Terremoto a Los Angeles. Il LACMA mette sul tavolo 100 milioni di dollari per comprarsi il MOCA. Si ridisegna la geopolitica museale californiana? Intanto Broad si muove nell’ombra…

Se non è il “Big One”, il catastrofico terremoto che pende sulla testa dei californiani, atteso quando la faglia di Sant’Andrea dovesse decidere di risvegliarsi, poco ci manca. L’area è quella, Los Angeles per la precisione: e la geografia in questo caso è una geografia museale, quindi più innocua della sismologia. Ma la portata della […]

Eli Broad

Se non è il “Big One”, il catastrofico terremoto che pende sulla testa dei californiani, atteso quando la faglia di Sant’Andrea dovesse decidere di risvegliarsi, poco ci manca. L’area è quella, Los Angeles per la precisione: e la geografia in questo caso è una geografia museale, quindi più innocua della sismologia. Ma la portata della notizia è comunque deflagrante: in sintesi, il LACMA si mangia il MOCA. Meno brutalmente, il Los Angeles County Museum of Art ha presentato – il 24 febbraio, ma la cosa è emersa solo ora, grazie al Los Angeles Times – un’offerta formale per acquisire il Museum of Contemporary Art Los Angeles.
Questo nella lettura “critica” proposta dal quotidiano: lo stesso LACMA, con un documento pubblicato sul proprio website, presenta la novità con toni diversi, come una profferta di fusione “non ostile”, per usare un termine finanziario. Ma dietro a questo atto si nascondono tutte la rivoluzioni in atto da tempo nel sistema museale losangeleno: in primis, il cupio dissolvi nel quale fin dal suo arrivo il direttore-star Jeffrey Deitch ha trascinato – probabilmente aiutato da conti non proprio in ordine – quello che era uno dei musei di contemporaneo più importanti al mondo. Con la rivoluzioni interne, che hanno toccato l’acme nella cacciata del potente e stimato capo curatore Paul Schimmel, seguita da dimissioni a catena di trustees del peso di John Baldessarri, Barbara Kruger, Catherine Opie, Ed Ruscha.
Ma quello che emerge con sempre maggiore forza è il definirsi del ruolo del milionario mecenate Eli Broad come “Dux” incontrastato dei musei californiani. Non è difficile infatti intravedere un suo ruolo anche in questa ultima novità: lui così legato a doppio filo tanto al MOCA – del quale è uno dei maggiori finanziatori, anche di recente con 30 milioni di dollari versati per cercare di risollevare un clima da smobilitazione -, e così legato anche al LACMA, del quale è allo stesso modo trustee e benefattore, ma al cui nome ha anche legato il suo Broad Contemporary Art Museum. Il LACMA avrebbe messo sul piatto 100 milioni di dollari, per acquisire proprietà a brand MOCA, sotto le cui insegne continuerebbe ad operare anche come divisione, conservando il proprio nome; ma da dove verrebbero questi 100 milioni? Per ora stiamo a vedere gli sviluppi: ma presto torneremo con maggiori dettagli…

Massimo Mattioli

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Nel 2007 ha curato la costituzione, l’allestimento ed il catalogo del Museo Nino Cordio a Santa Ninfa (Tp). Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. Ha collaborato con diverse riviste specializzate, e nel 2008 ha co-fondato il periodico Grandimostre, del quale è stato coordinatore editoriale. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Fa parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.