Senza nessuno scopo e nemmeno per il gusto di farla: buio pesto sotto la Lanterna, con la nona edizione di ArteGenova che brancola nel più assoluto anonimato. Ma guai a gettare, con l’acqua sporca, pure il bambino…

È solo una questione lessicale. Le parole non hanno più il senso di una volta: si sono annacquate in quella faciloneria un po’ superficiale che – forse complice la sveltezza della comunicazione digitale – ha ridotto il vocabolario, smarrito il senso profondo di termini ormai pluricomprensivi. Ci stiamo anglesizzando, pure sotto quel punto di vista. […]

Ad ArteGenova

È solo una questione lessicale. Le parole non hanno più il senso di una volta: si sono annacquate in quella faciloneria un po’ superficiale che – forse complice la sveltezza della comunicazione digitale – ha ridotto il vocabolario, smarrito il senso profondo di termini ormai pluricomprensivi. Ci stiamo anglesizzando, pure sotto quel punto di vista. To get e to do: verbi per tutte le stagioni. Stessa scena al capitolo fiera: e qui arriviamo a Genova. Lungo fine settimana all’insegna della nona edizione di Arte Genova: che non è Frieze, non è Art Basel; e non è Artissima o MiArt; ma nemmeno Bergamo Arte Fiera, tanto per restare nell’orbita degli eventi meno patinati e strutturati. Non è una fiera. Punto. E va bene così: perché a considerarla davvero come tale ci sarebbe bisogno di un Gesù dell’arte armato di frusta e sgabello, a sgombrare il tempio e rimettere le cose a posto. Diciamo, allora, che Arte Genova va considerata come un appuntamento dove si fa mercato di oggetti a vario titolo avvicinabili ad un’idea di arte. Questo perché non c’è una strategia, non una lettura, non un programma: siamo al vale tutto, al venghino signori venghino. E all’invito, se generico, risponde chi capita. Ingeneroso fare i censori, sparare sulla croce rossa: ebbene sì, ad Arte Genova ci sono operatori che, con tutto il rispetto, fatichi a definire galleristi. E ci sono lavori di chi artista proprio non è. E dunque non ha senso schifarsi o indignarsi. Meglio semmai guardare a un paio di curiosità. Ama vincere facile Ca’ di Frà: le polaroid di Araki ammiccano nel loro essere davvero affordable, ruffianeggia pure Mimmo Dabbrescia, con la serie di scatti che immortalano Fabrizio De André. Spuntano con discreta frequenza multipli di Warhol; Ontani con pezzi per lo più piccolini o recenti, ma non solo. Il pollice si alza, non fosse altro che per motivi esotici, dalle parti della praghese Dea Ohr: galleria giovanissima, passata un paio d’anni fa da Bologna, che propone le stupefacenti pitture di Zdenek Trs. Un under30 che, pennello in mano, riproduce in due dimensioni gli stessi effetti plastici e 3D delle estroflessioni Anni Sessanta.

– Francsco Sala

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.
  • Mario Pepe

    Concordo con tutto quanto detto nell’articolo, ma vorrei far rilevare che se alle parole “Arte Genova” sostituiamo “Biennale di Venezia” le cose non cambiano. D’altra parte, siccome siete tutti allievi acritici di Duchamp, dovrebbe andarvi bene che qualunque imbrattatele può essere sacralizzato artista dalle etichette di queste manifestazioni.
    Mario Pepe