviando una petizione al ministro della cultura Aurélie Filippetti e minacciando per domenica 16 giugno una manifestazione di protesta sotto i cancelli del museo. Lei si difende invitando a guardare il senso complessivo del proprio lavoro e il concept che anima una mostra che sì, tocca l’argomento dell’Intifada e sì, lo fa da un punto di osservazione ben connotato. Ma inserisce il tema in un contesto più ampio e soprattutto finalizzato a riflessioni che esulano dalla politica. È scontro aperto a Parigi tra le associazioni ebraiche e Ahlam Shibli, artista arabo-israeliana che da tempo racconta attraverso il medium della fotografia lo status di quella che in più di un’intervista ha definito la “sua gente”, con specifico riferimento ai discendenti delle tribù di pastori nomadi da sempre in movimento tra Negev e Galilea settentrionale. Un’enclave mobile che conta circa 30mila persone, figli minori della Storia, apolidi per nascita, schiacciati tra le pieghe degli annosi conflitti che infiammano la regione.
Si intitola non a caso, allora, Phantom Home la sua retrospettiva allo Jeu de Paume: sei serie realizzate nell’ultimo decennio focalizzano l’attenzione in modo vario e disparato sul concetto di sradicamento e perdita di riferimento. In modo più o meno didascalico se è vero che si passa dai reportage dedicati agli orfanotrofi polacchi ai monumenti che ricordano il sacrificio dei soldati francesi uccisi nelle guerre coloniali, fino ai ritratti dei militanti a sostegno delle campagne in favore dei diritti dei gay. Per arrivare, logicamente, al controverso Death, progetto che documenta la memoria dei guerriglieri uccisi dall’esercito israeliano, così come viene vissuta nella quotidianità della società palestinese. E qui apriti cielo: ad alzare le barricate è il CRIF, Conseil Représentatif des organisations Juives de France, che minaccia battaglia. In attesa che la mostra levi le tende e si sposti prima a Barcellona poi a Oporto, forse con migliore accoglienza.

Francesco Sala


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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.