Il naso di Šostakovič. All’Opera di Roma arriva un minifestival dedicato al grande compositore russo, e c’è anche l’opera antizarista “censurata” in patria

È il compositore che, con Igor Stravinskij, più ha influito sulla musica del Novecento, specialmente nell’integrazione tra vari generi. Tra la grande sinfonica mahleriana – per esempio – ed i sentieri dell’opera lirica aperti da maestri del teatro in musica, pur molto differenti, come Richard Strauss e  Leos Janaceck, da un lato, ed il jazz […]

Il Naso, Opera di Zurigo, 2011

È il compositore che, con Igor Stravinskij, più ha influito sulla musica del Novecento, specialmente nell’integrazione tra vari generi. Tra la grande sinfonica mahleriana – per esempio – ed i sentieri dell’opera lirica aperti da maestri del teatro in musica, pur molto differenti, come Richard Strauss e  Leos Janaceck, da un lato, ed il jazz e le esperienze timbriche più innovative, dall’altro. Dal 12 gennaio al 3 febbraio arriva a Roma un mini festival dedicato a russo Dmitri Šostakovič, a cura del Teatro dell’Opera: in programma l’esecuzione di due sinfonie, la prima (composta quando il compositore aveva appena 19 anni ma già scritta in un linguaggio che tiene conto delle avanguardie musicali dell’epoca , con un finale volutamente grottesco e con contrasti espressivi molto marcati) e la quindicesima (enigmatica e condotta tutta sul filo dell’invenzione musicale) . Dirige Gennard Rozhdestvensky. A fine maggio, a cura non del Teatro dell’Opera ma dell’Orchestra Sinfonica di Roma, si ascolterà a la grandiosa settima sinfonia dedicata all’assedio di Leningrado.
Prevista poi la rappresentazione della prima opera per il teatro di Šostakovič, Il naso, da un racconto di Gogol del 1835, rappresentata con grande successo al Malyi il 18 gennaio 1930, quando l’autore non aveva ancora compiuto 25 anni. Era una satira terribile della burocrazia (quella zarista in Gogol, ma poteva sembrare anche quella moscovita). Un ritmo incalzante: 12 quadri in poco più di due ore di musica. Nonostante un’orchestra da camera, ben 60 personaggi in scena: 27 nel settimo quadro. Una partitura che fonde citazioni dalla grande tradizione classica con musica di puro intrattenimento ed un campionario di effetti modernistici, quali intervalli esageratamente ampi, movimenti di scale, moti pendolari, trilli, moti pendolari, canoni, artifici politonali. Ove ciò non bastasse a sbigottire, le scene erano astratte e cubiste e la regia si ispirava ai tempi velocissimi delle “comiche” del muto. Il pubblico, specialmente quello più giovane, andò in visibilio.
Dopo 14 repliche all’insegna del tutto esaurito, al direttore del Malyi, ossia a Šostakovič in persona, venne suggerita una pausa; l’opera venne ripresa la stagione successiva, ma successivamente, un silenzio, nell’Unione Sovietica, di ben 43 anni (nonostante venisse rappresentata all’estero, dove era giunta la partitura, e considerata come uno di capolavori della musica del Novecento a cui si ispiravano generazioni di giovani musicisti). A Roma arriva nell’edizione con la regia di Peter Stein inizialmente prodotta per Zurigo.

– Giuseppe Pennisi

www.operaroma.it


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Giuseppe Pennisi
Ho cumulato 18 anni di età pensionabile con la Banca Mondiale e 45 con la pubblica amministrazione italiana (dove è stato direttore generale in due ministeri). Quindi, lo hanno sbattuto a riposo forzato. Ha insegnato dieci anni alla Johns Hopkins University e quindici alla Scuola superiore della pubblica amministrazione; per periodi più brevi a Salerno e a Palermo. Ha scritto una dozzina di testi di economia, pubblicati in Italia, Gran Bretagna, Svizzera e Germania, ed è editorialista economico di un paio di quotidiani. Da quando aveva l'età di 12 anni la sua passione è l'opera lirica (specialmente del Novecento e meglio ancora se contemporanea coniugata con electroacustic e live electronics). Ha contagiato la moglie e in parte i figli. Vaga, quindi, da teatro a teatro. Con un calepino a righe e una matita rossa. Il riposo forzato è in una barcaccia.