New York Updates: chi sarà ad aver sborsato 80mila dollari per la performance di Tino Sehgal? Ecco i primi rumors sulle vendite a Frieze NY

Frieze week in chiusura, iniziano al solito a rincorrersi i report – più o meno apocrifi, sempre parzialissimamente attendibili – sulle vendite in fiera. Parliamo di fiera, al singolare, visto che gli osservatori concentrano le loro attenzioni in questo caso sulla mai fair, Frieze New York: ne riportiamo un florilegio, pizzicando quà e là da […]

Lo stand Hauser&Wirth con il “puppy” di Paul McCarthy, venduto in 40 esemplari - Frieze New York 2013

Frieze week in chiusura, iniziano al solito a rincorrersi i report – più o meno apocrifi, sempre parzialissimamente attendibili – sulle vendite in fiera. Parliamo di fiera, al singolare, visto che gli osservatori concentrano le loro attenzioni in questo caso sulla mai fair, Frieze New York: ne riportiamo un florilegio, pizzicando quà e là da diverse fonti, da Artinfo al portale specializzato Art Market Monitor, a commentatori ”freelance”.
Pare dunque che Thaddeus Ropac sia stato attivissimo, piazzando per 330mila dollari Untitled (after Clyfford Still, 1957-J No.2), di Robert Longo, Untitled di Alex Katz per 350mila, Untitled (Spider Web) di Tom Sachs per 200mila, Age of Reason di David Salle per 190mila. Da Lisson qualcuno pare che sia uscito con un Anish Kapoor da parete lasciando sul posto qualcosa come 800mila dollari, mentre un lavoro di Ai Weiwei sarebbe stato venduto per quasi 400mila.
L’enorme “puppy” di Paul McCarthy è stata una delle opere più iconiche di tutta la fiera: ed Hauser & Wirth pare ne abbia vendute una quarantina in versione small, per 25mila dollari cadauna. L & M Arts di Los Angeles avrebbe venduto rapidamente un Liza Lou per 225mila dollari, Andrea Rosen un’installazione video di Mika Rottenberg per 150mila. Curiose le trattative per la vendita della performance di Tino Sehgal by Marian Goodman: l’opera – un’edizione di quattro – viene acquistata tramite un accordo verbale con l’artista, ed in fiera ne è stata venduta una per 80mila dollari.

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Fa parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.
  • Tino Sehgal dopo il 2001 è l’unica reale novità. Pur partendo da un’intuizione del 900, e rischiando spesso di scivolare pericolosamente sul teatro.
    Quindi è sicuramente l’acquisto più logico.

    • blackhouse

      CHE PALLE CHE FAI WHITEHOUSE !
      SEI PIU’ ANTIPATICO E SACCENTE DI TOPOLINO

      • non siamo quì per essere simpatici
        saccente..quando scrivo un commento mi piacerebbe tanto innescare un confronto argomentato sulle opere, ma non accade quasi mai. :) sorrisino va bene?

        • blackhouse

          Il problema è che per innescare un confronto devi esprimere qualcosa di interessante, un punto di vista, una tua personale verità.
          Ti posso garantire che quello che sei in grado di innescare tu è esclusivamente un’ORCHITE CRONICA. hai capito?
          il sorrisino fattelo allo specchio quando ti racconti tutte le tue ovvietà.

          • Guarda che ci sono molte cose argomentate, come punti di vista opinabili ma molto chiari. E quindi un problema generazionale giovani-vecchi, opere come ikea caricata di citazioni, omologazione ad un rassicurante mainstream internazionale come sintomo di un provincialismo esterofilo, ruolo del pubblico, ruolo del museo, ruolo della critica, una definizione di opere più fluida che lavora su più livelli. Se guardi whitehouse trovi 4 anni di lavoro, con articoli su Flash Art e Artribune, e anche sulla rete trovi molto.

            Non ho mai offeso nessuno, ho sempre argomentato una critica. A questo molti reagiscono con la chiusura, l’indifferenza e l’ostracismo. Sono contento perchè il mio lavoro ha contribuito a evidenziare un problema. Procediamo. Se argomenti criticamente senza essere costruttivo, sei solo distruttivo; se argomenti proponendo un’alternativa sei autoreferenziale. Procediamo.

          • blackhouse

            Il problema è che per innescare un confronto devi esprimere qualcosa di interessante, un punto di vista, una tua personale verità.
            Ti posso garantire che quello che sei in grado di innescare tu è esclusivamente un’ORCHITE CRONICA. hai capito?
            il sorrisino fattelo allo specchio quando ti racconti tutte le tue ovvietà.

  • al di là di tutto, l’opera di Tino Sehgal è possibile solo tramite un sistema di relazioni e persone intorno che argomentano il suo lavoro e motivano la necessità e l’urgenza dell’opera. Cosa che in Italia non esiste, ma è motivato solo il giretto al mercatino dell’usato o lo shopping del vintage…fatto da certi curator molto attenti al proprio guardaroba :)

  • Non capisco perché duplicare questo teatrante, oramai un poco datato, che deve più alla “distribuzione” che al senso delle sue opere.

    Divertissement per critici vogliosi di letteratura che per appassionati di arti visive…

    Dal 2001 ??? che dire allora del lavoro di Pistoletto e di Nespolo degli anni 70… solo per fare un esempio, ma sono state tantissime le azioni di “teatralità” dell’arte anche con risultati più interessanti …

    L’unica novità dagli anni 80 è la crescita del mercato che ha “massimizzato” il sistema stesso con ottime distribuzioni di “prodotti” pre-confezionati dopo un rapido riciclo di “figure”.

    Sto giusto leggendo un bel testo di Lea “Parole sull’arte 1965 -2007” molto gradevole e ricco di riflessioni

  • Sehgal ripulisce e calibra in modo furbo ed efficace Ian Wilson che proponeva come opere dei dialoghi con lo spettatore, dove l’opera era proprio il dialogo. Qualche hanno fà, al MART, hanno pensato bene di ingrandire e stampare l’invito al dialogo di Wilson come opera…come evirare un artista. Ma Sehgal lo fa in modo efficace riportando l’attenzione sull’arte come esperienza (veramente, rigorosamente) e non come oggetto. La vendita (a parte che mi sembra vetusto stare ancora a parlare del mercato quando da 60 anni siamo TUTTI immersi nel mercato) è anche un modo per dare forza al suo lavoro. Unica macchia forse il lavoro per la Turbine Hall, in uno spazio troppo ampio, veramente troppo teatrale.

    Ma il dato interessante è che Sehgal ha bisogno di un sistema attorno maturo e fortemente di supporto. Questo forse è anche un punto di debolezza. Ma tutti ne abbiamo bisogno in fondo. Un sistema maturo e presente intorno vuole anche dire confronto critico, dialogo tra progettualità diverse…oggi in italia vanno solo i giovani indiana jones dediti al mainstream internazionale, o gli artisti della domenica rifugiati nel loro narcisismo romantico.

  • Su questa parte condivido anche se mi domando se non esista una via più indipendente dell’arte in italia che non sia quella di “guardare” al sistema anglo-inglese, oramai siamo diventati un “fotocopia” di questo grande mercato che però da segni sempre più stanchi, vedi il venduto di frieze e fiere parallele molto strombazzato da in caduta rispetto all’anno scorso.

  • i casi citati prima di Pistoletto e Nespolo sono due esempi voluti sia per le singole strategie artistiche sia per il loro accesso al mercato uno “sostenuto” da stranieri l’altro che ha sviluppato un suo percorso più autonomo, il problema italiano è la debolezza del mercato che solo se “aiutato” da forze esterne riesce ad esportare “prodotti artistici” vedi ora il caso di ghirri…

  • @blackhouse: puoi leggere ben tre articoli dove argomento tre verità, ma non le chiamerei verità quanto opinioni grezze, tesi grezze…il problema è che persone come te non sono in grado (fino a prova contraria) di contro-argomentare…e quindi vi viene l’orchite cronica, detta anche colon irritabile.

    Ecco gli articoli su Artribune: http://www.artribune.com/author/lucarossi/

    Mentre sul blog trovi quelli usciti su Flash Art.