Essere o non essere (Rem Koolhaas)? Il comune di Venezia da l’OK al progetto del Fondaco dei Tedeschi: ma i maldipancia dei puristi riemergono

La questione è sempre aperta, e più attuale che mai, nel nostro Paese: cosa fare, ma soprattutto, come comportarsi, di fronte alla scelta di cambiare destinazione d’uso ad un immobile di pregio storicamente connotato al centro di una città come Venezia? L’ultimo episodio in merito vede protagonista, dopo interminabili consultazioni e contestazioni politiche, l’amministrazione comunale […]

Fondaco dei Tedeschi - Venezia

La questione è sempre aperta, e più attuale che mai, nel nostro Paese: cosa fare, ma soprattutto, come comportarsi, di fronte alla scelta di cambiare destinazione d’uso ad un immobile di pregio storicamente connotato al centro di una città come Venezia? L’ultimo episodio in merito vede protagonista, dopo interminabili consultazioni e contestazioni politiche, l’amministrazione comunale veneziana guidata dal sindaco Orsoni, che sblocca i permessi per far intervenire Rem Koolhaas a Fondaco dei Tedeschi, acquistato dal gruppo Benetton nel 2008 per circa cinquanta milioni di euro. Un edificio importante (tanto da avere alcuni affreschi del Giorgione), costruito da Fra Giocondo nel Cinquecento, che affaccia sul Canal Grande, proprio nei pressi del Ponte del Rialto.
Un edifico che, nel corso della sua storia, ha ospitato prima la sede dei commercianti tedeschi , poi l’Ufficio della Dogana, poi le Poste Italiane ed ora si appresta – dopo imponenti lavori di riqualificazione – a ospitare un centro commerciale con vista panoramica sulla città. Cosa questa che ha fatto storcere il naso a più di una persona, per il perenne, solito, timido approccio al nuovo che investe tutti i nostri centri urbani qualitativamente rilevanti. Certo, Venezia è sempre Venezia, con le sue fragilità ed i suoi equilibri. Ma anche Rem Koolhaas è sempre Rem Koolhaas, e dunque tutto fuorché uno sprovveduto. In sostanza, la sua proposta – ovviamente complessa e presentata nel 2010 alla Biennale, affiancata da un abstract teorico di supporto chiamato apposta “preservation” – consiste nello svuotare in parte il volume preesistente, abbattere il 34% dell’architettura attuale, creare una sopraelevazione, e riqualificarlo, con nuovi comfort, nuovi connettivi, nuovi ingressi. Certo, l’ultima versione del progetto non è ancora stata presentata al grande pubblico, e si sa che per accelerare l’accordo con il Comune, la famiglia Benetton ha versato nelle casse pubbliche un contributo pari a 6 milioni di euro, da utilizzare a beneficio della città.
Non stupisce quindi che ancora non vi sia un’assimilazione completa della questione, soprattutto perché, a ben guardare, certi interventi previsti da Koolhaas possono effettivamente risultare invasivi e poco razionali nei confronti di un Palazzo forse poco conosciuto – cosi come il suo creatore, coevo di Bramante e Raffaello ma molto meno noto – ma di grande bellezza. Ma l’operazione viene condotta con grande responsabilità: per esempio l’inserimento delle scale mobili, inizialmente previsto nella splendida corte interna a pianta quadrata, sarà invece traslato all’interno dell’edificio, per lasciare lo spazio esterno fruibile dall’intera cittadinanza.
Il dibattito resta, ahinoi, ancora apertissimo: da un parte il bisogno di nuovo, l’idea di creare uno luogo contemporaneo (seppur a finalità commerciali) che possa rinvigorire l’economia attraverso la creazione di posti di lavoro, e dall’altra, la necessità di tenersi stretti un patrimonio architettonico unico al mondo, anche se, a metterci mano, è un’archistar dotata come Rem Koolhaas. E voi, come la vedete?

– Giulia Mura

CONDIVIDI
Giulia Mura
Liceo classico E.Q.Visconti, laurea triennale in Arredamento e Architettura di Interni presso l’Università la Sapienza – Valle Giulia con tesi sperimentale in museografia (prof.ssa Daniela Fonti e Rossella Caruso), e master in “European Museology” presso la Iulm di Milano (prof. Massimo Negri) . Da qualche anno collabora con il prof. Luigi Prestinenza Puglisi , con cui collabora presso il laboratorio PresS/T factory nel ruolo di organizzatrice di Mostre ed Allestimenti presso la Casa dell’architettura- Acquario Romano, nonché come giurata nei concorsi e assistente all’Università Ludovico Quaroni, facoltà di disegno industriale. Scrive per www.presS/Tmagazine.it, per la rivista araba Compasses (www.compasses.ae) e per Artribune (www.artribune.com). Attualmente impegnata come junior curator per la seconda edizione di Worldwide Architecture, edizioni Utet e consulente museologia al museo Mafos ( Museo e Archivio di Fotografia storica), Roma.
  • Rasoio

    A me sembra che Koohlas meriterebbe un
    Paio di calci in culo

    • pincopallo

      un paio di calci in koolhas!

  • Piccole Pesti Crescono (e mordono)

    Questi piccoli interventi che non si sa come siano stati autorizzati dalla Sovrintendenza sono in realtà degli indebiti stravolgimenti dello stesso complesso architettonico. Eventuali superfetazioni o sopraelevazioni sono non solo un compromissione del decoro architettonico dell’edificio preesistente, ma incideranno pesantemente sul contesto architettonico e ambientale circostante. Quello che rimane inspiegabile è come si sia giunti tra comune e soprintendenze ad una simile scelta che ancora una volta rischia di mettere a repentaglio il nostro patrimonio architettonico.

    • riccardo

      non si tratterà di superfetazioni, da quanto ho capito io, ma di “altana” in linea con la tradizione veneziana

      • Savino Marseglia (architetto)

        E’ inutile qui sottolineare che da sempre quando di fatto si interviene con una superfetazione su un edificio di interesse storico che si caratterizza come organismo architettonico unitario: ben definito nello stile, nelle linee, nella volumetria ecc., c’è sempre uno stravolgimento architettonico e un impatto visivo sgradevole col resto del tessuto urbano.

  • Si continua ad amare le città finte al passato dimenticando che proprio perché evolute nel tempo ci affascinano, raccolta del tempo che è passato, che lasceremo al nostro futuro, memorie stanche e finte…

    Giusto preservare ma continuare a negare ogni possibilità mi pare poco lungimirante

  • Cristiana Curti

    Mi pare di averne già discusso qui, di questo argomento che si ripresenta sempre privo del rendering del progetto di Koolhaas, giusto per far capire di che si parla.
    Qui c’è un interessante sunto delle ultime battute del caso (molto recenti) con anche immagini e spiegazioni qualificate di come sarà la Rinascente (perché di questo si tratta) fra l’altro a un passo e mezzo (e non scherzo, ci vogliono otto passi nella stessa calle dell’ingresso principale del Fontego per arrivare a un ponticello che ti deposita nell’attiguo/confinante grande magazzino di COIN.

    http://storiedellarte.com/2013/01/venezia-koolhaas-avra-il-suo-ipermarket.html#lightbox%5Bgallery-5%5D/0/

    e anche l’utile fotogallery

    http://nuovavenezia.gelocal.it/foto-e-video/2012/01/17/fotogalleria/fontego-dei-tedeschi-scale-mobili-volanti-e-terrazza-sul-tetto-1.3076946?p=0

    Che il Fontego dei Tedeschi sia un immobile poco conosciuto e diserto fa piacere ai più raccontarselo (e su Artribune, parecchio). Per la vita dei veneziani era importantissimo e notissimo e assai visitato anche perché ospitava, oltre alle Poste centrali, spesso e volentieri manifestazioni diverse, soprattutto durante la Biennale. Ho già detto di come oggi sia diventato molto più difficoltoso ritirare pacchi e posta (che spesso viene rimandata all’Ufficio Centrale – priva com’è la Città di portinerie di condominio -, ora assai meno centrale e infinitamente più angusto in bocca di Piazza a Piazza S. Marco).

    Va detto che Benetton non lo comprò al Comune per 53 milioni (come ogni tanto sembra che si voglia far intendere maliziosamente…), ma a Poste Italiane, benché fosse immobile vincolato non solo da Notifica, ma anche da un accordo che contemplava la dimensione pubblica del sito. Al Comune sono andati solo i 6 milioni dell’onere per il cambio di destinazione d’uso e riqualificazione/ampliamento degli spazi. Bel vantaggio per le casse comunali, nevvero? Giusto per far capire come funzionano ben altre cifre a Venezia, il fatturato del Carnevale (10 giorni di baldoria) si muove intorno ai 200 milioni di euro da qualche anno, attirando una media di circa 5 milioni e mezzo di persone che versano relativa imposta di soggiorno a partire dal 2011. Questi sono affari anche per le tasche pubbliche, non certo il Fontego a Benetton.

    Quanto importa a Koolhaas del Fontego? Nulla. Tant’è che a ben vedere l’intervento non pare neppure ‘sto che di devastante (dopo le tante sforbiciate delle varie associazioni e del Comune), a parte l’ansia da prestazione per un grande magazzino che-più-nuovo-non-si-può di 6800 mq (alquanto bruttino in verità). A Benetton: ben di più dato che si è visto sfumare il colpaccio degli Uffici delle ex Ferrovie alla base di quello che tutti chiamiamo il Ponte di Calatrava di antiche polemiche, tanto che si disse che fosse lì progettato proprio per favorire il nuovo centro commerciale benettoniano, centro che poi non andò in porto.

    Ai Veneziani (residenti: 59.000 di cui buona parte “vaganti” come me e mio figlio) interessa avere un meganegozio di ulteriore paccottiglia? No, perché ce n’è sin troppa in Città. Ai turisti interesserà? Forse, dato che il turismo di Venezia è talmente di bocca buona che beve e mangia di tutto. Magari ci vedremo attraccare qualche navona della Costa Crociere a vomitare branchi di pecore, e il Ponte di Rialto verrà elegantemente tagliato in due dall’archistar di turno per aprirsi con qualche “modernissimo” marchingegno simil-chiusa. Così saranno tutti contenti del “nuovo che avanza” (in questo caso, che si alza). Ecco l’indotto.

    Mi chiedo: ma perché Benetton non si è limitato a comprare un bel palazzotto in Canal Grande (è tutto in vendita e nessuno compra più nulla a Venezia, neppure un magazzino di 30 mq, altro che Rinascente…), ristrutturarlo con il Koolhaas e farci l’ennesima Fondazione d’arte, almeno si metteva in linea con il trend del momento e forse faceva anche miglior figura con la Città.

    Altro che contrastare il nuovo: personalmente contrasto l’inutilità del nuovo, soprattutto in questo caso, quando non c’è alcun motivo per sventrare uno storico palazzo del ‘600 e farne l’ennesimo suk da quattro soldi.

    Se si pensa che il Fontego fosse cosa da poco prima del salvifico Benetton, forse non si conosce la storia (anche e soprattutto recente) della Città. La verità è che a Venezia non ci sono più panettieri, cartolai, verdureri, negozi di stoviglie e pentole, librerie, ecc. ecc. Perché Artribune non parla delle migliaia di librerie storiche che chiudono in Italia e anche a Venezia? In campo San Luca da oltre tre anni al posto della mitica libreria Tarantola c’è un negozio di troiai (altro nome? accetto suggerimenti) di similplastica, peraltro già andato a remengo più volte; in questa bellissima libreria si trovava una storica colonna che indicava il centro esatto della Città di Venezia, chi la vede ora?

    Oggi, in vena di generosità, per chi ha voglia di leggere, eccovi un desolato sunto di come vanno franando i punti cardine della Città:

    http://nuovavenezia.gelocal.it/cronaca/2011/05/01/news/la-tarantola-chiude-per-la-quarta-volta-1.1426856

    Se devo vivere in una città storica finta, almeno “che sia di classe” e non da assalto a Las Vegas. Con buona pace di chi pensa di poter decidere per me cosa va bene e cosa no in un posto del genere, se non gli appartiene.

    • riccardo

      commento appassionato e dettaglaito, ma i link fanno riferimento al progetto vecchio

      • Cristiana Curti

        Forse solo e parzialmente quello della n.ve., anche se buona parte del progetto è rimasta invariata.
        So che il progetto è più in linea con quanto riportato nel primo link, mentre si aspetta l’ultimissima del Koolhaas dopo le stroncature di Soprintendenza, Comune e Co. Mi si dice che le scale mobili saranno rivestite in legno, così saranno più chic (vi immaginate cosa accadrà con il legno sulle scale rotanti che si imbarca alla prima stagione invernale di acque alte o con l’umidità di agosto? le faranno nel temibile compensato marino che forse resisterà un poco di più? ma sanno quello che fanno codesti architetti? dove vivono: su Marte?), che le scale stesse saranno inserite all’interno degli androni al piano terra o che si muoveranno come il calcinculo per salire alla bisogna; mi dicono anche che, in effetti, tutto il progetto della fantomatica altana o della terrazza con il pavimento in vetro dovrebbe essere cassato, basterà un belvedere, ma il tetto sarà comunque aperto…

        Comunque tutto ciò non solo è riportato nei link inseriti, ma è ulteriormente verificabile ATTRAVERSO di essi per chi ha voglia di documentarsi.

        E ciò che conta – e che mi fa piacere sia stato comunque colto sia da dsk sia da riccardo (ringrazio entrambi) – NON è l’intervento archistartonico sul Fontego, che a quanto sembra è ormai ridotto a un interventino, anche bruttino, ma l’UTILITA’ e l’OPPORTUNITA’ di questa operazione. Che esula – lo posso assicurare – dai desideri e dalla volontà dei Veneziani, che a Venezia devono vivere, non pernottare qualche sera in alberghi o residenze di lusso per ospitare nel giorno che conta, a scelta durante l’anno, gli avventori/amici/clienti che così stupiscono dinnanzi a cotanto ingegno imprenditorial/culturale (ci sta bene un po’ di tutto).

        Sono la prima a sottolineare l’importanza del Privato in particolare per la qualità della vita culturale in Città, e la prima che vorrebbe vedere il “nuovo” che non fosse solo in virtù dello stravolgimento di un palazzo storico per farci un albergo (qualcuno si ricorda di cos’era Palazzo Sagredo, una meraviglia del ‘300 di severa cupezza, che faceva a gara con Palazzo Fortuny in fascino rapinoso, ora sprofondato nella volgarità del finto arredo barocchetto) o una struttura commerciale…
        Non c’entra (o non c’entra più ora) l’intervento di Koolhaas al Fontego, ma COSA diventerà il Fontego. Comprare? Comprare? Comprare?

        Ora vi faccio vedere, a proposito di link, cosa era Palazzo Morosini Sagredo a Santa Sofia (io lo visitai tanti anni fa, mi fulminò sulla via di Damasco) e cosa è dal 2002 (diventato Hotel Ca’ Sagredo):

        http://venezia.jc-r.net/palazzi/morosini-sagredo.htm

        e poi:

        http://www.casagredohotel.com/photogallery

        Assistetti, disperata, all’asta degli arredi Sagredo molti anni fa, ne ho ancora il catalogo. Le immagini sono di struggente bellezza, equilibrio, eleganza severa e parca fatta di mobili e arredi e tappeti da togliere il fiato. E’ possibile che non sappiamo fare di meglio? Che i nostri posti migliori possono essere valorizzati solo devastandoli (anche senza il nuovo-più-nuovo-del-nuovo: qui hanno fatto finta di tenere il vecchio, stravolgendolo anche stilisticamente)?

        Il nuovo deve essere per forza visibile in superficie? O non deve essere soprattutto nel cuore della gente?

        Il nuovo, a Venezia, è il vetro cinese fatto passare per muranese o il vetro di Murano e quel pochissimo che resta dopo la chiusura delle fornaci più storiche?

        Molta colpa è dei Veneziani che (s)vendettero anche la nonna in passato e che, se potessero, la ri(s)venderebbero: ma ora non c’è più nulla, i giochi sono fatti. I Veneziani che (s)vendettero ora sono a “godersi” la terra ferma e noi che rimaniamo ancorati a Venezia come le cozze allo scoglio, sperando che qualcuno si ricordi – con noi – che non è solo una Città/Disneyworld, protestiamo decisamente CONTRO l’ondata di controcultura che sta definitivamente depauperando il tessuto sociale e non solo architettonico della Città, che pur deve vivere di turismo (ci mancherebbe). Ma è possibile prevedere che a quel “vivere di turismo” vi si accompagni un “anche”?

        Se Artribune lotta (giustamente) per cartelloni pubblicitari abusivi che deturpano i siti storici più belli (e anche meno belli) di Roma, perché deve accettare questo rovinìo culturale in nome di un presunto rinnovamento architettonico? Si pensa che modificare con qualche scala mobile un palazzo del ‘600 (o farcire un palazzo del ‘300 di mobili in finto Luigi XV) sia progresso?

        Il progresso arriverà quando la pianteranno i Comuni (soprattutto Venezia) di questuare ed elemosinare, vantandosi di appaltare agli sponsors tutte le manifestazioni/avvenimenti culturali che, in realtà, NON SANNO più progettare a forza di mettere le persone sbagliate nei posti di potere, e inizieranno a pensare alle Città non solo come piazze di mercato ma come luoghi di vita, mercato e anche spirito.

  • dsk

    Grazie Cristiana di questo post molto documentato

  • Cristiana Curti

    Ancora una nota, spero l’ultima mia, a proposito, invece, dell’inutile sarcasmo dell’articolista.
    Il cosiddetto “mal di pancia” (ma quanto va di moda scrivere questa spiritosata per denigrare molti che dissentono e basta?) l’hanno avuto e l’hanno ancora, semmai, quelli che tanto insistettero per fare questo bel regalo alla Città e quelli che perorarono la loro causa, tant’è che si continua a riparlarne e riparlarne e riparlarne anche a giochi fatti, sperando che la gente che la vede come me abbocchi a una sempre benvenuta “rissa”.

    Il bel mercatone-uno verrà fatto, dormite pure tranquilli, con tanto di firma del Koolhaas delle Venezie. Contentoni? Così i Veneziani andranno lì, la sera, a ritemprarsi, invece di andare al cinema dato che di cinema non ce ne sono quasi più (solo 3, anzi 2+1 al Lido) nella Città della Mostra più famosa al mondo dopo Cannes (alcuni dicono anche più famosa della francese).
    Adesso potete smettere di prendere ogni sera la vostra dose di citrosodina o di lactobacillus acidophilus. E che non se ne parli più.

    P.S. A proposito, poi, dei posti di lavoro (altro leit-motif che taglierebbe tutte le teste ai poveri tori) che pioverebbero a fiotti per questo miracolo di sanbenettòn, invece, ne riparliamo fra un po’.
    Soprattutto dopo che Coin – e magari altri commercianti lì attorno – avrà licenziato molti dei suoi dipendenti perché il carrozzone più grosso di lui a fianco gli avrà fregato tutto il mercato della (piccola) zona. E infine, cosa pensa, Giulia Mura, che quelli che lavoravano fino all’altro giorno in quello stesso posto (ed erano ben tanti, su tre piani di uffici) fossero volontari della domenica?

  • Grazie ankora Cristiana… in quanto a me, ho deciso di piantarla di perder tempo a dire la mia su Venezia kon lunghi discorsi. A ke serve? Anzi, ci rimetto. In Venice la nomenklatura premia i mutolini, dame di corte, dame di kompagnia, universimafia, professori-in-loden-dentro, le professolesse, amici-m-ici e leccafoots! Alle volte mi sembra di muovermi pericolosamente con andamento bustrofedico in una rettiliera! Ma getto sul piatto solo 1 riflessione, giusto per andare oltre le stereotipie da “pensiero unico” tipo grandi cattedrali dell’architettura e del sistema dell’arte, circondate poi da deserto e squallore, che resta il modo di ragionare di chi non conosce i problemi nel dettaglio.
    E’ stata prevista per tale maxicontenitore, l’opzione di dedicare alcuni spazi alle attività (artigianali e non) che danno immagine e prospettive di sviluppo futuro diverse da un’offerta merceologica cittadina sempre più squalificata verso il basso? Equilibrare qualità, tradizione e innovazione si può (gli esempi ci sono) basta non credere agli snob del pexximismo cronico aggravato, i/le rappresentanti con valigetta dell’internazionale conformista…
    E non mi si venga a dire ke le regole non lo consentono. Da sempre in secula seculorum kon qualke furbata si è sempre potuto far (quazi) todo. Anke senza dover innalzare in provincia altari a San Ni-Koolhaas, protettore dell’anima sua e solo sua.

    • Cristiana Curti

      Hai ragione, Daniele, si potrebbe eccome.
      La cultura che passa poderosamente anche attraverso le nostre manifatture altissime (ormai devastate da anni di latitanza dello Stato, che preferisce sovvenzionare altro, piuttosto che occuparsi dei posti di lavoro di enorme valore – oggi irrimediabilmente dispersi e persi – delle nostre industrie di ceramica, vetro, ebanisteria, oreficeria, lacca e decorazione, tessuti, ecc. ecc.) DEVE tornare sul banco di ciò che è imprescindibile fare per il futuro (anche economico) del nostro Paese.
      Ti immagini in Francia o in Germania la distruzione del patrimonio di lavoro, opere e ingegno di siti antichissimi come la vetreria Salviati (oggi in liquidazione e con gli ultimi 11 (undici!) dipendenti che rischiano il posto) o come la Ginori di Sesto Fiorentino (e qui mi fermo perché mi sale la rabbia…)?
      E’ andata così per Meissen, Rosenthal, Sévres, Wedgwood e così via?

      Interessante, per la comprensione anche del “carattere lagunare” (la colpa non è mai da una sola parte e lo si è già detto…), questo articolo che dipinge un quadro fosco di un’epoca di totale declino.

      http://www.lettera43.it/economia/aziende/38381/i-vetri-rotti-di-murano.htm

      Mi domando e dico: questo vogliamo? Far comprare alla gente (ammesso che oggi si possa ancora comprare qualcosa di inutile, quando anche l’indispensabile a molti è precluso), con la scusa del contenitore “progressista” e à la page che piace tanto alle patinate riviste di settore, oggetti volgari, di “grana grossa”, di nulla qualità, di nessuna arte, quando si potrebbe avere UN solo oggetto in ogni casa, ma che sia di valore ed emblema della nostra cultura artistica e tecnologica?

      E’ vero, Daniele: tutto si può fare (anche se le leggi impongono quella restrizione sanitaria, quella limitazione di orario, quell’obbligo a non utilizzare più certi componenti nocivi…), dipende solo da chi è il filtro della volontà e che volontà esprime.

      MI fa piacere che da una boiata come questa (il “nuovo” Fontego di Koolhaas) si possa arrivare ad argomenti davvero importanti.

      Mai che un Koolhaas o un Benetton vengano a riqualificare qualche periferia mefitica delle nostre. Per quello sono sufficienti Ligresti o Caltagirone.
      A ciascuno il suo, n’est -ce-pas?

  • Murano: brand planetari che solo una cronica ignavia ha potuto lasciare andar in malora con tale sistematicità. Per risolvere il rebus bisognerebbe ricollegare molti nodi della Venezia degli ultimi decenni dove ha vinto una serrata commistione tra politica e università (qui ha sempre più potere) – che ha favorito modelli di crescita elitari e dogmatici. Non hanno dimostrato interesse a dare risposte alle emergenze sollevate da interi distretti produttivi. Contemporaneamente, quelle istituzioni che facevano per statuto da ponte tra creatività e produzione ed erano 1 motore propulsivo per il territorio si son messe a proporre altro, hanno imposto nel tempo idee di sviluppo a misura di nomenclatura, funzionali prevalentemente ad aumentare il prestigio e l’immagine di chi siede sulle poltrone delle cabine di comando (presidenti, direttori, professori, ecc…). Recentemente sono stato inserito in un dizionario della pittura veneta del novecento. Leggendolo, mi ha sorpreso verificare quanti artisti veneziani del secolo scorso hanno collaborato con Murano, forse la mia generazione è stata la prima ad essere stata tagliata fuori da questo virtuoso rapporto. Si possono lamentare della crisi certi marchi che mettono nelle loro vetrine prodotti di trent’anni fa?
    Ricordo le cene con alcuni manager di prestigiose ditte muranesi, cene davvero allucinanti: qualcuno – devo dire chi? – li ha convinti che un creativo di qualità, ma non ancora strafamoso ed “internazionale”, è un signor nessuno. Non posso dilungarmi e vengo allo specifico: malgrado la crisi, i presidenti-direttori-professori sono gli unici ad avere voce in capitolo sulle questioni (vedi recenti conferenze organizzate dalla Fondazione di Venezia). La mentalità resta bloccata. Se poi esprimi una qualche alterità di pensiero…
    Koolhaas & CO restano note firme dell’architettura contemporanea della cui qualità si può discutere, tuttavia considero sciocco e puerile ritenerli gli unici attaccatutto capaci di rimetter insieme i cocci di decenni di anti-sviluppo.

    • Cristiana Curti

      Mi piace quello che dici (e scrivi), Daniele, anche se non riesco a generalizzare del tutto.
      Ammetto però che anch’io (per formazione culturale) sono stata rapita dal vortice professoresco/politichesco veneziano negli anni passati e mi sono illusa che fosse la chiave per il rilancio della Città. Invece ci siamo tutti trovati, nel giro di una manciata d’anni, con una qualità della vita più scarsa, con migliaia di posti letto in più e tonnellate di fetidi bed and breakfast (molti abusivi), baretti sordidi e negozi di pattume che hanno dequalificato ulteriormente la facies cittadina… Chi l’avrebbe mai detto? Il contrario esatto di ciò che si doveva fare per rivitalizzare Venezia anche per le sue maestranze d’eccellenza. E quando parlo di maestranze d’eccellenza, intendo maestranze apprezzate da secoli in tutto il mondo, non soltanto in Veneto o in Italia.
      A ben vedere, e questo l’ho sempre pensato, Venezia è una sorta di cartina tornasole, una specie di esempio in minor scala (in scala concentrata) del degrado politico di tutta Italia. Non è affatto una Città “altra” come molti pensano, è piuttosto una Città “campione”.

      L’abbandono della nostra capacità (quella che gli anglosassoni chiamano skillness, ma che per noi è ancora qualcosa di più che solo elevatissima abilità tecnica) è diventata una lacuna culturale, quella per cui oggi siamo obbligati a dipendere da fabbriche/industrie che sono state svendute ai poteri della finanza e che non permettono più di ritagliarci il nostro giusto posto nel mondo produttivo.

      Tanto è stato incensato Benetton per l’acume e l’inventiva del self-made-man (aver trovato il modo di tingere il filato già in “forma” di prodotto è stato l’hatù che lo ha reso celebre e che gli ha permesso di vendere a minor costo la sua robetta divertente, complice una comunicazione innovativa al servizio della scarsa qualità), quando invece si apriva – présaga – l’epoca del “minore qualità=minori costi di produzione=minimo prezzo al minuto, senza capire che è molto meglio un cappotto che duri sette stagioni (e magari anche di più), di uno che ne dura forse neppur una. Ma dovevamo comprare, comprare, comprare. E abbiamo comprato “roba” pessima, quando sino a cinquant’anni fa difendevamo con orgoglio le nostre produzioni migliori.

      Benetton è stato in realtà il nostro primo “cinese”, e il suo approccio alla realtà è quello che anche qui si vede (un po’ ripulito, of course)…

      Non auspico che vi sia protezionismo di antiche e nefaste memorie, ma che ci si renda conto che quello che si perde ora (e che fa parte della memoria collettiva e particolare, ma che è difficilmente tramandabile, se si salta anche solo una generazione), non lo si riavrà più.
      E se noi perdiamo ora le industrie passate alla finanza, i posti di lavoro in fabbriche inquinanti e dannose tanto che dobbiamo scegliere drammaticamente fra il distruggere la nostra salute o far campare la nostra famiglia, cosa potremo trovare in cambio quando anche gli intellettuali non seppero vedere il futuro in ciò che ci caratterizzava MOLTO al di sopra del resto del mondo?

      Sono discorsi complessi, che non possono essere risolti e forse neppure affrontati da una come me, che passa per strada, ma mi preoccupa vedere che non abbiamo più saperi, che la nostra civiltà (LA PRIMA AL MONDO, per la miseria) è bruciata in pochi anni e che nessuno dei problemi sin qui esposti trova quartiere presso la politica, intenta ormai a salvare il salvabile, ovvero le megastrutture che mai sono state davvero nostre, ma che per qualche anno salvarono una regione intera e che ora sono “il” problema.

      Eravamo negli anni ’70 una potenza industriale, ci siamo illusi, e ora siamo in svendita, ma lo si vedeva da anni. Perché non siamo corsi ai ripari? Perché abbiamo permesso che interi comparti manifatturieri sparsi per tutta Italia venissero messi in ginocchio dall’invasione di roba da poco prezzo che però imitava perfettamente la nostra?
      Parliamo di centinaia di migliaia di posti di lavoro che si sono volatilizzati in pochissimi anni senza che nessuno se ne preoccupasse davvero. In particolare la finanza e la giustizia, che sono sempre alla caccia dell’evasore nostrano e dell’imprenditore che non paga le tasse, fors’anche perché strozzato dalla crisi, ma che – chissà perché – “non si accorgevano” di intere fabbriche sotterranee che facevano lavorare in schiavitù povera gente e che distruggevano la nostra economia. In altri Paesi europei sarebbe mai successo tutto ciò?

      E perché – tornando a noi – l’arte non si è fatta più carico delle nostre culture materiali? Perché gli artisti, negli ultimi venti anni, hanno dimenticato di essere anche studiosi della ceramica, del vetro, dell’oreficeria, del disegno industriale, del tessuto?
      E’ colpa degli artisti? Forse, ma è anche colpa di quello che denunci tu:
      “Ricordo le cene con alcuni manager di prestigiose ditte muranesi, cene davvero allucinanti: qualcuno – devo dire chi? – li ha convinti che un creativo di qualità, ma non ancora strafamoso ed “internazionale”, è un signor nessuno.”

      Questo è il nostro attuale atteggiamento verso l’unità dei saperi che un tempo ci caratterizzava: provincialismo.
      Il provincialismo ci porta a ogni “nefandezza” e a denigrare le nostre scuole. Gli artisti si illudono che una biennale sgarbiana (o un’operazione simile, che adesso ha preso ben piede) risolverà i “loro” problemi di visibilità, o che un paio di cene siano il busillis della carriera.

      Tutto ciò mentre, e hai davvero ragione, la cosiddetta intelligentsia balla sulla tomba di ciò che ha – in parte – contribuito a seppellire e in nome di un internazionalismo che forse sarebbe arrivato, per noi, solo stando fermi e IMPONENDO piuttosto il nostro modo di essere e di produrre arte, piuttosto che agitarsi a copiare, copiare, copiare (malamente).

      Prima ci rendiamo conto di questa situazione, prima risorgiamo.

  • yep!

  • d-s-k

    Cristiana credo di aver capito cosa intendi per “imporre” >>> superare il timore di affermare una nostra diversità, se c’è (?) Tuttavia – davvero – penso che prima di “imporre” e/o “affermare” alcunché ci sia da fare un grosso lavoro, anche nel nostro settore. Inutile idealizzarci. E quando prendi delle posizioni che si discostano dal conformismo generale, vedi reazioni sproporzionate, vedi chiaramente l’avversione fanatica e radicale per ogni forma di alterità. Ufff! Per nostra fortuna in un contesto così difficile, gli equilibristi che camminano sulle uova in punta di piedi sembra siano un po’ sorpassati.

    • Cristiana Curti

      Hai compreso benissimo, d.s.k., lungi da me utilizzare un termine simile con arroganza da primi della classe, anche se, fino a una manciata di anni fa, avremmo persino potuto farlo. Non idealizzo (troppo) e sono ben cosciente di quanto dici. Chi non lavora in linea, è fuori. E benché forse non parrebbe, anche io mi sento un poco così, benché non possa vantarmene come di una conquista volontaria e consapevole. Una volta però pure io, per te, fui equilibrista, mi pare… spero tu abbia cambiato idea.
      C’è una frase notevolissima, a cui ogni tanto ripenso, di Michael Connelly (scrittore americano nel genere del thriller, quindi non un intellettualone a tutto tondo, ma, che vuoi, ognuno si sceglie i suoi aforismi):
      “A forza di seguire la corrente, si finisce in qualche fogna”.

  • >>> vero – news veneziane – chiusura pure x la libreria Goldoni…
    Speriamo che al Fontego, Koolhaas sì Koolhaas no, ci sia una libreria, e/o troveremo qualcosa d’altro oltre alle boutique…. Lo ribadisco, si parla dell’involucro in stile + o – tardo-modernista, discutiamo del vestito architettonico “griffato” con il balletto di polemiche conservatori/innovatori, ma non di ciò che conterrà.
    Assocerei ai miei auspici alcuni punti di domanda >>>> simo certi che l’attuale liberismo selvaggio (liberismo isterico?), particolarmente nell’ambito del commercio, sia produttivo ai fini dello sviluppo? Il punto dove il meccanismo si è inceppato resta indubbiamente quello dello sviluppo.

    http://www.libreriamarcopolo.com/2013/03/a-venezia-le-librerie-chiudono.html

  • @ Cristiana…
    “Affitti calmierati per le librerie – La giunta Orsoni convoca gli enti pubblici cittadini proprietari di negozi”

    http://nuovavenezia.gelocal.it/cronaca/2013/04/03/news/affitti-calmierati-per-le-librerie-a-milano-una-delibera-pilota-1.6818756

    • Cristiana Curti

      Molto bene, è un buon inizio, anche se di fronte ai rotoli di contanti cinesi i migliori calano le braghe. Mi auguro comunque che non vada come per le orrende navone bestiali in bacino che aspettano sempre una soluzione con un sindaco che si dice contro. Però è davvero una bella notizia. Grazie, Daniele.