Se sei ricco ti tirano le pietre: e la Francia perde i pezzi. L’adieu a Depardieu può lasciare indifferenti, fa male invece la fuga di Jean Michel Jarre a Londra: con lui se ne parte un’aziendina che è un gioiello

Lungo la Senna, in fin dei conti, sono migliorati. Un tempo ai ricchi espropriavano tutto e tagliavano la testa; ora si limitano a bastonarli di tasse, instillando implicitamente quel senso di disprezzo per il soldo che rischia di generare spiacevoli oscurantismi. Perché la tassazione del 75% sulle rendite superiori al milione di euro l’anno, programmata […]

Jean Michel Jarre

Lungo la Senna, in fin dei conti, sono migliorati. Un tempo ai ricchi espropriavano tutto e tagliavano la testa; ora si limitano a bastonarli di tasse, instillando implicitamente quel senso di disprezzo per il soldo che rischia di generare spiacevoli oscurantismi. Perché la tassazione del 75% sulle rendite superiori al milione di euro l’anno, programmata da un governo Hollande che fa spallucce davanti al monito della Corte Costituzionale francese, sembra intonare implicitamente l’adagio per cui la ricchezza è una colpa. Denaro sterco del demonio. Immorale possederne molto, ancorché lecitamente guadagnato: obbligatorio spartirlo con la collettività. In misura ovviamente non contrattabile. Naturale, allora, la fuga dei nababbi di Francia, presto additati come miopi crapuloni: Gerard Depardieu, che già aveva ammiccato ad una residenza belga, è da qualche giorno cittadino russo, omaggiato da Putin di uno status che cancella il profilo della Marianna dal suo passaporto. Poco male, si dirà: perché al di là dell’effetto di immagine certo poco piacevole, Depardieu non fa certo “girare l’economia”. Quindi vada a portare i suoi soldi un po’ dove gli pare.
Caso diverso il fresco interessamento di Jean Michel Jarre al progetto britannico di Tech City: hub su cui il governo di David Cameron insiste con la pervicacia di uno stilita, sognando la creazione di una risposta europea alla Silicon Valley. È un paio d’anni che l’East End di Londra è oggetto di progetti che puntano a creare start-up nel campo dell’innovazione tecnologica: Downing Street ha messo sul piatto fior di quattrini e agevolazioni fiscali ghiottissime, pur continuando a incassare risposte tiepide, quando non algide, da parte dei fantomatici partner privati che dovrebbero dare slancio all’iniziativa. Detto in soldoni, perché di quattrini si tratta: il governo inglese prova a creare le condizioni per fare impresa, ma le aziende non rischiano e la macchina stenta a decollare. Con un primo e al momento unico risultato davvero tangibile: un accordo per formare e assumere al più presto cinquecento disoccupati in imprese che vanno da Google a Facebook. Buona cosa, ma…tutto qui?
All’improvviso però arriva Jarre, che non potrà da solo fare chissà che, ma si offre come sponsor all’intera operazione: il papà della musica elettronica pare sul punto di fare baracca e burattini e portare la sua Jarre Technologies in riva al Tamigi, cambiando bandiera ad una piccola avventura imprenditoriale di successo. Nata nel 2005, l’azienda è sul mercato dal 2009 e dopo un solo anno di attività era già forte di una quota di mercato prossima, in Europa, al 10%; produce sistemi audio per supporti digitali di alta qualità, lavorando a braccetto con Apple. Sue le dock station della famiglia AeroPad, suo il monolitico AeroDream One, presentato con successo all’edizione 2011 della Fiera di Berlino: un diffusore alto più di un metro (nella versione “mini”… quella sperimentale, esagerata, supera i tre!), con subwoofer da 60 watt e diffusione del suono in qualità perfetta a 240°. Un giocattolino che, con circa 800 euro, trasforma un iPhone in una discoteca ambulante. Un brand francese che, a breve, francese non sarà più. Perché dopo i “si dice” si è passati alle dichiarazioni semi-ufficiali, trapelate dal governo inglese e prontamente ribattute dalla stampa d’oltremanica: Jarre è con un piede a Londra.
L’effetto boomerang della caccia alle streghe dorate sembra cominciare a ferire il sistema Francia: perché se insieme ai capitali cominciano a fuggire anche le idee e le energie imprenditoriali…

– Francesco Sala

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.