“Gallerie d’Italia e Museo del 900 ci rubano visitatori”. Bandera, soprintendente di Brera, ne ha per tutti: irrompe alla tavola rotonda dell’Istituto Bruno Leoni sulla gestione dei musei, e dispensa perle reazionarie

“Vale di più un disegno di Raffaello o il futuro di due o tre ragazzi giovani? Lo Stato pensa di stanziare per la Grande Brera 2 milioni di euro all’anno. In asta  un disegno di Raffaello viene battuto per 26 milioni di sterline. Andare al Gabinetto dei Disegni degli Uffizi e vedere quanti autografi del […]

I portici di Brera


“Vale di più un disegno di Raffaello o il futuro di due o tre ragazzi giovani? Lo Stato pensa di stanziare per la Grande Brera 2 milioni di euro all’anno. In asta  un disegno di Raffaello viene battuto per 26 milioni di sterline. Andare al Gabinetto dei Disegni degli Uffizi e vedere quanti autografi del maestro ci sono, inaccessibili al pubblico, fa riflettere
”. Un paradosso da prendere sul serio, perché se è vero che certe opere restano intoccabili, è altrettanto vero, a ben guardare, che “nessuno si sognerebbe di dire al Metropolitan che è mal gestito perché vende opere. Perché quelle cessioni sono finalizzate a creare condizioni per potenziare le proprie collezioni”. Insomma: di arte e cultura si può vivere, basta riporre i preconcetti e comportarsi in maniera intelligente. A buttare l’amo è Giancarlo Graziani, che insegna mercato dell’arte allo IULM; lo stagno è quello del Collegio Ludovicianum di Milano, che accoglie la tavola rotonda lanciata dall’Istituto Bruno Leoni, che porta a conoscenza l’esito di un’indagine sulle forme gestionali di diversi musei italiani. Ad abboccare, e tirare la lenza come un marlin, è Sandrina Bandera, soprintendente di Brera, attirata in platea da un’esca decisamente succosa: perché se il titolo dell’incontro è “Quali forme di gestione per i musei italiani?”, il sottotitolo recita “la Grande Brera e il futuro del nostro patrimonio culturale”.
In realtà della futura Fondazione milanese si parla poco e in modo marginale, più che altro provando a ipotizzare scenari virtuosi, ipotizzando l’adozione di questo o quel modello. Ma la Bandera non ci sta, prende la parola e attacca lancia in resta. Ce l’ha con il Bruno Leoni, accademia dichiarata del mondo liberal, tacciata di superficialità di indagine e carboneria, per la comunicazione lacunosa di un appuntamento che – in effetti – meritava maggiore pubblicità. Ma, soprattutto, ce l’ha con l’orrorifica possibilità che le sacre stanze dell’arte conoscano l’onta di barbari lanzichenecchi privati. “La gente passa, Raffaello resta!”, tuona, esplicitando come le ambizioni professionali delle giovani generazioni siano naturalmente sacrificabili in nome dell’arte. Punto di vista francamente stucchevole se espresso da chi, al comodo riparo di una blindata posizione nel pubblico impiego, mai ha avuto occasione – ne mai l’avrà – di misurarsi con lo spiacevole precariato dell’arte. E segno di preoccupante ristrettezza di orizzonti: diamo per scontato che sia impossibile, pur investendo in formazione, allevare nuove eccellenze. Ma la visuale della Barrera mostra davvero diottrie in meno: tra i mali di Brera ecco spuntare le Gallerie d’Italia di Banca Intesa e il Museo del ‘900, inopinatamente aperti a poca distanza dalla Pinacoteca, e per di più con ingresso gratuito! “Ci rubano visitatori” esclama senza mezzi termini l’eroina della cultura per le masse: palesando il netto controsenso di chi rabbrividisce a considerare l’opera d’arte come una merce, ma non ha remore a trattarne il pubblico alla stregua di un bene di consumo. Le si fa notare che in certi contesti l’assembramento di più realtà museali è motivo di forza, non di debolezza: vedi l’isola dei musei di Berlino; ma anche New York, dove tra Metropolitan, Guggenheim, Whitney e piccole realtà intermedie non ci sia che lo spazio di pochi isolati. Ma il paragone non rende, anzi: “per loro le cose sono andate bene finché c’era l’ingresso gratuito. Adesso che il biglietto è a pagamento vedremo… sono già preoccupati!”, risponde, rinserrando a fatica i canini tra le labbra. Mal comune mezzo gaudio, mors tua vita mea… ecco il “fare rete” all’italiana!
È passato solo un anno dallo scandalo dei “prenotati” rimandati a casa da Brera perché non c’erano soldi per pagare il personale nelle sale, con le opere in arrivo dal Pushkin interdette ad un pubblico pagante e pertanto giustamente inferocito. Prima di puntare il dito contro la presunta concorrenza sarebbe forse il caso di pensare a offrire un servizio decoroso. E invece no. Il problema sta nel fatto che “la gente non visita più di un museo all’anno. Due. Se vanno al Museo del 900 è difficile che poi tornino a Brera”. E già. Il milanese è tipo pigro. E le ambizioni di un museo che annovera in collezione il “Cristo morto” del Mantegna e quello “alla colonna” del Bramante; “Il bacio” di Hayez, “Lo sposalizio della Vergine” di Raffaello e la “Pala di Brera” (mica degli Uffizi!!!) di Piero della Francesca non possono non essere commisurate all’audience locale. Poco importa se nei primi sei mesi del 2012, annus horribilis causa crisi, si siano registrati in città ed hinterland oltre 6milioni di turisti, con una crescita del 4% rispetto l’anno precedente; del 9,84% se guardiamo al 2010. Sandrina Bandera, in questo confortata da Alberto Garlandini, presente all’incontro come voce di ICOM, sa già come andrebbe a finire: l’ingresso di partner privati e l’eventuale cessione di patrimonio finirebbero solo per generare plusvalenze destinate a coprire buchi in altri settori del pubblico, ritenuti ben più strategici della cultura. Visione amara. Un po’ grottesca se arriva da chi non è lucido osservatore esterno, ma ingranaggio organico dello stesso farraginoso sistema che contribuisce a sostenere.

– Francesco Sala

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.
  • Emidio De Albentiis

    Condivido totalmente la precisa e documentata analisi di Francesco Sala sull’ottusità di chi, pensando di “proteggere”, tarpa le ali non solo alla contemporaneità ma alla stessa difesa del passato. Io, pur insegnando storia dell’arte in un’accademia di belle arti, mi sono formato come archeologo classico (e alla scuola di un grande docente, Filippo Coarelli), ma non ho mai condiviso il furore di chi (non Coarelli, sia chiaro) voleva difendere ad oltranza ogni minima traccia (spesso insignificante) dell’antichità, con risultati spesso sconcertanti. Basterà appena ricordare che solo pochissimi anni fa è stato finalmente possibile intervenire nel “sacro suolo” di Roma con progetti architettonici contemporanei (magari talvolta discutibili, ma capaci almeno di innescare un dibattito o di proporre nuovi scenari mentali prima ancora che urbanistici).