Com’è andata la nuovissima Art13 a Londra? Ne parlano i galleristi italiani, ecco il bilancio finale nelle irrinunciabili videointeriviste di Artribune

Opening in grande, tra collezionisti importanti e grande pubblico. Poi, nei giorni successivi, un leggero calo, anche se il bilancio finale resta positivo. Una fiera appena nata che però promette bene, visto che la maggior parte dei galleristi intervistati assicura di essere presente anche nella prossima edizione. Qualcosa da migliorare? Forse. Ma, come banco di […]

Opening in grande, tra collezionisti importanti e grande pubblico. Poi, nei giorni successivi, un leggero calo, anche se il bilancio finale resta positivo. Una fiera appena nata che però promette bene, visto che la maggior parte dei galleristi intervistati assicura di essere presente anche nella prossima edizione. Qualcosa da migliorare? Forse. Ma, come banco di prova, Art13 sembra essere stata promossa.
A pochi minuti dalla chiusura, i galleristi prendono la parola per fare il bilancio finale della nuova fiera londinese: sono Averil Curci (Brancolini Grimaldi), Lorenzo Ronchini (Ronchini Gallery), Masha Facchini (FaMa Gallery), Michela Bruzzo (Workshop), Claudio Composti (mc2gallery), Jérôme Zodo (Jerome Zodo Contemporary), Primo Marella (Primo Marella Gallery).

– Roberta Minnucci

CONDIVIDI
Roberta Minnucci
Si laurea in Lettere all’Università di Bologna con una tesi in Fenomenologia dell’arte contemporanea. Durante gli studi trascorre un anno all’estero all’Université Le Mirail di Toulouse (Francia) e a Bologna svolge un tirocinio nella Fondazione Federico Zeri ed un altro nella Galleria d’Arte Maggiore. Nel 2011 collabora con la Fondazione-Museo Pino Pascali in occasione della mostra dedicata a Bertozzi & Casoni, vincitori del premio. Successivamente trascorre un periodo nella Southampton City Art Gallery (Southampton, UK), dove cura la mostra dal titolo “Red: A Coloured Sensation”. Si trasferisce poi a Londra, dove si trova tutt’ora. Scrive per Segno ed Artribune.
  • simox

    Brava Roberta!! Avevo proprio voglia di sapere come era andata Art13!
    Buone notizie da Londra allora, è un piacere!
    Saluti,
    Simone

  • andrea bruciati

    chiedo umilmente di non impiegare più il termine ‘basata’: è un turpiloquio in italiano: operativa a… in attività a… e tante altre locuzioni e cirlocuzioni… pure di stanza a, pur essendo un termine passato di moda, è preferibile
    grazie

    • Roberta Minnucci

      “Basata” in questo caso è traduzione diretta dell’inglese “based”, essendo l’intervistata madrelingua inglese e non italiana, mi sembra un’imperfezione da poter perdonare

      • andrea bruciati

        lungi da me criticare l’intervistata, che al contrario comunica in un italiano estremamente chiaro e di tutto rispetto: volevo solo segnalare una terminologia, impiegata sempre più frequentemente in Italia, di cui non trovo sinceramente la necessità. grazie

        • Io Andrea mi scuso, non volevo essere violento. Ma mi sembra interessante la facilità con cui si evidenzia questa anomalia linguistica e la difficoltà ad evidenziare altre anomalie…come per esempio la tendenza sistematica di molti artisti nel fare riferimento a citazioni e contenuti del passato. Alla Biennale di Venezia 2013 stiamo per assistere ad una nuova infornata di citazioni e contenuti sicuri, prelevati dalla storia. Mi immagino già la Biscotti o Di Massimo impegnati a formalizzare certe centrali nucleari nella foresta precolombiana o nella Libia di Mussolini..su queste cose non c’è uguale attenzione….chissà perchè….

          http://www.artribune.com/2012/11/giovani-indiana-jones/

    • eheheheh, a parte la precisazione di roberta, concordo in pieno. ma anche cose italianissime come “vive e lavora”, magari seguite dalla preposizione “tra” e via di seguito 4-5 città sparse nei vari continenti.

  • no no, io aprirei un dibattito su questo “basata”….queste sono le cose che non possono veramente passare inosservate alla vitalissimo (mi si passerà il termine???) contesto critico italiano….SU avanti con il dibattito!

    • Il linguaggio è importante, dovresti saperlo in quanto artista, o no?

      • SAVINO MARSEGLIA

        Giacomè, per un “artista” l’apprendimento della lingua italiana è un processo poco importante. Mentre è indispensabile che l’artista sviluppi nel tempo e col tempo un processo creativo, con impegno costante…, in modo da favorire abilità e originalità al suo linguaggio.

        Il contesto critico in cui si pone “whtehouse”, devo dire che qui comincia l’odissea linguistica ?

  • sì, certo è importante. Però si passano certe banalizzazioni e certe standardizzazioni tremende, e poi ci si impunta su una “basata”….

    Ma è significativo: perchè è come se il critico sappia subito evidenziare un anomalia del linguaggio (inteso come lingua) ma non sia in grado di evidenziare con eguale velocità e attenzione un’anomalia nel linguaggio artistico. Andrea Bruciati non ha mai fatto un intervento critico in senso negativo su questa rivista.

    Sono sempre più convinto che stiamo vivendo un analfabetismo rispetto al linguaggio artistico. Ma non è una questione di ignoranza, quanto di tempo (sono solo 100 anni da Duchamp) se anche gli addetti ai lavori si sentono a disagio rispetto l’argomentazione critica di un’opera.