Valorizzazione dei talenti locali? Meglio ampliare gli orizzonti: così gallerie e spazi no profit boicottano il Malmö Nordic Festival, considerato troppo limitante. E in odore di strumentalizzazioni politiche

Considerata la latitudine e il tenore della protesta, consumata attraverso un garbato boicottaggio, non è forse fuori luogo parlare di guerra fredda. Con più d’uno, tra gallerie e soggetti no profit, a scegliere di lasciare al proprio destino il Malmö Nordic Festival, contenitore d’arti varie che ha debuttato in questi giorni e che è destinato ad […]

Malmö, Moderna Museet

Considerata la latitudine e il tenore della protesta, consumata attraverso un garbato boicottaggio, non è forse fuori luogo parlare di guerra fredda. Con più d’uno, tra gallerie e soggetti no profit, a scegliere di lasciare al proprio destino il Malmö Nordic Festival, contenitore d’arti varie che ha debuttato in questi giorni e che è destinato ad animare, fino ad agosto inoltrato, la terza città del Paese. Ai contestatori non va giù l’aggettivo: quel riferimento alla dimensione nordica di un evento che, così, sembra chiudersi in un localismo cieco, quando non addirittura aprire le porte a rivendicazioni nazionaliste da parte di chi butta tutto in politica. A guidare la fronda la galleria Elastic, fresca della personale di Emanuele Becheri, e la Johan Berggren; ma pure Signal, eclettico centro per il contemporaneo che dal 1998 mette a sistema le esperienze di un eterogeneo collettivo di artisti e curatori. Il ritornello è unanime: che senso ha rivendicare la matrice svedese di una città dove un terzo degli abitanti è di origine straniera e dove si parlano 170 lingue diverse? “Il termine “nordico” non è stato oggetto di discussione, non è stato definito in maniera chiara ed è del tutto arbitrario”: così Elena Tzotzi, tra i fondatori di Signal; che con la stampa rincara la dose dell’anatema già lanciato da Johan Berggren, che parla senza mezzi termini di un tema “noioso”, che rischia di “diventare politico”. Di avviso diametralmente opposto le istituzioni che appoggiano e sostengono il cartello di eventi, mostre e dibattiti su cui si basa il programma: in testa i principali musei della città, capofila di un progetto che mette in rete una trentina di istituzioni pubbliche e private, nel tentativo di fotografare la scena scandinava contemporanea. Intrigante il parallelo che nel distaccamento del Moderna Museet di Stoccolma, vede immersi nello stesso contesto espositivo l’islandese Ragnar Kjartansson ed Edvard Munch; scouting puro al Malmö Konsthall, dove ventiquattro giovani artisti dell’area hanno a disposizione 80 metri quadri ciascuno per far conoscere il proprio lavoro. Un concept, quest’ultimo, affine a quello che porta al Malmö Art Museum, ad una riflessione sull’idea del nordic model: ha senso individuare una matrice comune, esiste – se non una scuola – almeno una sensibilità diffusa a influenzare la mano di chi vive e lavora nei paesi della Scandinavia? La risposta nei lavori di Runo Lagomarsino  e soci.

– Francesco Sala

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.