Una ragnatela fra Italia e India. Inaugurata a Mumbai l’opera di Reena Kallat per il progetto ZegnArt Public: qui ci sono immagini, video e intervista all’artista

Il Dr. Bhau Daji Lad City Museum di Mumbai è un’isola felice. Qui regnano il silenzio, la compostezza e quell’atteggiamento quasi “reverenziale” che si ha entrando in un luogo che conserva la preziosa memoria storica di una città. Colpisce una classe di bambine, in divisa, che ordinatamente si apprestano, con le loro insegnanti, a visitare […]

Il Dr. Bhau Daji Lad City Museum di Mumbai è un’isola felice. Qui regnano il silenzio, la compostezza e quell’atteggiamento quasi “reverenziale” che si ha entrando in un luogo che conserva la preziosa memoria storica di una città. Colpisce una classe di bambine, in divisa, che ordinatamente si apprestano, con le loro insegnanti, a visitare il museo. I rumori della città e il magma di persone che si mischiano caoticamente al traffico cittadino, senza soluzione di continuità, sembrano lontani. Altrettanto distante è la condizione di disarmante povertà che si manifesta in ogni angolo della città.
Da oggi la facciata di quel museo si è trasformata in una specie di “tavolozza” che l’artista indiana Reena Kallat ha usato per costruire una ragnatela gigante, fatta di 550 timbri, pezzi unici nella coloritura e nella venatura di dimensioni diverse e realizzati in fibra. L’opera rimarrà esposta fino al 15 maggio per poi essere donata al museo e collocata in seguito, secondo le parole di Tasneem Mehta, direttrice del museo, in un edificio di prossima costruzione. L’installazione è il frutto del progetto ZegnArt Public — curato da Cecilia Canziani, Simone Menegoi, col coordinamento di Andrea Zegna — che per il suo primo appuntamento ha scelto Mumbai.

Un’avventura fantastica” per Anna Zegna, entusiasta di questa collaborazione e di questo scambio culturale con la città indiana. L’opera è un cortocircuito tra passato, presente e futuro, perché su ogni timbro sono stati riportati i nomi coloniali delle strade della città, oggi sostituiti dai nomi indigeni. Una sorta di rimappatura di un territorio che sta subendo grandi trasformazioni. I timbri rimandano inevitabilmente al macchinoso apparato burocratico con cui i cittadini indiani hanno imparato a convivere. Uno sviluppo che deve sicuramente anche fare i conti con le tradizioni e la storia. Perchè come ha sottolineato Gildo Zegna, ceo del gruppo Ermenegildo Zegna, “se non c’è cultura non c’è sviluppo”. Forse proprio per questa ragione, per una volontà di condivisione e di scambio, l’installazione è stata collocata all’esterno del museo. Per permettere a chiunque di poterla vedere senza dover accedere necessariamente al museo. E saranno in molti a vederla perché a due passi dal museo si trova il frequentatissimo zoo cittadino. Abbiamo incontrato l’artefice di quest’opera tentacolare, l’artista Reena Kallat.

Soddisfatta?
Assolutamente sì. Tutto il processo di gestazione e realizzazione del progetto è culminato nella miglior maniera possibile.

Quali sono state le fasi di realizzazione?
Ho fatto molti studi e disegni in funzione del risultato finale e della forma. Ho creato anche alcune strutture di prova per vedere come l’opera poteva sostenersi, consultandomi con degli architetti. Gli elementi della ragnatela sono fatti in fibra e sono somiglianti al legno. La maniglia, il retro e i nomi sono stati creati in un secondo momento perché all’interno dei timbri dovevano passare i fili per poter reggere l’intera struttura. Il processo di produzione è stato molto lungo e complesso.

Come ti sei relazionata con lo spazio?
Ho prestato molta attenzione al fatto che il museo è in prossimità dello zoo e quindi mi sono orientata verso una forma organica. È stata una sfida, perché il museo è un edificio storico e quindi non si potevano usare sostegni, chiodi. Ma Tasneem (direttrice del museo nda) è stata altrettanto coraggiosa nel condividere questa mia visione. Arrivando da lontano l’opera ha una sua presenza fisica imponente, allo stesso tempo da vicino ho voluto giocare coi dettagli, considerando il loro rapporto d’insieme con tutta l’opera.

Come hai scelto il materiale per realizzare i timbri?
Ci sono stati diversi fattori che hanno influito sulla scelta del materiale. Prima di tutto il fatto che l’opera sarebbe stata collocata all’esterno. E poi il fattore di conservazione e mantenimento.

Perché i timbri?
La forma del timbro ricorda l’apparato burocratico e richiama il concetto di cittadinanza e d’identità.

E la sostituzione dei nomi delle strade della città?
Ogni persona tende a usare nomi differenti a seconda di come percepisce il luogo. Ad esempio la lavanderia a cielo aperto viene comunemente chiamata Dhobi Ghat ma in realtà questo non è il suo vero nome. C’è quindi una flessibilità nelle identità geografiche e nel linguaggio che sono cambiati attraverso il tempo. Come per esempio il quartiere di Khala Goda che in indi significa cavallo nero. In realtà la statua col cavallo non c’è più, però tutti continuano a riferirsi al quartiere con quel nome. Quest’opera rievoca il passato e il fatto di vivere tra due mondi. Ho cercato di catturare il momento di transizione tra questi due momenti. La fragilità dell’opera contrasta inoltre con l’imponenza della struttura del museo che la ospita. La ragnatela come luogo in cui si può essere intrappolati.

La direttrice del museo ti ha presentata come la moglie di un celebre artista indiano. Quel gesto mi spinge a chiederti quale sia la condizione dell’artista donna in India.
Considerata la struttura stratificata della società indiana, non ho dovuto combattere molte battaglie come hanno fatto altre donne in altri campi. Il mondo dell’arte ha una maggiore apertura mentale verso la presenza femminile, rispetto ad altri settori. Sono riuscita a trovare la mia voce all’interno di questo mondo. Mio padre ha avuto un ruolo fondamentale nell’incoraggiarmi, perché ha riconosciuto la mia passione per l’arte e mi ha spinto a intraprendere questa carriera.

– Daniele Perra

www.zegnart.com
www.bdlmuseum.org

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Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico, curatore e advisor strategico per i media e la comunicazione. Editorialista di “Artribune”, collabora con “GQ Italia” “GQ.com”, "SOLAR" “pagina99”. È attualmente strategic communication advisor della Fondazione Thyssen-Bornemisza Art Contemporary di Vienna e docente di Visual Culture allo IED di Milano. È stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “ArtReview” “Mousse”, "Harper's Bazaar art America Latina". Ha lavorato come Direttore Comunicazione del Centro Pecci e Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall, Malmö, Svezia e ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume "Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea", Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e allo IED e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano (2004-2005), è stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano”.