Centomila visitatori in sette mesi. Li richiama Pinturicchio, ma il Rinascimento non c’entra: Del Piero e gli altri campioni bianconeri trascinano lo Juventus Museum. Che fa numeri da record

Tra i suoi pezzi più pregiati annovera un Pinturicchio. Niente arte sacra, però: solo magliette, scarpini, coppe e gagliardetti; disposti in un elegante ed empatico allestimento multimediale. Perché il Pinturicchio in questione è Alessandro Del Piero: le sue pedate, chissà perché poi accostate per grazia e delizia alle pennellate del maestro umbro, sono tra i […]

Lo Juventus Museum

Tra i suoi pezzi più pregiati annovera un Pinturicchio. Niente arte sacra, però: solo magliette, scarpini, coppe e gagliardetti; disposti in un elegante ed empatico allestimento multimediale. Perché il Pinturicchio in questione è Alessandro Del Piero: le sue pedate, chissà perché poi accostate per grazia e delizia alle pennellate del maestro umbro, sono tra i pezzi forti dello Juventus Museum, inaugurato solo sette mesi fa. E già arrivato all’invidiabile traguardo dei centomila visitatori: risultato che non sarà paragonabile ai 120mila ingressi in un mese alla dependance del Louvre a Lens. Ma considerato che Bettega non vale un Delacroix, Sivori non è un Monet e via dicendo, sotto la Mole c’è di che festeggiare.
Il biglietto a sei cifre è per definizione speciale, e non poteva dunque andare ad un tifoso qualsiasi. Ha fatto più di quindicimila chilometri Manuel Manias, accompagnato da papà Stefano in visita alla città da cui questi è partito, anni fa, alla volta dell’Australia; una volta superati i tornelli ecco Paolo Garimberti, presidente del museo, ma soprattutto Pavel Nedved: è l’ex centrocampista, oggi dirigente bianconero, a fare da cicerone per una visita che diventa decisamente imprevista.
A questo punto non può scattare, anche a livello espositivo, l’acerrimo Derby d’Italia. Non sarà così chic e – considerata l’età più avanzata – non potrà contare sulle eccitanti diavolerie tecnologiche del suo omologo bianconero: ma il Museo di San Siro, il primo in Italia ad essere allestito all’interno di uno stadio, mostra i muscoli. Forte di un record di 220mila accessi nell’ultimo anno lo scrigno dei memorabilia di Inter e Milan è il museo più visitato di Milano. Alla faccia di Brera. E della Juve. Numeri nemmeno paragonabili a quelli degli altri musei pallonari: il Museo del Calcio al centro federale di Coverciano, il Museo della Fiorentina (con annessa sezione dedicata al calcio antico); il Museo della Storia del Genoa, aperto dal 2009; il nostalgico Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata. Il Calcio Padova Museum, tempio del paròn Nereo Rocco inaugurato in occasione del centesimo compleanno del club biancorosso.
Quello che in Italia è fenomeno sommerso, che passa sottotraccia nonostante numeri da non sottovalutare, è all’estero fattore di primo piano per l’economia legata al turismo. Messi dribbla Picasso e fa dei 3500 metri quadri del Museo del Barcellona, con oltre un milione di visitatori ogni anno, il più visto dell’intera Catalogna; un primato che vale la vittoria del clasico contro le merengues madridiste. Al Bernabeu, stadio del sogno azzurro al Mundial ’82, il Museo del Real stacca ogni anno “solo” 750mila biglietti, quarto museo più visitato della capitale spagnola. Guernica regge il confronto.

– Francesco Sala

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.
  • Alberto

    Sono Juventino. La premessa è d’obbligo perchè il rischio è quello di essere subito investiti dalle proteste di qualche tifoso da curva!!!!
    Per fortuna,però,mi occupo anche di arte contemporanea.
    Potrei ovviamente analizzare questo dato numerico dello Juventus Museum (peraltro molto bello) ma preferisco limitarmi ad una domanda e a una riflessione.
    Ma come è possibile che un museo dedicato ad una pur gloriosa società calcistica registri maggiori ingressi di tantissimi musei dedicati all’arte, in Italia?
    La decadenza di un paese inizia sempre dall’attenzione che si dedica alla cultura e questo dato dovrebbe far pensare a cosa siamo diventati e quali possano essere le nostre prospettive future. Uno Juventino amareggiato!!!!!!

    • risponde un altro “moderatamente juventino”:
      il problema è quello della qualità dei visitatori; mi spiego, invidiare – da parte di chi propone arte – la massa di 100mila visitatori, è sbagliato: io invidierei anche solo un visitatore di qualunque altro museo internazionale, non per il numero che rappresenta, ma per la curiosità e la voglia di guardare/capire che lo stesso porta con il biglietto in mano.
      E’ abbastanza triste ammetterlo ma ogni nazione (e di conseguenza museo) ha il pubblico che si merita e in Italia c’è ancora molto da lavorare sull’educazione della gente perchè si rechi in luoghi dove il pensiero è appeso ad una parete, senza escludere quelli in cui troneggiano maglie a striscie.
      Un appassionato d’arte amareggiato!!!

  • proctologo

    A me sembra già una meraviglia che qualcuno abbia voglia di uscire di casa per andare a spendere da qualche parte che non sia lo stadio o il cinema.
    Se vanno a un museo, anche quello della caldarrosta, mi sembra un’ottima notizia.
    Immagino che tra poco ne faranno uno enorme a Scampia, il Napoli’s Museum e poi seguirà quello del Palermo alla Zia e chissà che la mafia non si interessi anche delle bacheche per esporre le maglie vintage.

    Come si può pretendere che l’arte diventi popolare se non la si insegna degnamente nelle scuole o nelle università? E’ chiaro che vince il calcio. Facessero un museo delle veline con un palo per la lapdance per le performance dal vivo avrebbero numeri ancora migliori.

  • sergio tossi

    Vorrei solo sottolineare un punto. Lo Juventus Museum (confesso, ci sono stato recentemente su insistenza di mio figlio) è impostato benissimo. Ricco di oggetti, di elementi didascalici, di tecnologie divertenti. Puoi vedere, ad esempio, gli scarpini dei giocatori degli anni trenta e gli ologrammi di Trapattoni e Lippi che ti raccontano le loro partite clou. L’impianto di illuminazione è perfetto. Non ti annoi un momento. E’ piaciuto purea mia moglie, nemica giurata del calcio e, da buona fiorentina, in particolare della Juventus. La questione infatti non investe solo il calcio, che ha una sua grande popolarità che porta ai numeri citati nell’articolo, ma la modernizzazione dei musei per migliorarne la fruibilità. Potrei citare ad esempio il museo di Bolzano costruito intorno ad Oetzi che già molti anni orsono puntava su informazione e tecnologia. Naturalmente non mancano i musei d’arte been costruiti. Laddove sono sostenuti da una buona comunicazione fanno anche bei numeri. Certo è che i costi sono alti e senza un sostegno pubblico è difficile sostenerli. Ma questo concerne la politica culturale di un paese e questo è un altro discorso. Ahimè, doloroso.

  • sissi

    vorrei sapere dove ha trovato i dati sui visitatori ai musei del calcio, perchè sto facendo una ricerca a riguardo e non trovo fonti ufficiali
    grazie