“Alla mia Biennale? Cerco più l’accumulo che il ‘botto’”. Tutto Massimiliano Gioni nella megaintervista in arrivo su Artribune Magazine: si parla di Venezia, ma non solo…

“È conservata al Folk Art Museum di New York, uno dei miei musei preferiti. È un luogo che ha avuto un percorso un po’ travagliato: una volta si trovava accanto al MoMA, ma poi ha dovuto chiudere per mancanza di fondi e ora è vicino a Lincoln Center”. È lì che nasce la Biennale di […]

Massimiliano Gioni (foto Marco De Scalzi)
Massimiliano Gioni (foto Marco De Scalzi)

È conservata al Folk Art Museum di New York, uno dei miei musei preferiti. È un luogo che ha avuto un percorso un po’ travagliato: una volta si trovava accanto al MoMA, ma poi ha dovuto chiudere per mancanza di fondi e ora è vicino a Lincoln Center”. È lì che nasce la Biennale di Venezia 2013: perché il soggetto della citazione è l’opera Il Palazzo Enciclopedico di Marino Auriti, che a Massimiliano Gioni ha fornito non solo il titolo per la sua biennale, ma anche il concept. Ed è proprio Gioni che parte da lontano, per raccontare ad Artribune Magazine tutto ma proprio tutto sulla sua mostra.
Un’intervista a tutto campo, che schiude ogni dettaglio su di lui e sul suo approccio curatoriale, oltre ad approfondire la contingenza dell’impegno veneziano. “Se ripensiamo alle Biennali degli Anni Settanta e Ottanta, notiamo che c’erano spesso retrospettive e materiali storici. La prima Biennale di Germano Celant, Ambiente Arte, del 1976, è una mostra che guarda alla tradizione dell’ambiente, partendo da Man Ray ed El Lissitsky fino ad arrivare all’arte di ambiente californiana”, risponde quando gli si chiede se il suo progetto, piuttosto che presentare “il nuovo”, non si ponga come mostra più riepilogativa, didattica, che cerca di stabilire connessioni tra epoche diverse.
C’è anche la volontà di rifiutare l’idea che l’arte sia necessariamente fatta di immagini forti o scioccanti? “Sì, e in un questo senso la mostra va contro me stesso. È una mostra che ha anche qualche momento di teatralità, ma più attraverso l’accumulo che attraverso il ‘botto’”. Accumulo? Botto? Beh, per avere spiegazioni andatevi a leggere l’intervista integrale sul magazine: mancano pochi giorni, debutto a Milano per MiArt, e poi in distribuzione…

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  • Per quanto ci vogliamo girare attorno, dagli anni 90, abbiamo visto la reiterazione della medesima mostra-biennale, all’interno della quale ci poteva stare tutto o il contrario di tutto…questa stessa mostra potrebbe intitolarsi “fare mondi” o “illuminazioni”…

    Quello che è caratteristico e sorprende, è questa ossessione per la citazione, questa archeologia del passato. Anche Gioni appare come un “Giovane Indiana Jones” che a New York gira per i musei alla ricerca della “mappa-gingillo” perduto…mi viene in mente Nicolas Cage nel Mistero dei Templari. Lo dico come constatazione, visto che proprio su questa rivista è uscito un articolo inerente.

    Kremlino, che si vorrebbe integrare dolcemente con questa Biennale, presenterà il disegno più antico e il più recente, prodotti dall’uomo…e quindi??? : http://whlr.blogspot.it/2013/03/kremlino.html

    • Fausto

      Ho l’impressione che questa Biennale di Gioni sia la rappresentazione di un mondo di luoghi comumi ! In questa biennale da quello che si dice e si legge il luogo comune sa avere tutta l’apparenza della omologazione linguistica spaccita per novità…

  • morimura

    Altro che Indiana Jones, ricorda quel programma della domenica pomeriggio che faceva Chiambretti…