Altro che guerra fredda, Pushkin ed Hermitage sono ai ferri corti! Oggetto del contendere la possibile riapertura del Museo di Nuova Arte Occidentale cancellato da Stalin: San Pietroburgo teme di perdere i suoi Picasso, Matisse e Degas

Il primo l’ha chiuso, l’altro – a distanza di quasi settant’anni – potrebbe riaprirlo. Destini incrociati quelli di Stalin e Vladimir Putin, non solo per quanto riguarda una certa affinità nelle strategie per l’esercizio del potere e la gestione dei rapporti con gli avversari politici. Ma anche perché protagonisti, loro malgrado, della questione che da […]

L'Hermitage di San Pietroburgo

Il primo l’ha chiuso, l’altro – a distanza di quasi settant’anni – potrebbe riaprirlo. Destini incrociati quelli di Stalin e Vladimir Putin, non solo per quanto riguarda una certa affinità nelle strategie per l’esercizio del potere e la gestione dei rapporti con gli avversari politici. Ma anche perché protagonisti, loro malgrado, della questione che da qualche giorno ha raggelato i rapporti tra le due principali istituzioni museali russe. Pushkin ed Hermitage si guardano in cagnesco, eccitando la stampa internazionale con un valzer piuttosto schietto di lamentele assortite e reciproche accuse. Tutto nasce su iniziativa dell’energica Irina Antonova, splendida nonagenaria che dal 1961 – record mondiale assoluto di attaccamento alla poltrona – dirige la storica collezione moscovita. Lei c’era, e con cognizione di causa, quando nel 1948 Stalin decise che le opere delle collezioni Shchukin e Morozov, nazionalizzate dopo la Rivoluzione d’Ottobre, alla nazione in realtà non servivano. O meglio: rischiavano, con l’eccellenza dei vari Picasso e Matisse, più tutta l’infornata di Impressionisti, di mettere in secondo piano i pennelli autarchici del realismo sovietico. Da qui la chiusura del Museo di nuova arte occidentale, aperto solo vent’anni prima; e la dispersione delle collezioni, un po’ al Pushkin e un po’ a San Pietroburgo. O Leningrado, visti i tempi della faccenda. La Antonova oggi torna alla carica e tira la giacchetta di Vladimir Putin: i tempi sono maturi per risarcire quello sgarro e pensare ad un grande museo d’arte moderna, naturalmente a Mosca, che riunisca le due collezioni. L’operazione, dall’evidente allure mediatica, certo non dispiace a un presidente in deficit di stima internazionale: da qui l’incarico al Governo di stilare, data di consegna fissata per il 15 giugno, un dossier che illustri la fattibilità del progetto. “Un atteggiamento primitivo nei confronti della cultura nazionale” così il direttore dell’Hermitage Michail Piotrovskij, pronto a difendersi con le unghie e con i denti da quello che iene visto come un assedio ai capolavori della collezione di San Pietroburgo. In predicato di lasciare le rive della Neva sarebbero infatti, tra gli altri, la monumentale Danza di Matisse e un discreto numero di primi Picasso; ma anche tele di Degas e Renoir. Pezzi che hanno un certo appeal per i quasi tre milioni di visitatori che fanno dell’istituzione il tredicesimo museo d’arte più frequentato al mondo.

– Francesco Sala

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.