Se ne stava lì, con le spalle al muro: ora è pronto ad uno spostamento che gli renderà giustizia. “Il Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo scende la scala di Italo Rota e approda alla biglietteria del Museo del Novecento

Una promozione sul campo, che rende implicita giustizia ad un maltrattamento miope e ingiustificato. Pellizza da Volpedo, lì dove sta ora, non funziona. Nella nicchia che si apre appena salita la scala elicoidale disegnata da Italo Rota per il Museo del Novecento, in una posizione che definire sacrificata è un eufemismo; stretto in un anfratto […]

Una promozione sul campo, che rende implicita giustizia ad un maltrattamento miope e ingiustificato. Pellizza da Volpedo, lì dove sta ora, non funziona. Nella nicchia che si apre appena salita la scala elicoidale disegnata da Italo Rota per il Museo del Novecento, in una posizione che definire sacrificata è un eufemismo; stretto in un anfratto buono giusto per la seggiolina del più sonnecchioso dei custodi. Svilito da una visione ravvicinata che frustra la piena godibilità dei suoi due metri e mezzo per quattro e (quasi) mezzo, ulteriormente ferito dai riflessi di un vetro protettivo decisamente fastidioso. Il Quarto Stato è pronto a scenderla, quella scala, riprendendo ad oltre cento anni dalla sua nascita il suo salvifico e salutare cammino dei lavoratori, in protesta contro gli orrori dei padroni. Siano essi caporali, nobiluomini locali o, come in questo caso, zelanti uomini di cultura: rei di aver punito con una posizione di secondo piano una delle opere più intense dell’Italia unitaria, cartolina – anche cronologicamente parlando – del passaggio tra Ottocento e Novecento.
Ma il Pellizza dove va? Il tragitto è breve, anzi brevissimo: scongiurata la malaugurata collocazione a Palazzo Marino voluta dal tandem Boeri – Pisapia (in quale sala? Con quali condizioni di fruibilità per il pubblico?) l’opera è pronta ad accogliere i visitatori nell’atrio del museo, primo e significativo benvenuto alle collezioni del museo. Un trasloco da effettuare entro il prossimo autunno, quando – pare – l’Arengario ospiterà una retrospettiva dedicata al maestro piemontese; una scelta che potrebbe porre fine alle peregrinazioni di un’opera inquieta, incapace di star ferma. Acquisito per sottoscrizione popolare da una città prossima a cadere nel baratro del Fascismo, “Il Quarto Stato” ha fatto su e giù dalle sale ai magazzini della Galleria d’Arte Moderna, salvo finire poi all’Arengario; prima di uno struggente e temporaneo ritorno, nel 2011, in quel di Volpedo, nello studio – oggi musealizzato – dove ebbe i natali.
E da dove, oggi, parte la crociata dei compaesani contro Antonio Ingroia e quella sua Rivoluzione Civile tanto simile ad un Salone dei Rifugiati della sinistra italiana. Il ticket che propone l’ex magistrato come Presidente del Consiglio, con il sostegno di Verdi, Italia dei Valori e Federazione della Sinistra, stilizza l’opera di Pellizza e la piazza sul proprio simbolo elettorale. Apriti cielo: lettere infuocate e sollevazioni popolari contro l’appropriazione ritenuta indebita di un quadro patrimonio della collettività. E di un immaginario egalitario che, ad oggi, non si era mai spinto oltre qualche cartolina per le manifestazioni del 1 maggio.

– Francesco Sala

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.
  • Gentile Sala, su e giu’ dai magazzini alle sale della GAM. Ne e’ sicuro? Perche’ se cosi’ fosse noi che in GAM ci lavoriamo ci siamo persi qualcosa! E si che ha le sue belle misure….
    Cordialmente
    Paola Zatti

    • francesco sala

      gent.ma sig.ra zatti

      mi risulta che negli anni trenta “il quarto stato” fosse stato rimosso dalle sale della galleria d’arte moderna per non urtare, con il proprio messaggio, l’imperante retorica fascista. ho dedotto l’abbiano ricoverato in un magazzino.
      no?

  • Daniela Grosso

    Era tempo che questa situazione scandalosa fosse presa in considerazione, spero che finalemente anche il pubblico estero potrà giustamente apprezzare questo dipinto
    Daniela Grosso

  • Confermo di avere visto per le prima volta Quarto stato nella Pinacoteca di Brera e non al GAM; questo nel 2000 circa. Lì oltre al quadro in oggetto c’era un altro autore che mi colpì molto, sempre appartenente al movimento artistico del divisionismo: Morbelli e la sua serie sui vecchioni!

  • Angelov

    Il Museo del Novecento, sarebbe più appropriato definirlo il Museo della Depressione, perché dopo essersi inerpicati nelle sue volute architettoniche tutt’altro che geniali, semplicemente depresso e senza sapere il perché ti lascia all’uscita: si la mia è solo un’espressione di soggettività, per fortuna di chi l’Arengario lo ha ristrutturato etc.
    Anche quando il capolavoro di Pelizza da Volpedo, era esposto al GAM, c’erano problemi di riverberi delle luci che impedivano una netta visione del quadro.
    Purtroppo in un paese come il nostro, dove il fascismo ha allignato cosi profondamente anche a livello “culturale”, la gestione di un’opera così potentemente diretta verso i valori di una cultura popolare, presenta sempre dei problemi legati alla superficialità con cui le istituzioni, che si sentono elette a gestirli, in realtà non ne sono all’altezza, nonostante i triti e fintamente contriti comunicati stampa, tromboni di politici meritatamente trombati, ma ahimè appesi ad un filo… alla poltrona.

  • Vitoria Marsala

    A me la collocazione di Italo Rota piaceva particolarmente. “La nicchia scura”, come qualcuno l’ha definita, creava una suggestione particolare a un indiscutibile capolavoro.